Home arrow Argomenti arrow Cultura arrow "Collapse" di Jared Diamond


ago 30 2005
"Collapse" di Jared Diamond Stampa
Postato da Francesco   
martedì 30 agosto 2005

Le civiltà occidentali come "Rapa Nui"
Se per Michael Crichton il global warming è giusto una sovrastruttura mentale, un artificio che in realtà non esiste, gonfiato a dismisura da un gruppo di maniaci ambientalisti, diversa è l'opinione di Jared Diamond, autorevole "biogeografo", psicologo evoluzionista dell'Università della California a Los Angeles, già vincitore del premio Pulitzer con il bestseller "Guns, Germs, and Steel", che spiega come alcune civiltà, di fatto, si siano indirizzate al suicidio di massa, depredando sistematicamente il proprio ambiente. Dal suo ultimo libro "Collapse: How Societies Choose to Fail or Succede" (che sarà tradotto e pubblicato in Italia soltanto in autunno da Einaudi ndr), viene un monito a tirarci fuori pericolo finché siamo in tempo.

Stimando l'enorme successo commerciale raggiunto negli States di questo splendido e sconcertante saggio, siamo portati a considerare unilaterale la sensibilità degli americani: nulla han potuto Kyoto, AbuGhraib, Guantanamo e l'unanime biasimo alla politica bellicista dei neocon e dei loro favoreggiatori; gli yankee paiono sconvolti dalle prospettive di disastro ecologico incombente sul pianeta, descritte da Diamond, invece che dalle aprioristiche rimostranze di noi europei....
Un'intera sezione ispirata al bestseller è riconoscibile fra i padiglioni del "Natural History Museum" di Los Angeles: spettacolari proiezioni di costruzioni ataviche, raggi di luci misteriose a memoria d'antiche civiltà cadute per un evento tra show e cultura, una serie dinamica d'esposizioni e discussioni intorno ai temi ambientalisti, le cui sorti sono legate alla società globale contemporanea. A questo proposito la domanda che mi pongo è se "gli irritanti rumori di fondo", tali stati ravvisati gli argomenti dell'attuale movimento ambientalista d'oltreoceano, si rianimeranno grazie alle riflessioni sollevate da un "biogeografo" di fama, o perdureranno nella consueta rotta fallimentare.

In un editoriale del New York Times, Nicholas D. Kristof, autore di reportage, ecologista e premio Pulitzer, scrive: "Da un certo punto di vista, siamo tutti ambientalisti, ora…Più di tre quarti degli americani concordano sul fatto che il nostro paese dovrebbe fare ogni cosa per proteggere l'ambiente; ma il sostegno all'ambiente fa coppia col sospetto verso gli ambientalisti. La Morte dell'ambientalismo rileva come un sondaggio del 2000 conclude che il 41% degli americani considera gli attivisti di quest'area come degli estremisti. Esistono ambientalisti seri, naturalmente, ma quelli con eccesso di zelo hanno fatto terra bruciata. La perdita di credibilità è un fatto tragico, perché d'ambientalisti ragionevoli c'è un urgente bisogno…Sarebbe un fattore critico avere un movimento ambientalista credibile, articolato e dotato di sfumature, molto rispettato. Ma ora, temo, non ce l'abbiamo."
Dunque, l'America si è persuasa alle tesi di Diamond, o solo genericamente sedotta dal proliferare di un "nuovo sentire sociale", pur diffidando dei propri attivisti cosiddetti estremi e in assenza di un movimento "articolato" (come suggerisce Kristof), dinamico sul territorio; le speranze per risollevare il problema sotto il mero aspetto politico si riducono al minimo, a danno del mondo intero.

Fronteggiare il collasso incombente non è facile; la richiesta per difenderci dal caos che abbiamo generato o dai grandi disastri naturali (come lo tsunami del sud est asiatico), ricorre alla ricostruzione di un passato ricco d'esempi rivelatori, anche quando si rimescola a miti e leggende, utopie, fantascienza o creazioni letterarie. La preistoria dell'umanità è vista come un ammonimento e un modello di prova, ma senza che si giunga ad avere risposte per sollecitare interventi, per sapere qual è la direzione. Esistono disuguali dinamicità: se da una parte la società occidentale ha imboccato la strada di non ritorno (il protocollo di Kyoto appare un trattato già scaduto, inadeguato, a dispetto del fatto che la prima potenza mondiale lo rigetti tout court), dall'altra l'indagine empirica sulle ragioni di una società organizzata che cessa di vivere e tramandarsi, è appena agli albori. Così le recenti tecnologie, nuovi sistemi d'idee e d'organizzazione collettiva in grado di risanare il pianeta ed evitare il tracollo, al momento rimangono, per gran parte, impraticabili. Di queste colpe ed omissioni la nostra civiltà dovrà renderne conto già dalla prossima generazione (e, parafrasando Kristof, non crediamo affatto d'essere degli estremisti).

L'impianto narrativo che adotta il professor Diamond si serve di un metodo comparativo basilare, descrivendo e classificando, riferendo dei problemi in modo schietto e diretto. La domanda che si pone è molto semplice ed è riportata sul retro copertina: "Perché" si chiede, "alcune società e non altre perdono il criterio fino ad auto-distruggersi? Perché alcune società prendono decisioni disastrose e cosa comporta questo per noi?"
Il lungo resoconto è attraversato dai tentativi fallimentari di società e d'intere popolazioni. Analizzando analogie e discordanze, un metodo già adottato in opere antecedenti (vedi "Why Is Sex Fun?: The Evolution of Human Sexuality" ), il riscontro con situazioni presenti nel nostro momento storico è a tal punto calzante che produce al lettore l'effetto di un brivido gelido lungo la schiena. Paradossale quanto la nostra civiltà conclusa nella globalizzazione, non abbia distribuito pari opportunità a tutti, invece che un'interdipendenza di disgrazie: alterazioni climatiche, modificazione degli habitat naturali, distruzione delle bio-diversità e degli ecosistemi. Le medesime fragilità e instabilità sociali e politiche, guerre globali. Certo, usiamo internet e gli aerei, ci serviamo di tecnologie domestiche che soltanto vent'anni fa erano impensabili, siamo forniti di conoscenze e competenze che potrebbero procurarci la chiave di lettura per disporre del nostro destino in modo benevolo, attuando una svolta.

Jared Diamond, studia a fondo quelli che, a prima vista, sono dati secondari e congiunturali di società primitive, sopraffatte da un disastro ecologico auto-prodotto. Fissa il corto circuito che ha annientato del tutto un lungo degrado. In questo modo remote civiltà polinesiane dell'isola di Pasqua, come i maya e i vichinghi dell'antica Groenlandia, si pongono a confronto, in ordine "scientifico", con gli Stati emergenti del Terzo Mondo come il Ruanda, Haiti, la Repubblica Dominicana; paesi che difficilmente potranno sopravvivere al disordine, alla disorganicità, con governi scriteriati, povertà e sovrappopolazione. Del resto, anche paesi apparentementi forti sui mercati globali come la Cina, l'Australia, gli stessi Stati Uniti, sistemi organizzati e complessi mostrano già le loro crepe, le sindromi di sperpero e decadenza.

Gli antichi "Moai" simboli di potere e solitudine.
Storia eclatante quella di Rapa Nui o Te Pito o te Henua, o comunemente detta, Isola di Pasqua (nome datogli da Jacob Roggeveen nel giorno di Pasqua del 1722). E' in questa roccia di 166 Kmq, nata dai vulcani del profondo Oceano Pacifico, una terra vuota e desolata dove oggi non c'è più nulla e nessuno, se non mandrie di cavalli allo stato brado che corrono sulle piatte e aride colline e i grandi, solenni Maoi, a testimonianza di un'oscura traccia, che Diamond ravvisa il germe, il sintomo premonitore per le società occidentali. Affascinante teoria, certo, non priva di un certo fondamento; il microcosmo e l'ecosistema di questo lembo remoto, al largo delle coste cilene, rappresentano emblematicamente la "nostra terra", l'ambiente che abbiamo manipolato e trasformato.

L'originaria Rapa Nui, prima di mutare nel simulacro di un'autodistruzione collettiva, era un'isola verdissima, con grandi e rigogliose foreste di palme e toromiri, (ne sono stati analizzati i pollini). Unica oasi per moltissimi chilometri, traboccava d'ogni specie d'uccelli, d'acqua e di terra, sule, gufi, aironi, rallidi e pappagalli. Intorno al 400 d.c., i Polinesiani delle tribù Maori, vi portarono galline, roditori commestibili e perfino maiali; al posto delle palme interrarono banani, canne da zucchero, tari, patate dolci. Il suolo d'origine vulcanica di Rapa Nui era talmente generoso che le piante coltivate si duplicavano con una facilità miracolosa. I Maori cominciarono a disboscare le foreste per avere sempre più terreni a disposizione e i roditori fecero la loro parte, divorando i semi degli arbusti autoctoni. Per costruire canoe e trasportare le sculture in pietra dei Moai, si disboscarono le foreste in modo inesorabile, finché, nel giro di un millennio, sull'isola non rimase un solo albero; le piogge corrosero il suolo privo di vegetazione, causando l'impoverimento della terra e dell'agricoltura. Una serie di calamità a catena avvennero nel momento stesso della massima incidenza demografica (i Maori erano arrivati a 9000) e il terreno eroso provocò la siccità dei corsi d'acqua che prosciugarono.

Privi del legno per costruire imbarcazioni e catturare pesci e delfini (di cui si cibavano), i Maori e le gigantesche sculture di pietra rimasero "imprigionati" a Rapa Nui, per sempre. Mangiarono tutti i polli, poi tutti gli uccelli originari dell'isola. Fu sterminata ogni forma di vita vegetale e animale, cosicché iniziarono a mangiarsi tra loro, a mettere in pratica il cannibalismo. I gruppi di famiglie, costretti all'antropofagia per sopravvivere, intrapresero guerre sanguinarie e quando nel 1722 l'olandese Roggeveen, sbarcò sull'isola, rinvenne centinaia d'ossa ammucchiate in una terra sterile e pochi sventurati che guerreggiavano per sfamarsi. Molte statue dei Moai erano state distrutte, la ferocia dei loro creatori si abbatté come una mannaia per cancellare finanche le "personificazioni" di un potere con cui gli antichi capi avevano dissipato la natura rigogliosa dell'isola e dunque la vita. Un potere che, alla fine, li aveva annientati.

Siamo ben consapevoli che Rapa Nui o comunemente detta Isola di Pasqua, nella sua "magnifica desolazione", è soltanto una roccia sperduta nell'Oceano, al largo del Cile, battuta dalle tempeste e racchiusa nelle sue cupe leggende. Ben altro è il mondo occidentale, nei suoi insiemi sociali e culturali dove si dipanano le catastrofi descritte da Jared Diamond e dove, tuttavia, agiscono persone e collettività dotate di volontà, sensibilità, capacità di decisione e d'azione.
Alle nostre società, Diamond indica una valutazione e un mutamento radicale. Ognuno di noi è l'esito delle sue preferenze, ma esistono ancora margini dove far ricadere le nostre scelte?

Liliana Adamo
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

fonte: www.reporterassociati.org

Condividi: Digg!Reddit!Del.icio.us!Furl!Segnalo!Upnews!Diggita!fai.informazione!OkNotizie!


Articoli Correlati:

» Nessun commento
Nessun commento.
» Commenta la notizia
Email (non verra pubblicata)
Nome
Titolo
Commento
 caratteri residui
Captcha Image Regenerate code when it's unreadable
 
< Prec.   Pros. >

Lente sulla Riforma Gelmini



Articoli Correlati:

Indymedia



Articoli Correlati:

Ricerche

Caricamento...

Newsletter

Lettera:
Nome:
Email:


Syndicate


Abbiamo 54 visitatori online