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I BUONI AFFARI DI HALLIBURTON |
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Postato da Francesco
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martedì 31 gennaio 2006 |
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di Bianca Cerri
Sembra che il filo spinato elettrificato, piazzato alle
frontiere tra America e Messico, non riesca più ad impedire il passaggio di
immigrati clandestini che tentano di entrare negli Stati Uniti per trovare
sollievo alla miseria. L'Arizona Republic si lamenta del dolore e della
fatica di chi vive nelle zone di frontiera dove, nonostante le centinaia di
contractors armati fino ai denti, capita di ritrovarsi accanto un messicano
affamato. E non passa giorno senza che tra i derelitti ci scappi il morto. Non
certo per colpa delle guardie armate, assicura James Gilchrist, presidente della
Minuteman Project, che dirige l'andirivieni dei contractors, la colpa è
dei clandestini. Fortuna che i guai stanno per finire: il Dipartimento della
Difesa ha firmato un contratto con la Halliburton per la costruzione di campi di
detenzione dove finiranno quelli che tentano di attraversare illegalmente la
frontiera. Il fatto che al vertice della Halliburton sieda il Vice Presidente
Usa, Dick Cheney, non procura nessun imbarazzo, semmai un lievitare dei
costi.
Sono ormai vari anni che la Halliburton è divenuta una specie di
prolungamento naturale del governo USA. Dopo l'11 Settembre, data in cui Bush ha
iniziato a riferirsi agli immigrati come "invasori da rimpatriare", nella sede
centrale di Houston erano sicuri che il compito di rimettere ordine sarebbe
stato affidato a loro. Qualcuno si chiede: non sarà paradossale quanto ipocrita
affidare un business da 395 milioni di dollari per la costruzione di campi di
concentramento destinati agli immigrati ad una multinazionale che approfitta
spesso delle loro indigenza per farli lavorare in cambio di paghe risibili?
Alcuni degli ispanici assoldati per la ricostruzione di New Orleans, anch'essa
affidata ad Halliburton, avevano camminato giorni e giorni per raggiungere i
confini ed erano privi di visto d'ingresso, ma sono stati accolti a braccia
aperte dalla multinazionale di Houston e dal suo stuolo di appaltatori decisi a
sfruttarli fino all'osso. Ma nessuno sembra averci fatto caso, trattandosi di
una pratica già sfruttata molte volte in Iraq sempre da Halliburton, il cui
presidente è oggi estasiato davanti al nuovo contratto miliardario e quindi il
problema non si pone. Un fatturato così non si vedeva da almeno 86 anni, ha
annunciato felice come una pasqua.
Per Halliburton, la guerra è sempre stata una manna, tanto che all'Hilton di
Kuwait City ricordano ancora con nostalgia il via vai dei dirigenti a 200
dollari a notte per posto letto nel 1991. Qualche anno dopo, l'Afghanistan
aggiunse altri 56 milioni di dollari ai conti della compagnia e, in tempi più
recenti, l'Iraq fece saltare di gioia il vice presidente americano Cheney, già
proprietario di Halliburton, che dal marzo del 2003 ha visto aumentare il
proprio stock azionario del 23%. Ma è nulla in confronto a quello che
renderà la speculazione sugli immigrati, che ha già fatto incassare 395 milioni
di dollari prima ancora che venga spianato il terreno. I cittadini statunitensi
si sono fatti ammansire talmente bene dalla presunta lotta al terrorismo, che
neppure se ne sono accorti; come non immaginano neppure che i porti di New York
e del New Jersey, dove passa il 12% delle merci che vengono importate nel paese
non possiedono neppure un sistema di controllo elettronico. Tutti i fondi sono
andati agli Stati che confinano con il Messico, come Texas, Arizona, California,
dove transitano i messicani in fuga dalla miseria. Ventunomila di questi hanno
subito una condanna per violazione alle leggi sull'immigrazione. Visto che le
carceri americane sono già fin troppo affollate, l'amministrazione Bush ha avuto
l'idea di costruire i campi. Perchè l'America, dicono i capi di Halliburton, è
un paese che attrae gente di tutti i tipi e non può permettersi di essere
vulnerabile, costi quel che costi. E renda quel che renda.
Fonte: altrenotizie
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