Migliaia di detenuti hanno continuato a essere
trattenuti sotto la custodia degli Stati Uniti senza accusa né processo in Iraq,
Afghanistan e nella base navale di Guantánamo Bay a Cuba. Sono giunte notizie
riguardanti centri di detenzione segreti gestiti dal governo statunitense
situati in località sconosciute dove i reclusi sarebbero stati arrestati in
circostanze simili a quelle che caratterizzano le “sparizioni”.
Stati Uniti d’America
Capo di Stato e di governo: George W.
Bush Pena di morte: mantenuta Statuto di Roma della Corte penale
internazionale: firmato, tuttavia senza intenzione di
ratifica Convenzione delle Nazioni Unite sulle donne:
firmata Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle
donne: non firmato
Migliaia di detenuti hanno continuato a essere
trattenuti sotto la custodia degli Stati Uniti senza accusa né processo in Iraq,
Afghanistan e nella base navale di Guantánamo Bay a Cuba. Sono giunte notizie
riguardanti centri di detenzione segreti gestiti dal governo statunitense
situati in località sconosciute dove i reclusi sarebbero stati arrestati in
circostanze simili a quelle che caratterizzano le “sparizioni”. Decine di
detenuti di Guantánamo hanno intrapreso uno sciopero della fame per protestare
contro il duro trattamento ricevuto e la mancanza di accesso a tribunali
indipendenti; secondo quanto riportato, alcuni di loro versavano in gravi
condizioni di salute. Sono giunte notizie di decessi durante la detenzione,
torture e maltrattamenti perpetrati dalle forze statunitensi in Iraq, in
Afghanistan e a Guantánamo. Nonostante l'esistenza di prove secondo cui il
governo aveva avallato tecniche di interrogatorio assimilabili a tortura o
maltrattamenti e “sparizioni”, nessun funzionario o militare ai più alti livelli
è stato chiamato a risponderne, anche nel caso di possibili responsabili di
crimini di guerra o crimini contro l’umanità.
Sono stati celebrati diversi processi a carico di soldati di basso rango
accusati di abusi, ma nella maggior parte dei casi le pene comminate sono state
miti. Sono stati registrati casi di brutalità e uso eccessivo della forza da
parte delle forze di polizia negli Stati Uniti. Sessantuno persone hanno perso
la vita dopo essere state colpite da scariche di taser in uso alle forze
dell’ordine, segnando un notevole incremento rispetto agli anni passati.
Sessanta persone sono state messe a morte portando il numero complessivo delle
esecuzioni a oltre 1.000 da quando queste furono ripristinate nel 1977.
Guantánamo Bay
A fine anno, circa 500 prigionieri provenienti da 35 Paesi continuavano a
essere detenuti senza accusa né processo nella base navale statunitense a
Guantánamo Bay, Cuba. La maggioranza dei reclusi erano stati catturati durante
l’intervento militare internazionale in Afghanistan nel 2001 e trattenuti in
quanto sospettati di avere legami con al-Qaeda o il deposto governo talebano.
Almeno due delle persone imprigionate avevano meno di 16 anni al momento della
cattura.
La legislazione approvata a dicembre (legge sul trattamento dei
detenuti del 2005) ha revocato il diritto dei detenuti di Guantánamo di
presentare istanze di habeas corpus presso corti federali statunitensi contro la
loro detenzione o trattamento, permettendo soltanto limitati appelli contro le
decisioni dei Tribunali di revisione dello status di combattente (vedi oltre) e
delle commissioni militari. La legislazione ha messo in discussione il futuro di
circa 200 casi in corso in cui i detenuti avevano presentato ricorso contro la
loro detenzione in seguito a una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti
del 2004 che aveva decretato il loro diritto a presentare tali ricorsi.
A
marzo, i Tribunali di revisione dello status di combattente (CSRT), commissioni
amministrative istituite dal governo nel 2004, hanno reso noto che il 93% dei
554 detenuti esaminati erano da considerarsi a tutti gli effetti “combattenti
nemici”. I detenuti non avevano un rappresentante legale e molti di loro hanno
rinunciato a partecipare alle udienze dei CSRT, che potevano avvalersi di prove
segrete e di testimonianze estorte sotto tortura.
Nel mese di agosto, un
imprecisato numero di reclusi ha ripreso lo sciopero della fame già iniziato a
giugno per protestare contro la perdurante mancanza di accesso a una corte
indipendente e contro le dure condizioni di detenzione, che sarebbero state
caratterizzate anche da violenze e pestaggi. Più di 200 detenuti avrebbero
partecipato almeno a una fase della protesta, sebbene il Dipartimento della
difesa abbia dichiarato che il loro numero era di gran lunga inferiore. Diversi
detenuti hanno denunciato di essere stati vittime di aggressioni fisiche e
verbali mentre venivano alimentati a forza. Alcuni hanno riportato lesioni
causate dall’inserimento brutale di cannule e tubi nel naso. Il governo ha
negato qualsiasi maltrattamento. A fine anno lo sciopero della fame era ancora
in corso. A novembre tre esperti in diritti umani delle Nazioni Unite hanno
declinato l’offerta di visitare la base di Guantánamo presentata dal governo
degli Stati Uniti, poiché quest’ultimo aveva posto restrizioni contrastanti con
quanto normalmente stabilito dagli standard internazionali in materia di
ispezioni di questo tipo.
Commissioni militari
A novembre la Corte Suprema degli Stati Uniti si è pronunciata riguardo al
caso di Salim Ahmed Hamdan, accettando di prendere una decisione riguardo alla
legalità delle commissioni militari, istituite con un ordine presidenziale allo
scopo di processare i sospetti terroristi provenienti da altri Paesi. Tuttavia,
altri cinque detenuti di Guantánamo sono stati destinati a essere processati
dalle commissioni, che sono organi esecutivi e non corti imparziali e
indipendenti, portando così a nove il numero dei detenuti designati a essere
giudicati dalle commissioni militari. Il governo ha fissato udienze preliminari
per due degli imputati. Uno di loro è Omar Khadr, il quale aveva solo 15 anni al
momento dell’arresto e le cui condizioni psicologiche e fisiche, a causa dei
presunti maltrattamenti, hanno continuato a essere motivo di preoccupazione.
Detenzioni in Iraq e Afghanistan
Nel corso dell’anno migliaia di “internati di sicurezza” sono stati
trattenuti dalle forze statunitensi in Iraq senza accusa né processo. Sono state
approvate normative che prevedono il rilascio dei reclusi o il loro
trasferimento al sistema giudiziario iracheno entro 18 mesi dall’arresto, ma che
consentono alle autorità militari statunitensi il diritto di continuare a
trattenere a tempo indefinito i sospetti qualora vengano riscontrate “perduranti
e imperanti esigenze di sicurezza”. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa
(ICRC) ha visitato i detenuti nei campi di internamento e nelle carceri, ma non
quelli custoditi subito dopo la cattura nelle strutture detentive gestite da
divisioni o brigate militari statunitensi.
In Afghanistan, centinaia di
detenuti sono rimasti trattenuti nella base aerea statunitense di Bagram senza
accusa né processo e senza poter accedere a familiari o legali, alcuni da oltre
un anno. Sebbene l’ICRC abbia potuto accedere ai detenuti di Bagram, non è stato
invece possibile visitare i detenuti in un imprecisato numero di basi operative
statunitensi. Sono stati riferiti maltrattamenti in tali strutture, con detenuti
che venivano denudati durante gli interrogatori e altri privati del cibo e del
sonno.
Detenzioni in località sconosciute
Sono pervenute continue notizie riguardanti l’esistenza di una rete di
strutture segrete di detenzione gestite dalla Central Intelligence Agency (CIA)
in vari Paesi. Secondo le denunce, tali strutture tratterrebbero persone in
incommunicado, al di fuori della tutela di legge, in circostanze assimilabili
alla pratica delle “sparizioni”. Tre detenuti yemeniti hanno raccontato ad AI di
essere stati tenuti in isolamento tra 16 e 18 mesi in tre diverse strutture
detentive apparentemente gestite dagli Stati Uniti in località sconosciute. I
loro racconti hanno suggerito che tali detenzioni non fossero limitate a un
ristretto numero di detenuti “di rilievo” come ritenuto in precedenza. Nel mese
di novembre il Consiglio d’Europa ha aperto un’inchiesta sulla rete di prigioni
segrete gestite dagli Stati Uniti, comprese quelle che si troverebbero
nell’Europa Orientale. Le autorità degli Stati Uniti si sono rifiutate di negare
o confermare le accuse.
Si sono moltiplicate le denunce riguardanti il
coinvolgimento degli Stati Uniti nei trasferimenti illegali segreti di detenuti
tra differenti Paesi, pratica che li espone al rischio di subire torture e
maltrattamenti.
Tortura e maltrattamenti al di fuori degli Stati Uniti
Sono emerse nuove prove di torture e maltrattamenti ai danni dei detenuti a
Guantánamo, in Afghanistan e in Iraq, abusi perpetrati sia prima sia dopo lo
scandalo della prigione di Abu Ghraib, venuto alla luce nell’aprile 2004. Sono
state pubblicate nuove informazioni riguardanti le tecniche di interrogatorio
ufficialmente approvate dal governo in diversi periodi della “guerra al
terrore”, tra cui il ricorso ai cani per suscitare paura, l’assumere posizioni
da sforzo, l’esposizione a temperature estremamente calde o fredde, la
privazione del sonno e l’isolamento.
I vertici della catena di comando hanno
continuato a non essere chiamati a rispondere degli abusi. Nel rapporto finale
redatto dall’Ispettore generale della Marina, viceammiraglio Church, sulle
procedure di interrogatorio adottate dal Dipartimento della difesa in tutto il
mondo, il cui sunto è stato reso noto a marzo, non è stato riscontrato «alcun
legame tra le tecniche di interrogatorio approvate e gli abusi ai danni dei
detenuti». L’inchiesta Church è stata stilata senza che un solo detenuto o ex
recluso fosse sentito e senza interpellare in materia il segretario alla Difesa
Donald Rumsfeld. Nessuna inchiesta è stata aperta sull’operato della CIA, le cui
attività hanno continuato a essere avvolte nella segretezza.
Nel mese di
marzo, l’esercito degli Stati Uniti ha reso noto che 27 decessi in custodia,
avvenuti durante operazioni di sicurezza, catture o nel corso della detenzione,
erano stati catalogati come omicidi, confermati o sospetti. Alcuni di questi
casi erano ancora sotto inchiesta, mentre altri sono stati trasferiti ad altri
organi governativi o predisposti per il rinvio a giudizio.
Secondo altre
fonti, come i verbali delle indagini, le trascrizioni dei procedimenti
giudiziari e i referti delle autopsie hanno fatto emergere con forza come alcuni
dei detenuti fossero deceduti in seguito alle torture subite durante gli
interrogatori. Sono state riscontrate prove di come ritardi e lacune nelle
indagini abbiano ostacolato il perseguimento dei responsabili degli abusi.
A
marzo, l’Unione americana per le libertà civili (ACLU) e l’associazione Human
Rights First hanno presentato una causa in sede federale per conto di otto
uomini che erano stati torturati e maltrattati all’interno di strutture di
detenzioni statunitensi in Iraq e Afghanistan. La richiesta di procedimento,
ancora in corso a fine anno, chiamava in causa direttamente il segretario
Rumsfeld per violazione delle leggi statunitensi e internazionali e richiedeva
anche il risarcimento dei danni subiti dalle vittime.
Nel corso dell’anno,
sono stati celebrati diversi processi nei confronti di militari statunitensi
accusati di abusi sui prigionieri, nella maggioranza dei casi gli imputati erano
soldati di grado inferiore. Molti hanno ricevuto condanne che non rispecchiavano
la gravità dei reati.
A marzo, il governo ha revocato un documento del Gruppo
di lavoro del Pentagono sugli interrogatori dei detenuti del 2003, nel quale si
affermava, tra le altre cose, che il presidente aveva l’autorità di ignorare i
divieti internazionali contro la tortura nel corso di operazioni militari. A
novembre il Pentagono ha approvato una nuova direttiva sugli interrogatori che
avrebbe consentito alle forze armate di pubblicare una lungamente attesa
revisione del manuale operativo. La direttiva stabilisce che «gli atti di
tortura fisica o mentale sono proibiti», ma richiede solo genericamente che i
detenuti siano trattati umanamente «in conformità con le leggi e le politiche
applicabili». A dicembre l’Esercito ha annunciato che avrebbe stilato un nuovo
elenco classificato delle tecniche di interrogatorio ammesse che sarebbe stato
allegato al nuovo Manuale operativo dell’Esercito. Nonostante nel manuale siano
espressamente vietati durante li interrogatori il ricorso a cani, la privazione
del sonno, il denudamento, la costrizione a posizioni da stress per lunghi
periodi, permane il timore che nell’elenco classificato siano ancora incluse
tecniche equiparabili ad abusi.
A dicembre il Congresso ha approvato una
legge che proibisce ogni forma di trattamento crudele, inumano o degradante nei
confronti di persone in custodia o sotto il controllo del governo degli Stati
Uniti in ogni parte del mondo. Tuttavia, il presidente Bush, nel controfirmare
la legge, ha allegato una nota che di fatto conferisce all’esecutivo il diritto
di ignorare quanto stabilito dalla legge stessa per motivi di sicurezza
nazionale.
Ad agosto e settembre sono stati celebrati i processi davanti a
una corte marziale a carico di soldati statunitensi accusati degli abusi nei
confronti di due detenuti afghani, Dilawar e Habibullah, che morirono in seguito
alle ferite multiple riportate mentre venivano interrogati in celle d’isolamento
nella base aerea di Bagram nel dicembre 2002. Alla data di dicembre, sette
militari di grado inferiore erano stati condannati a pene variabili dai cinque
mesi di carcere alla degradazione, la perdita della paga e il rimprovero.
Nessuno di loro è stato ritenuto responsabile di reati gravi come tortura o
altri crimini di guerra.
Detenzione di “combattenti nemici” negli Stati Uniti
*Nel mese di novembre Jose Padilla, un cittadino statunitense detenuto in una
prigione militare da oltre tre anni senza accusa, è stato formalmente
incriminato da un tribunale federale assieme ad altre quattro persone di
cospirazione finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi all’estero e di
sostegno al terrorismo. I reati contestati non includevano il tentativo di far
esplodere una “bomba nucleare sporca” in una città degli Stati Uniti, accusa per
la quale era stato originariamente arrestato. Il Dipartimento di giustizia ha
chiesto alla Corte d’appello federale l’autorizzazione di trasferire Padilla in
una prigione federale, ma la Corte si è espressa in modo contrario e ha emesso
un’ordinanza con cui richiedeva al governo e alla difesa di presentare i propri
pareri sull’eventuale annullamento di una precedente sentenza della stessa corte
che garantiva la facoltà al presidente degli Stati Uniti di detenere
indefinitamente Padilla in quanto “combattente nemico”. A fine anno la questione
non era ancora stata risolta.
*Ali Saleh Kahlah al-Marri, cittadino del Qatar ha continuato a rimanere in
un carcere militare senza accusa né processo perché ritenuto un “combattente
nemico”. Ad agosto era stata presentata un’istanza a suo favore in cui si
lamentavano i suoi gravi problemi psicofisici causati dal trattamento subito che
comprendeva la privazione del sonno e degli stimoli sensoriali, l’incatenamento
punitivo, l’esposizione al freddo e l’assistere al vilipendio del Corano.
Prigionieri di coscienza
*A luglio, Kevin Benderman, un sergente dell’esercito degli Stati Uniti, è
stato condannato a 15 mesi di reclusione per essersi rifiutato di ritornare in
Iraq a causa della sua obiezione di coscienza maturata durante un primo periodo
di servizio nel Paese. La sua richiesta di riconoscimento dello status di
obiettore di coscienza era stata rifiutata in quanto la sua obiezione non
riguardava la guerra in generale, ma una in particolare.
*Camilo Mejia Castillo, Abdullah Webster e Pablo Paredes, tre ex militari
imprigionati per obiezione di coscienza al servizio in Iraq, sono stati
rilasciati nel corso dell’anno.
Processo a carico di Ahmed Omar Abu Ali
Nel mese di novembre, Ahmed Omar Abu Ali, un cittadino statunitense, è stato
riconosciuto colpevole di cospirazione finalizzata a compiere atti di
terrorismo. La correttezza del processo è stata inficiata dal fatto che la
giuria si era rifiutata di esaminare prove a sostegno delle denunce presentate
da Ahmed Abu Ali secondo cui la sua confessione filmata, la principale prova a
carico presentata dall’accusa, era stata estorta sotto tortura in Arabia
Saudita. Secondo quanto affermato dallo stesso Ahmed Abu Ali, membri dei servizi
segreti del ministero degli Interni saudita (al-Mabahith al-Amma) lo avevano
frustato e minacciato di morte mentre era trattenuto in incommunicado in Arabia
Saudita nel 2003. Nel corso del procedimento, l’accusa si è avvalsa di
dichiarazioni riguardanti il trattamento dei detenuti rilasciate da funzionari
sauditi allo scopo di confutare le denunce di Ahmed Abu Ali, mentre gli avvocati
difensori non hanno potuto presentare alcuna documentazione sul rispetto dei
diritti umani e sul ricorso alla tortura in Arabia Saudita.
Maltrattamenti e uso eccessivo della forza
Sono pervenute continue segnalazioni di maltrattamenti e decessi in custodia
legati all’utilizzo di taser, dispositivi che impartiscono scosse elettriche in
dotazione a oltre 7.000 tra dipartimenti di polizia e istituti di
detenzione.
Sessantuno persone sono morte dopo essere state colpite con taser
dalla polizia, portando a 142 il numero totale di decessi di questo tipo dal
2001. I medici legali hanno riscontrato che i taser avrebbero direttamente
portato o avrebbero contribuito alla morte di almeno 10 persone nel corso
dell’anno, facendo così accrescere i timori riguardo alla sicurezza di tali
armi.
Secondo quanto riferito, la maggior parte delle vittime erano disarmate
e non sembravano porre serie minacce nel momento in cui sono state colpite dalla
scossa del taser. In molti casi le scosse impartite sono state multiple o
prolungate, atti potenzialmente nocivi come sottolineato anche da uno studio
preliminare diffuso nel mese di aprile dal Dipartimento della difesa.
Diversi
dipartimenti di polizia hanno sospeso l’uso di taser e altri ne hanno limitato
le possibilità di utilizzo. Tuttavia la maggioranza dei reparti delle forze
dell’ordine continuano a ricorrere ai taser in un’ampia varietà di circostanze,
come ad esempio quando una persona disarmata oppone resistenza all’arresto o si
rifiuta di obbedire agli ordini degli agenti. Anche persone con problemi mentali
o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, minorenni e anziani sono stati
colpiti dalle scosse elettriche di taser. AI ha rinnovato la richiesta alle
autorità degli Stati Uniti di sospendere l’utilizzo e la vendita di taser e di
altre armi a scossa elettrica in attesa che venga condotta un’inchiesta
indipendente sul loro utilizzo e sui loro effetti.
*A febbraio, in Florida, la polizia ha colpito con un taser una ragazza
tredicenne che era venuta alle mani con la propria madre. La ragazzina era
ammanettata sui sedili posteriori dell’auto degli agenti quando è stata colpita
dalla scarica elettrica.
*Sempre a febbraio, un ragazzo disabile mentale di 14 anni ha avuto un
arresto cardiaco dopo essere stato colpito da un taser a Chicago, in Illinois.
Il ragazzo era seduto su un divano in una casa di cura e, secondo i poliziotti,
avrebbe tentato di alzarsi in piedi «con un atteggiamento aggressivo». I medici
che lo hanno soccorso, hanno affermato che le scosse avevano causato una grave
alterazione del ritmo cardiaco che avrebbe condotto il ragazzo alla morte se non
fosse stato rianimato immediatamente sul posto.
*Il diciassettenne Kevin Omar è entrato in coma dopo essere stato colpito per
tre volte con un taser dalla polizia di Waco, in Texas. Il giovane è deceduto
due giorni dopo. Gli agenti erano intervenuti poiché il ragazzo, sotto l’effetto
di droghe, si stava comportando in maniera bizzarra. Il medico legale ha
affermato di ritenere che il taser avesse contribuito al decesso della
vittima.
Abusi ai danni di lesbiche, gay, bisessuali e transgender
Nel mese di settembre la sezione statunitense di AI ha pubblicato un rapporto
intitolato Stonewalled: police abuse and misconduct against lesbian, gay,
bisexual and transgender people in the United States. Il documento sottolinea
come, nonostante vi sia un completo riconoscimento dei diritti di lesbiche, gay,
bisessuali e transgender (LGBT), molti di loro sono vittime di trattamenti
discriminatori e aggressioni fisiche e verbali da parte della polizia.
All’interno della comunità LGBT, transgender, persone di colore, giovani,
immigrati, senzatetto e lavoratori del mercato del sesso sono tra le persone
maggiormente esposte al rischio di abusi. Il rapporto mette in luce anche il
fatto che spesso gli agenti non intervengono adeguatamente nei casi di reati
motivati dall’odio o di violenza domestica ai danni di lesbiche, gay, bisessuali
e transgender.
Pena di morte
Nel corso dell’anno, sono state messe a morte 60 persone, portando il numero
complessivo delle esecuzioni a 1.005 da quando queste furono ripristinate nel
1977, al termine di un periodo di moratoria. Due reclusi sono stati rilasciati
dal braccio della morte dopo essere stati riconosciuti innocenti. Dal 1973, sono
stati 122 gli innocenti liberati dal braccio della morte.
Il 1° marzo, la
Corte Suprema degli Stati Uniti ha vietato le esecuzioni dei condannati che
avevano meno di 18 anni al momento del reato, portando gli Stati Uniti in linea
con gli standard internazionali in materia. Dal 1977 erano stati messi a morte
22 minorenni al momento del reato.
Sono continuate le esecuzioni di persone
affette da malattie e disturbi mentali, di prigionieri a cui era stata negata
un’adeguata rappresentanza legale e di persone nei cui casi era stata contestata
la regolarità delle prove a carico.
*Troy Kunkle è stato messo a morte il 25 gennaio in Texas, nonostante
soffrisse di gravi disturbi mentali, compresa la schizofrenia, i cui relativi
referti non erano stati presentati alla giuria che aveva emesso la sentenza di
morte. Kunkle aveva da poco compiuto 18 anni all’epoca del reato e nell’infanzia
aveva sofferto di abusi e privazioni.
*Frances Newton è stata messa a morte in Texas il 14 settembre nonostante
persistessero diversi dubbi sulla fondatezza della sua condanna. La donna era
stata riconosciuta colpevole sulla base di prove indiziarie e si era sempre
proclamata innocente.
L’uragano Katrina
Nel mese di agosto, l’uragano Katrina ha devastato la Louisiana uccidendo più
di 1.000 persone e lasciandone altre centinaia di migliaia senza casa, accampate
in luoghi di fortuna senza cibo, acqua pulita e cure mediche. Il disastro
umanitario ha suscitato ira nell’opinione pubblica per l’operato del governo
federale, accusato di aver risposto all’emergenza in modo lento.
Secondo le
denunce, decine di detenuti della prigione municipale di New Orleans sono stati
abbandonati dalle guardie dopo l’uragano. Secondo quanto riportato, i
prigionieri sono rimasti rinchiusi nelle celle per giorni senza cibo né acqua,
mentre il livello dell’inondazione stava crescendo. Secondo alcune notizie,
negate dalle autorità della Louisiana, alcuni reclusi sarebbero affogati. AI ha
sollecitato l’apertura di un’inchiesta sull’accaduto e sulle denunce riguardanti
possibili maltrattamenti avvenuti nel corso dell’evacuazione dei detenuti,
richiedendo alle autorità di rendere conto di ogni prigioniero.
Altre preoccupazioni
Nel mese di ottobre AI e Human Rights Watch hanno pubblicato uno studio
congiunto intitolato The Rest of Their Lives: Life without Parole for Child
Offenders in the United States nel quale viene messo in luce come negli
Stati Uniti almeno 2.225 minorenni al momento del reato stiano scontando
condanne all’ergastolo senza possibilità di essere scarcerati sulla parola.
Condanne di questo tipo riguardanti minorenni sono vietate dalla Convenzione sui
diritti dell’infanzia, firmata, ma non ratificata dagli Stati Uniti. Nei casi
esaminati nel rapporto, il 16% degli imputati aveva un’età compresa tra 13 e 15
anni al momento del reato e per il 59% si trattava della prima condanna. Molti
sono stati condannati per aver preso parte a un crimine conclusosi con un
omicidio, ma in assenza di prove dirette del loro coinvolgimento nello stesso.
Il rapporto ha sollecitato le autorità statunitensi a impedire le sentenze a
vita senza libertà sulla parola per i minorenni e a consentire ai minorenni che
stanno scontando pene di questo genere l’accesso immediato alle procedure legali
per ottenere il rilascio sulla parola. Nel mese di luglio Daniel Strauss e
Shanti Sellz, due volontari dell’associazione No More Deaths, sono stati fermati
da una pattuglia della guardia di confine mentre stavano prestando aiuto nel
deserto dell’Arizona a tre migranti messicani che necessitavano di cure mediche
urgenti. Gli attivisti sono stati accusati di reati collegati all’immigrazione
clandestina passibili fino a 15 ani di carcere. Ogni anno centinaia di migranti
irregolari o privi di documenti perdono la vita nel deserto cercando di
attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti, soprattutto a causa delle
elevate temperature che in Arizona arrivano ai massimi livelli proprio nel mese
di luglio. AI ha chiesto che le accuse fossero archiviate in quanto i volontari
non stavano aiutando gli immigrati a eludere i controlli, ma cercavano
unicamente di salvare loro la vita. preso da: carmillaonline
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