"Sai cosa c'è? Alla fine uno si rompe le balle di avere paura. Ho
22 anni e vivo ogni giorno a sotto ricatto. Paura di non farcela a riscattare
tutti i crediti, del contratto da precario in scadenza, di non poter più pagare
l'affitto e dover tornare dai miei, di non trovare un vero lavoro dopo la
laurea, della crisi mondiale e dell'aumento delle bollette. Campo a testa china
e tiro avanti sperando che domani sia migliore. Ma se mi dicono che domani non
c'è più, l'hanno tagliato nella finanziaria, allora basta. Non mi spaventa più
Berlusconi che dice di voler mandare la polizia. Non mi spaventa nulla, sono
stufo. E finalmente, respiro". Marco è uno degli studenti della Sapienza che
occupano la facoltà di Lettere. È lui ad aver proposto in assemblea alla
Sapienza lo striscione che oggi è su tutte le facoltà occupate d'Italia: "Io non
ho paura", in risposta alle minacce di Berlusconi, al solito smentite. "Non
scrivere leader, che mi sfottono. Promesso?".
Sono le nove e sulla Roma
autunnale è calata un'improbabile notte di primavera. Improbabile come questo
movimento, nato nel momento peggiore, cresciuto oltre ogni previsione, senza
neppure il tempo di darsi un nome. Per trovarlo hanno indetto un referendum sul
sito della rivolta universitaria, www.UniRiot.org, e l'ha spuntata "Onda
anomala". In breve, "l'onda", "noi dell'onda" dicono, come fossero contradaioli.
Avete presente il '68, il '77? Altra storia. L'arrivo alla facoltà
occupata è confortante o deludente per chi ha in mente e negli occhi la Sapienza
delle assemblee oceaniche sessantottine o il teatro di guerra della cacciata di
Lama. C'è un gran silenzio. Si sentono echi di radiocronache di pallone,
autoambulanze lontane, perfino un coro classico che prova nella facoltà di
Fisica. Pochi ragazzi nella piazza, sui viali qualche sperduto capannello. Vuoi
vedere che è la solita montatura nostalgica di un '68 che non può tornare? Ma
dentro le aule, i dipartimenti brulicano di centinaia di ragazzi che discutono,
studiano, lavorano al computer, organizzano le manifestazioni del gran giorno,
oggi, davanti al Senato. Tessono reti in tutta Italia ed è un bollettino di
guerra: "Ore 11: Occupata Roma Tre! Ore 15: occupata Ingegneria! Ore 19:
occupata l'Orientale di Napoli!". E poi Firenze, Cagliari, Napoli, Bologna:
"Stiamo vincendo!". Giancarlo Ruoco, capo dipartimento di Fisica, 49 anni, un
passato giovanile nei movimenti, osserva: "Il paragone di numeri col '77 è
improponibile, ma di sicuro questo è il movimento studentesco più partecipato
degli ultimi trent'anni. Non c'è Pantera o protesta contro la riforma Moratti
che tenga. Allora eravamo quasi più docenti che studenti in piazza. Ora sono il
doppio, il triplo, e sembrano decisi ad andare fino in fondo"
Quando i telegiornali della sera hanno diffuso il
diktat poliziesco di Berlusconi, i ragazzi più grandi hanno brindato con birre e
applausi, fra gli sguardi perplessi e intimoriti delle matricole. Che c'è da
festeggiare se il premier minaccia manganellate? "Il fatto è che gli stiamo
mettendo paura, noi a loro. È la reazione scomposta di uno che si sente debole,
che non si aspettava tutto questo, non ha una strategia e pensa di risolvere al
solito modo, con la polizia, come si trattasse di rifiuti, camorra o periferie
insicure". Chi parla è Luca, 23 anni, un'ottima laurea in lettere a Milano,
venuto a Roma per specializzarsi in filologia romanza. È di Monza: "Perfino lì
hanno cacciato la Gelmini da un comizio, e non se l'aspettava. A Monza, dov'è
nata la Lega, cinquant'anni di Dc. Non hanno proprio capito che la politica non
c'entra, la sinistra qui non comanda niente. Quando è venuta la ragazza mandata
da Veltroni (Giulia Innocenzi, ndr), chiaramente in vista della
manifestazione di sabato, le abbiamo strappato i volantini. La Cgil ha cercato
di mettere il cappello sul movimento e li abbiamo costretti ad arrotolare le
bandiere rosse. Per me il Pd significa poco, l'opposizione è inesistente,
Berlusconi non è chissacché, non mi suscita nessun sentimento. È soltanto un
vecchio che fa discorsi vecchi. Insomma, qui non c'entra la politica, c'entra la
vita. Il mio futuro, quello di Francesco, Vanessa, Ilaria...".
"La mia
vita attuale è questa. Studio come un pazzo per finire in fretta e bene, lavoro
in un call center, dormo in una camera a 500 euro al mese. E sopporto pure che
un Padoa- Schioppa o un Brunetta o una Gelmini mi diano del bamboccione o del
fannullone. Ma non che taglino i fondi all'università per fare affari con
l'Alitalia, aiutare la Fiat o le banche dei loro amici. La crisi io non la pago.
Questa settimana di proteste è stata la più bella esperienza di questi anni. Si
respira, si parla, si discute dei sogni, del futuro. Penso sia un mio diritto.
Ai vostri tempi era magari diverso. I corsi universitari duravano mesi, avevi
sempre gli stessi compagni, gli stessi professori. In ufficio o in fabbrica eri
solidale con l'altro operaio o impiegato. Ora io seguo decine di corsi dove non
incontro mai le stesse persone e poi lavoro in un call center dove il mio vicino
di scrivania cambia sempre, a ogni turno, senza contare che abbiamo tutti le
cuffie e non c'è neppure la pausa caffè. In questi giorni ho alzato la testa, mi
sono guardato intorno, ho conosciuto studenti da tutta Italia, mi sento vivo".
E' un rivolta di bravi ragazzi, della nostra meglio gioventù. Non è una
rivolta contro i padri, come furono le altre, ma di giovani che prendono sul
serio le parole dei padri. Vogliono studiare, uscire di casa, fare carriera per
meriti e non per conoscenze, crescere insomma e scoprono che in Italia non è
possibile. Non è possibile per un giovane essere "normale". Da qui la rabbia di
questi ragazzi miti. Anche un po' secchioni. Luca e altri, con Francesco e
Vanessa, ieri ospiti di Santoro, hanno tirato l'alba a studiare la legge Gelmini
nei minimi particolari, scovando un'infinita serie di contraddizioni. Un bel
lavoro e anche una lezione per l'opposizione parlamentare che deve aspettare la
Gabanelli per accorgersi della norma salvamanager infilata nel decreto Alitalia.
"La legge è piena di cazzate" mi spiegano "Taglia i fondi per la ricerca, che in
Italia è l'uno per cento del Pil contro il tre della media europea e del
trattato di Lisbona. Riduce il numero dei ricercatori che da noi sono tre ogni
mille abitanti, contro l'obiettivo di otto. Non taglia le sedi universitarie,
che in Italia sono 115, più di una per provincia, con decine di corsi
frequentati da un solo studente. Soltanto Roma ha sedi decentrate a
Civitavecchia, Rieti, Pomezia: Ma quelle rispondono a interessi clientelari".
Ilaria, che incontro a Fisica, "ci vediamo sotto la lapide di Fermi",
snocciola dati statistici come formule, sospira e conclude: "Non che m'interessi
più di tanto, perché fra un anno vado in Inghilterra. Però mi sembra giusto
dirlo, protestare finché si può". Il Dipartimento di Fisica, quello di Fermi e
Amaldi, è il fiore all'occhiello della gloriosa e ormai sfasciata Sapienza. E'
quarta nelle classifiche europee, fra le prime dieci del mondo, dentro
un'università che non compare neppure fra le prime cento. La fuga dei cervelli
all'estero è la norma e cresce di anno in anno.
Nell'"Onda" Fisica è
stato il laboratorio creativo. Il corpo docente, fra i migliori d'Italia, ha
appoggiato senza riserve la protesta. "Tanto con l'appello contro la lectio
magistralis del Papa ci aveva già criminalizzato. Peggio non può succedere".
Fernando Ferroni, professore di fisica delle particelle elementari, presidente
dell'istituto nazionale di fisica nucleare, uno degli scienziati che ha
collaborato all'accensione dell'Lhc al Cern di Ginevra, è solidale ma pessimista
sulle sorti dell'Onda: "Hanno ragione da vendere ma il clima culturale è il
peggiore possibile. Non c'è sensibilità per questioni complesse come la
formazione, la ricerca. Il governo fa discorsi primitivi, insensati ma efficaci.
L'opposizione ne sa poco o nulla. Non ha capito la portata del disegno. Qui
stanno dismettendo l'istruzione pubblica, un pezzo per volta. E' una cosa mai
successa in nessuna parte del mondo civile. Negli Stati Uniti, il paese più
malato di iper capitalismo, l'università pubblica rimane ancora fortissima. Uno
studente di Fisica può scegliere di pagare quattromila dollari a Berkeley o
quarantamila a Stanford, ma la qualità è la stessa, alla fine si spartiscono lo
stesso numero di premi Nobel. Per non parlare dell'Europa. Qui invece fra pochi
anni l'istruzione pubblica, di questo passo, sarà relegata alla marginalità,
alla serie B, a quelli che non possono permettersi di meglio. Il tema è enorme,
tocca l'essenza dei diritti di cittadinanza, ma temo che non passerà.
Criminalizzeranno la protesta, faranno scoppiare qualche incidente, e i media
andranno dietro l'onda, l'altra, quella del potere. Bisognerebbe bucare questo
muro di conformismo, ma come?"
Gli studenti si sono posti il problema
d'"inventarsi qualcosa di nuovo", ne discutono in assemblea, su Internet,
chiedono idee, consigli. "L'importante è evitare paragoni col passato, gli
slogan in rima, le bandiere della politica, le stesse forme di lotta di fronte
alle quali la gente dice "l'ho già visto"e passa oltre" spiega Laura, 23 anni,
delegata alla comunicazione di Fisica. "Ci siamo inventati le lezioni in
pubblico, con la lavagna a Piazza Farnese, un successo con i passanti che si
fermavano a chiedere. Venerdì (oggi, ndr) saremo a Montecitorio".
Sono rimasti a discutere le nuove forme di lotta fino
alle tre, poi è entrato Stefano con le birre. "Che ha fatto la Roma?" "Lasciamo
perdere... Aò, ma la volete smettere col dibattito? E fateve 'na birra, 'na
canna, che so". Bisogna fare la colletta per i cornetti. Che cosa? "Al
picchettaggio offriamo cornetti agli studenti che vogliono entrare. Li hai mai
visti i picchetti con i cornetti? Lo voglio vedere Berlusconi che manda
l'esercito. A noi non ci fregano con le provocazioni, non ci vedrai mai fare
questo". E mostra il gesto della P38". Chissà se non li fregano. Quarant'anni fa
era cominciato con le colazioni ai bambini poveri, i sit-in pacifici, il clima
da "Fragole e sangue", ingenuo e fiducioso. Fino alla prima carica della
polizia. Stefano prende la chitarra, sono ormai le tre, per tenere sveglia la
truppa. Nella musica sono conservatori, l'eterno rock, i vecchi cantautori, da
De Andrè a Ligabue, che ormai viaggia per i cinquanta. Alle quattro crolla pure
il cantante, qualcuno si rinchiude nei sacchi a pelo, altri s'infrattano,
qualcuno riprende a discutere fino all'alba, a parlare dei propri sogni, come
tutti a vent'anni, mentre il sole sorge sempre da un'altra parte.
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