di Marzia Basili
Sicurezza. La magistratura non dichiara "terrorista" un cittadino marocchino. Pisanu se ne infischia e lo rispedisce in patria. Ora è in carcere e forse torturato, dichiarano i familiari
Sabato scorso Mohammèd Daki è stato espulso dal territorio italiano "per motivi di sicurezza e ordine pubblico". Daki, arrestato nell’aprile 2003 perché ritenuto fiancheggiatore di Ramzi Binalshib (il pianificatore degli attentati dell’11 settembre) e reclutatore di kamikaze per il gruppo terroristico Ansar Al Islam, era stato processato e assolto nel gennaio 2005 dall’accusa di associazione eversiva finalizzata al terrorismo internazionale. Nel novembre 2005 i giudici d’appello di Milano confermavano la sentenza di primo grado assolvendolo anche per i reati minori. Su provvedimento del Viminale, sabato scorso gli agenti della Digos hanno prelevato Daki dal dormitorio della Caritas di Reggio Emilia e lo hanno imbarcato sul volo Malpensa-Casablanca. Arrivato in Marocco, è stato affidato alla polizia di frontiera. Da allora sembra si siano perse le tracce. Ma la sua famiglia fa sapere che si troverebbe in un carcere marocchino, dove sarebbe stato sottoposto a torture. Il giudizio sulla pericolosità della presenza di Mohammèd Daki nel nostro paese è stato formulato in base all'articolo 3 del cosiddetto "decreto Pisanu" antiterrorismo, convertito in legge (155/2005) lo scorso 31 luglio. Tali norme prevedono espulsioni più rapide per i soggetti ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale o comunque vicini a organizzazioni terroristiche. Da luglio il Ministero degli Interni ha fatto ricorso alla legge antiterrorismo per rimpatriare otto cittadini stranieri. Ed altre ulteriori espulsioni sarebbero previste in tempi brevi. L’episodio presenta ancora molti aspetti oscuri. In particolare, rimangono da chiarire gli interrogatori che Daki dichiara di aver subito nell’ottobre 2003, senza la presenza degli avvocati, da parte di agenti americani e la scomparsa, in seguito all’espulsione, dello scritto che ricostruirebbe tali colloqui, denunciata da Vainer Burani, legale di Daki. Allo stato delle conoscenze sull’accaduto è comunque doveroso avanzare almeno due ordini di riflessioni. La prima delicata questione da affrontare è sicuramente il rapporto tra il verdetto della magistratura e il provvedimento di espulsione deciso dal Viminale. L’esito dei processi è un elemento vincolante rispetto alle possibili scelte del Ministro degli Interni? Rispondere "no" sembra rendere irrilevante il quesito. Rispondere sì implica invece affermare che la magistratura si debba fare carico anche delle questioni di sicurezza nazionale. In realtà la magistratura e il Ministro degli Interni rispondono a due compiti ben diversi: valutare la colpevolezza dell’accusato nel primo caso e valutarne la sua pericolosità per la sicurezza nazionale nel secondo. Lo stesso Santo Belfiore, presidente della III sessione della Corte d’Assise d’Appello di Milano, che ha assolto Daki due settimane fa, dichiara che non sussiste alcun contrasto tra le due decisioni in quanto il magistrato deve valutare se esistono le prove che l’imputato abbia commesso un reato mentre il Ministro svolge, in questo caso, un compito preventivo e proprio perché l’azione è da prevenire, e quindi non ancora commessa, non è possibile basare la decisione unicamente sulle prove. La non colpevolezza non implicherebbe quindi necessariamente la non pericolosità. In tal senso, l’articolo 3 della legge antiterrorismo, regolando le espulsioni non prevede il nulla-osta del magistrato. Il cosiddetto “pacchetto antiterrorismo”, in vigore in Italia dal luglio scorso, rimanda a leggi approvate da alcuni paesi europei, tra cui anche l’Inghilterra, sulla scorta dei più recenti attacchi terroristici. Tali leggi, concependo la possibilità di misure preventive fortemente repressive rischiano di porre seri limiti alla libertà personale dei cittadini nazionali e stranieri. Basti ricordare l’importante dibattito che ha suscitato in Inghilterra (paese di antica democrazia), l’entrata in vigore, nell’agosto scorso, del “pacchetto Blair”, vale a dire le misure antiterrorismo che, determinando un netto giro di vite nei confronti dei potenziali sostenitori delle organizzazioni terroristiche, sono state additate come liberticide dal fronte politico più garantista. La vicenda Daki si inserisce pienamente in questo dibattito e induce una approfondita riflessione sull’opportunità-necessità di avanzare una proposta di armonizzazione, o almeno coordinamento, degli strumenti di lotta al terrorismo a livello europeo, se non comunitario. Tale coordinamento ridurrebbe la presenza di provvedimenti diversi da parte dei singoli paesi europei e contribuirebbe ad attenuare il senso di messa in pericolo dello stato di diritto nei singoli ordinamenti nazionali, limitando il rischio di un vulnus democratico. Un ultima riflessione è quella relativa alla messa in pericolo dello Stato di diritto nell’ambito del diritto internazionale. La vicenda Daki potrebbe essere un’ulteriore prova dell’attuale fragilità di tale Stato di diritto che non può che allarmare la comunità internazionale e, al nostro interno, le forze politiche più progressiste e garantiste. fonte: AprileOnline.info
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