di Valerio Evangelisti da Carmillaonline
1. Le rovine di Buffalo
L’anno scorso, 2007, mi trovai a viaggiare per il nord degli Stati Uniti,
proveniente dal Canada, in compagnia di un amico, docente universitario a
Toronto. Rimanemmo molto colpiti da ciò che vedevamo. Villaggi in rovina, quasi
disabitati. Accampamenti di roulottes. Una città famosa, Buffalo, ridotta a un
fantasma. Alle 18 del pomeriggio le vie erano quasi completamente deserte, a
parte qualche barbone di colore, dal ventre prominente e con la bottiglia in
mano. Donne obese che trascinavano la loro borsa fino alla fermata dell’autobus.
Attorno, grattacieli di tipo newyorkese con una metà dei vetri rotti. La stessa
Camera di Commercio, concepita a mo’ di monumento, necessitava di riparazioni.
Quello che la guida proponeva come “quartiere dei divertimenti” era una sfilza
di immobili cadenti e di porte sbarrate. Unica presunta attrattiva un caffè
Starbuck con due tavolini all’aperto. Non c’era altro.
Questo per dire che la crisi finanziaria, cominciata negli Stati Uniti e ora
estesa all’Europa e al mondo intero, non mi ha colto di sorpresa. Prima che la
finanza, stava soffrendo l’economia reale, in buona parte del cosiddetto
Occidente. Buffalo era stata a suo tempo città industriale, finché le sue
fabbriche non furono condannate a morte, per via della “globalizzazione”, della
“delocalizzazione” e dell’incapacità di reggere una concorrenza fattasi
mondiale. Per i padroni una soluzione semplice: investire altrove. Per la
forza-lavoro nessuna soluzione, salvo ridurre progressivamente i propri consumi.
Fino a trovarsi in miseria nera, e non consumare affatto. A parte i periodi di
scarse occasioni lavorative a breve termine, senza garanzie di un reddito
duraturo. Il cosiddetto precariato – o, per dirla in termini moderni, la
“flessibilità”. Si badi alla valenza delle parole. Quanti elogino, o abbiano
elogiato in passato, la “flessibilità”, sono dall’altro lato della barricata
(cioè dalla parte del padronato), quale che sia la loro bandiera.
Chi aveva
appartenuto alla classe media aveva spesso stipulato mutui con le banche per
comperarsi una casa, nella certezza di poterli rimborsare nel tempo. Non si era
atteso che l’ammontare delle rate mensili d’improvviso crescesse, fino a
triplicarsi o a quadruplicarsi. Quando non ce la fece più, smise di pagare.
Lasciando, giustamente, le banche stesse in mutande, e intente a vendere
pacchetti di clienti morosi alle loro consorelle. Si scambiavano sacchetti di
spazzatura attraverso il mondo intero, fingendo che valessero qualcosa. Mentre
la loro vittima sfruttava la sua carta di credito fino all’esaurimento.
Fin
qui arrivano le analisi correnti, leggibili ovunque. Occorre spingersi un poco
più in là. Altrimenti sembra che la causa di tutto sia stata l’eccessiva fiducia
del sistema bancario nei confronti della solvibilità di poveri cristi. Colpevoli
reali, per lo meno di imprudenza, a rigor di logica.
2. L’orologio del
capitalismo
Perché le rate dei mutui erano aumentate? Perché la Federal Reserve aveva,
tra il 2003 e il 2007, quintuplicato il tasso di interesse, dopo averlo ridotto
nel triennio precedente a un semplice 1%. Con l’abbassamento aveva sollecitato
compere e investimenti, con l’innalzamento tentava di reagire al rialzo mondiale
del prezzo del petrolio e di altre materie prime. In pratica, cercava di
scoraggiare l’acquisto di prodotti petroliferi, rendendoli più costosi; ma così
facendo, oltre a frenare gli investimenti (e a generare precariato e
disoccupazione), colpiva gravemente chi fosse in posizione debitoria, come un
gran numero di americani.
Va spiegato, semplificando all’estremo, che un
imprenditore che voglia investire deve per forza ricorrere al prestito bancario.
Se il tasso d’interesse praticato dalla banca (legato per varie vie al tasso
ufficiale deciso dagli organi centrali) è alto, vi rinuncia. La sua rinuncia
produrrà disoccupazione e minor consumo. Se invece è basso, vi sarà espansione.
Con la conseguenza negativa che un maggior numero di occupati, elevando la
domanda di merci, genererà inflazione. La piaga più temuta dal liberalismo oggi
dominante. La teoria economica che ai giorni nostri, vinto il nemico
“socialista” (ma anche il nemico semplicemente keynesiano), esercita la propria
dittatura, ha fatto dell’inflazione uno spauracchio.
Si tratta di scegliere
chi favorire. In Italia, quando l’inflazione era al 27% e vigeva la scala
mobile, la classe operaia stava benissimo e pareva chiamata ad alti destini. Non
appena chi diceva di rappresentarla si è adeguato alla “compatibilità”, alla
“concertazione”, al “patto tra produttori”, l’inflazione è scesa, però a prezzo
di un indebolimento economico e politico della classe operaia che preludeva al
suo disfacimento. Gli autori del crimine hanno un nome: CGIL-CISL-UIL. La prima
è caduta nel ridicolo. Snobbata dalle altre due confederazioni, oggi non è
nemmeno ammessa ai tavoli di trattativa. Si è formata una nuova “triplice”,
CISL-UIL-UGL (la ex Cisnal). Dal centro”sinistra” alla destra tout court.
Restino sacrosanti i fischi che, nel 1977, accolsero Luciano Lama all’università
La Sapienza di Roma. Osava presentarsi a proporre la fine della rivolta, o la
sua canalizzazione istituzionale, contro un ordine che, prima che ingiusto, è un
condensato di follia.
Il capitalismo è questo: una specie di pendolo
demenziale, che deve mantenere un precario equilibrio tra grandezze
contraddittorie e dotate di dinamica contrastante. Investimenti / inflazione
/ occupazione contro Recessione / deflazione / disoccupazione. Nei
momenti estremi la scelta è puramente politica e di classe. La destra liberista
(oggi dominante) pensa che il maggior nemico sia l’inflazione, e lo si vede
dall’ostinazione della BCE nel non abbassare i tassi, salvo esservi costretta –
in questi giorni - dalla crisi galoppante. La sinistra che si accontenta del
sistema crede invece che ciò che va combattuto sia in primo luogo la
disoccupazione, ma, non osando e non volendo affrontare il problema nel suo
assieme, propone di detassare salari e pensioni, senza toccare i profitti, sacri
e intangibili.
Inutile chiederle un’analisi più profonda. Inutile farle
notare che, se c’è una questione di salari bassi, essa è legata a profitti
troppo elevati, e che non ci sono espedienti per aumentare i primi (detassazioni
in busta paga e simili) slegati dalla necessità di diminuire i secondi.
Riconoscerlo, sarebbe fare rientrare in campo l’odiata lotta di classe.
Non
sia mai. Dogma della “sinistra moderna” è che il mercato è la regola,
l’inflazione è il nemico comune, il passaggio dal pubblico al privato la sola
via per abbattere lo spauracchio inflazionistico, la concertazione l’unico modo
per unire lavoro e capitale contro un avversario fantasmatico: il debito
pubblico, lo spettro incombente.
3. Goldfinger
Ciò dovrebbe fare sorridere, invece fa sogghignare, bene che vada. Non stiamo
parlando di grandezze reali, ma di grandezze virtuali. Parliamo di denaro,
all’origine avatar di una qualche merce, mentre oggi non ne rappresenta alcuna,
tradotto com’è in astratti ghirigori matematici. Ci fu un tempo in cui la moneta
simboleggiava l’oro, ma era un’epoca remota. A parte il fatto che le riserve
auree oggi esistenti non hanno alcun corrispettivo nelle monete, meno che mai
nel dollaro (lo 007 di Operazione Goldfinger troverebbe ai giorni nostri,
nel violare Fort Knox, pochi lingotti e molte ragnatele), se si gratta sotto i
simboli monetari non si trova nulla. Né ricchezze, né produzione, né
esportazione di merci. Solo scartafacci di operazioni matematiche, numeri e
curve sullo schermo di un computer. I paesi più indebitati sono in realtà quelli
più ricchi di beni reali. Tutta l’Africa, una parte dell’Asia, l’America Latina.
Da là vengono petrolio e gas, carbone e legno, e grano e uranio e diamanti.
Quei paesi dovrebbero dominare, vista la loro supremazia in termini
spendibili, reali. Invece sono i più asserviti e indebitati. Asserviti
all’astrazione della moneta, prigionieri di un debito stabilito per convenzione.
Mentre gli Stati Uniti non producono quasi un cazzo (fortuna che hanno
un’America Latina pronta a importare orridi televisori NTSC, in cui la visione
ha la qualità di una videocassetta avariata; e macchinoni ridicoli per
dimensioni, nelle strade messicane o peruviane), salvo un software che in India
o in Cina sono capaci di imitare in un giorno.
La sola merce esportabile
dagli Usa è il dollaro, valuta universale di scambio (come lo è la lingua
inglese, propagata in mille declinazioni, e sempre più lontana dall’originale).
Solo che esportare moneta e importare merci, che non si è capaci di produrre da
soli, può condurre a una impasse. Per motivi materiali? In parte sì, come
vedremo, ma principalmente per motivi immateriali, psicologici – come è
naturale, dato che stiamo parlando di astrazioni.
4. La guerra, ancora “igiene del mondo”
Può venire meno, per esempio, la fiducia nel dollaro. L’amministrazione Bush
accende due o tre focolai di guerra nel mondo, confidando, come aveva fatto Bush
Sr per Grenada, Panama, l’Iraq, o Clinton per i Balcani, in una rapida soluzione
dei conflitti. Se va bene, è una pacchia per tutto il sistema economico
occidentale. Bacini interi di materie prime sotto controllo, possibilità di
investire nella ricostruzione dei paesi devastati, l’industria militare che fa
da volano all’intera economia. La guerra incide anche su settori non
direttamente coinvolti, da quello dell’intrattenimento (il cinema di Hollywood
ha campato per un ventennio sul secondo conflitto mondiale) a quello
dell’alimentazione per eserciti d’occupazione e popoli “liberati”. Più
naturalmente l’onnipresente finanza, pronta a radicarsi con filiali bancarie e
assicurative nei territori sottomessi.
Questo, però, in caso di vittoria. E
se invece si profila una sconfitta? Se gli iracheni non si rassegnano a essere
colonia, se gli afghani non si lasciano piegare (buone o cattive che siano le
loro ragioni)? Se, insomma, una guerra si impantana e non procura né materie
prime, né prospettive di investimenti nell’edilizia, né altri stimoli per i
settori economici che vi si sono gettati? Se moltiplica i suoi costi?
La
risposta era più sopra. Il prezzo del petrolio e di altre materie prime, fuori
controllo, sbanda paurosamente verso l’alto. Quale reazione si alzano i tassi
d’interesse, con effetti disastrosi anche sui mutui (tra molte altre variabili).
Una popolazione già deprivata del salario indiretto costituito dai servizi
sociali, viste le risorse illimitate destinate a guerre perse, si trova senza
casa o soggetta a mutui assurdi di punto in bianco. Le banche, che per un
decennio avevano giocato sui debiti dei poveri, confezionandoli in pacchetti
utili allo scambio, non riescono più a continuare il gioco di prestigio. I
sacchetti di spazzatura adesso sono vuoti, e ogni potenziale compratore se ne
accorge con facilità. Gli istituti di credito, che di sacchetti ne avevano
accumulati troppi, si ritrovano i magazzini pieni di fuffa, impossibili da far
circolare.
Ma non è tutto. L’ultima frontiera della finanza è l’economia
reale (come prediceva Rudolf Hilferding), a partire dal settore di base, quello
alimentare. Ai primi sintomi di sisma industriale, i fondi di investimento
americani, seguiti da quelli di tutto il mondo, si gettano sui cereali e su
altre coltivazioni di generi commestibili, facendone aumentare il prezzo a
dismisura. E’ un mercato poco controllabile, viste le miriadi di produttori
individuali. Il solo mezzo per disciplinarlo sono gli OGM, che costringono chi
semina a stare alle condizioni di chi vende le sementi. L’esito è chiaro agli
occhi di chi acquista pasta, pane e altri generi di prima necessità. Il loro
prezzo aumenta all’inverosimile. Aveva problemi irresolubili con i mutui per la
casa, adesso ne avrà anche con l’alimentazione quotidiana. Beato lui se vive nel
Primo o Secondo mondo, dove fa ancora, teoricamente, parte della “classe media”.
Guai a lui se abita nel Terzo o nel Quarto. I mutui subprime sono al di
là della sua portata. Invece vi rientra il prezzo dei cereali di cui si nutre.
Impossibilitato a comperarli, cercherà di immigrare nel “ricco” Occidente.
Ignaro del fatto che, se il cibo costa troppo per lui, ciò dipende da scelte
operate dal fondo pensione degli insegnanti elementari statunitensi (il più
forte di tutti). E che, se il suo paese è soffocato dal debito, quest’ultimo è
infinitamente inferiore al debito Usa. Nascosto dall’impiego del dollaro quale
valuta di scambio.
5. Viva Hilferding!
Bisognerebbe riscoprire Rudolf Hilferding, da cui Lenin attinse a piene mani,
pur coprendolo di insulti per le prese di posizione contingenti dell’economista.
Cosa sosteneva Hilferding, ne Il capitale monopolistico? Che il capitale
astratto avrebbe progressivamente preso le redini dell’economia produttiva, fino
ad assumerne il pieno controllo. Non con un atto di forza, bensì per reciproca
complicità. I profitti reinvestiti nel settore finanziario, a scapito degli
investimenti nella produzione di merci. Il monopolista e il banchiere che
finiscono per essere una persona sola. Anzi, una non-persona: Monsieur Le
Capital l’aveva chiamata Marx (e così l’avrebbe chiamata uno studioso
lucidissimo, Marco Melotti, scomparso di recente).
Hilferding è stato tra i
pochi, seri, continuatori di Marx, al di là di scelte politiche oggettivamente
discutibili, e di soluzioni controverse (secondo lui, nazionalizzando le banche,
un governo socialista avrebbe automaticamente assunto il controllo delle grandi
imprese). Ciò che resta valido, nel suo ragionamento, è la denuncia della
tendenza del capitalismo a farsi progressivamente più evanescente, a fondarsi su
un sistema simbolico sempre più distante da ciò che crea ricchezza, e cioè il
lavoro.
Perduto il referente concreto, si avrà un assetto instabile, soggetto
a periodiche crisi (qui non è più Hilferding che parla, ma Marx in persona).
Fino alle paradossali inversioni cui il capitalismo moderno ci ha abituati.
Un’azienda è tanto più sana quanti più lavoratori espelle (sì, ma quanto
consumeranno dopo gli espulsi? Quale domanda solleciterà gli investimenti?).
Un’economia è tanto più solida quanto più comprime la spesa (meno servizi
gratuiti, minore accesso a ciò che spetterebbe di diritto: salute, casa, scuola
e altri capisaldi del vivere civile. Privatizzare il privatizzabile). Un paese è
tanto più povero quanto più è ricco di risorse naturali.
Su tutto, lo spettro
sempiterno di minacce diaboliche e impalpabili: il debito incombente, la
stramaledetta inflazione, l’eccesso di moneta sui mercati, ecc. A suo tempo, da
Keynes si passò a Milton Friedman, e a lui si ispirarono Ronald Reagan e
Margaret Thatcher, più i loro devoti successori. Peccato che Friedman, e con lui
gli economisti supply siders, mai abbiano messo assieme una dottrina organica
dell’economia. Andavano a casaccio. I loro seguaci hanno messo (temporaneamente)
in ginocchio il Cile e l’Argentina. Frutto dei loro esperimenti sono anche i
polacchi che si offrono di pulirci i parabrezza ai semafori.
Per inciso, la
non-dottrina di Friedman oggi è adottata dalla Banca Centrale Europea (l’ha
inclusa anche nel progetto di Costituzione e nel patto di Lisbona) e
dall’Occidente nel suo assieme. Se come teoria fa acqua, i suoi risvolti
politico-sociali sono netti: smontare la classe operaia – o più in generale il
proletariato – quale soggetto compatto, portatore di istanze collettive.
Scinderla in individui costretti a contrattare individualmente, o a piccoli
gruppi, la propria sopravvivenza. Abolire i contratti di lavoro nazionali, in
modo da lasciare i soggetti deboli in balia di se stessi. Illuderli con lo
specchietto di una falsa autonomia, in modo che l’azienda possa, all’occorrenza,
liberarsene come facevano le antiche mongolfiere, quando staccavano e gettavano
nel vuoto i sacchetti di sabbia per prendere il volo.
Un precario riesce con
difficoltà a essere un soggetto antagonista: teme per il suo posto di lavoro.
Idem per un falso “lavoratore autonomo”: difenderà la propria posizione
individuale. Idem per un operaio o per un impiegato, circondato da un mare di
precari e di disoccupati: nel timore di finire in quelle acque, accetterà ogni
sorta di disciplina e di prepotenza. Peggiore di tutte è però la posizione del
lavoratore subalterno che ha accettato di convertire in fondi azionari i propri
risparmi o la propria pensione. Diventa oggettivamente parte marginale
dell’economia astratta. Trepida per i soprassalti dei listini di borsa, che
legge con fatica. Diversamente da un azionista vero, non può agire: deve solo
subire. Voterà Berlusconi, l’unico che lo può salvare.
Ignora infatti cosa
sia la politica dell’open mouth, della “bocca aperta”, teorizzata dai
supply siders e adottata da Ronald Reagan. Lanciare sorrisi e messaggi
ottimistici, dire bugie per rassicurare. Convincere tutti che la povertà del
presente è ricchezza futura. Chiamare a una corsa in cui i cavalli migliori
potranno vincere (traggo il paragone da Martin Eden, del compagno Jack
London). I cavalli in corsa non si parlano tra loro. Alcuni cadono, altri si
azzoppano. Uno solo vince, ma la vittoria vera è di chi lo cavalca. Attenzione a
quanti vi parlano di “merito”: hanno in mente l’ippodromo. Sono i fantini.
Chi tiene assieme un proletariato sparso e incitato alla competizione
reciproca dovrebbero essere i sindacati. Peccato che questi – a eccezione dei
sindacati di base, e di qualche punta confederale – abbiano fatto propria
l’ideologia dominante.
Si tratta di comprendere meglio la composizione
attuale di classe, nel contesto dell’economia astratta. Da lì si deve ripartire,
e da un quadro internazionale che offre sorprese sgradite ai monetaristi.
6. La classe "smaterializzata"
Un certo Harry Braverman, operaio americano e redattore della Monthly Review,
scrisse nel 1974 un libro eccellente: Lavoro e capitale monopolistico
(Einaudi, 1975). In esso sosteneva che Monsieur Le Capital rimodella di continuo
le classi subalterne, secondo le sue convenienze. A volte sono il classico
proletariato di fabbrica. Altre volte si tratta di soggetti apparentemente
autonomi (dagli impiegati, ai precari con partita IVA, ai “collaboratori
esterni” così diffusi ai nostri tempi). Comunque è sempre la classe operaia
ribattezzata in vari modi, senza che la sua subalternità venga meno. Gente
coinvolta nella valorizzazione del capitale, in maniera diretta o indiretta, a
seconda delle fasi storiche. Lungo filiere di produzione che si propagano
territorialmente, nel paese d’origine o altrove.
Il “decentramento
produttivo” degli anni Settanta ha avuto il suo corollario nella
“delocalizzazione” degli anni Duemila. Grazie alla cosiddetta “globalizzazione”,
cioè alla vittoria del capitalismo soprattutto americano sul socialismo “reale”,
ogni padrone ha potuto cercare altrove manodopera a minor costo. La ha trovata
in Asia, in America Latina, nei paesi dell’Europa orientale. Operai che si
accontentano di un salario da due soldi, tanto per non patire la fame (sono
oltre 18.000 le imprese italiane impiantate in Romania). Salari ridicoli, da
filiali georgiane, moldave, polacche, persino ceche (la Cecoslovacchia, quando
era unita, fu un po’ il fiore all’occhiello, sul piano della produzione
industriale, del sistema sovietico). E’ ritornello insistente quello che la
classe operaia sia in via di sparizione, che il lavoro “immateriale” abbia preso
il suo posto, che non rimangano altro che declinazioni della classe media. In
realtà, su scala mondiale, gli operai si sono moltiplicati, con una
distribuzione geografica dipendente dal luogo in cui si insediano le attività
produttive. Il falso lavoro autonomo, invece, prospera in tutto l’Occidente
(Usa+Europa+Giappone, oltre a Canada e Australia).
Monsieur le Capital, a
questi primi risultati, stappa bottiglie di champagne. Trova manodopera in
condizioni quasi schiavistiche qui e là per il mondo, può dissolvere lentamente
la forza-lavoro interna, “esternalizzare” rami produttivi in sovrappeso,
frullare in pezzettini la classe a lui antagonista, in modo che non abbia
nemmeno più la percezione di essere una classe. Soggetti sparsi, isolati, privi
di identità e di connessioni, dediti alla concorrenza reciproca. Producono senza
corrispettivi adeguati, e dunque consumano sempre meno. A ciò rimedia l’economia
astratta, puramente monetaria. Lì finiscono i profitti. La produzione di merci a
mezzo di nulla. Vuoti indici bancari o borsistici, totalmente slegati
dall’economia reale. La quale resta la fucina del proletariato. Ciò che si è
fatto immateriale è il capitale, non le classi subalterne!
Chi si domanda
dove siano oggi “gli operai di un tempo”, in realtà si sta domandando dove sia
finita la forza che questi avevano per un secolo e passa accumulato. Perché dove
siano gli operai è facile scoprirlo, se si guarda al di là dei confini
nazionali, oppure se, nell’ambito della stessa nazione, si getta un’occhiata
nelle sedi delle infinite agenzie per il reclutamento di lavoratori interinali,
sorte a ogni angolo di strada. Per non parlare del lavoro nero, o anche di
larghi settori del lavoro impiegatizio, di quello detto “autonomo”, di quello
terziario, del comparto dei servizi. E’ lì la classe operaia, in una fase in cui
non è più conveniente radunarla in grandi complessi industriali. Oppure vive
nelle mansioni semi-servili degli immigrati, variabile moderna dell’antico
bracciantato senza averne la storica compattezza.
7. Povere classi medie
E’ stato ripetuto fino all’ossessione che asse centrale dell’odierno assetto
produttivo sarebbero le “classi medie”. Operose, diligenti, risparmiatrici.
Oggetto di libidine per tutte le forze politiche: di destra, ovviamente, ma
anche di centrosinistra, di post-sinistra, persino di “sinistra radicale”. Poi
basta una scommessa sbagliata dell’economia finanziaria, ed ecco che quelle
classi medie si trovano con il culo per terra. Pronte a cadere, con il loro
pugno di azioni che non valgono più nulla, con fondi di investimento diventati
inaffidabili, con i loro mutui ormai impagabili, con generi di prima necessità
dai prezzi impazziti, nel baratro sottostante.
Attenzione: non in una
“classe” sottostante. Le classi esistono oggettivamente, però, soggettivamente,
per esistere, bisogna che abbiano che abbiano consapevolezza di se stesse. Per
un lungo periodo, dal 1980 a oggi, la piccola e media borghesia ne ha avuta,
certo più forte di quella degli operai e dei proletari in genere, che andava
declinando. Le trombe suonate da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher chiamavano
a raccolta, echeggiate dal triccheballacche di Bettino Craxi, dubbio socialista,
e più tardi dall’ancor peggiore Tony Blair. Si apriva l’era storica della
middle class, riluttante alla solidarietà con chi le stava sotto i piedi.
Il suo valore supremo, a parte il denaro, era l’egoismo considerato virtù. La
non-solidarietà. In Italia fu epocale, nel 1980, la marcia dei 40.000 quadri e
impiegati della Fiat di Torino contro l’occupazione della “loro” fabbrica da
parte dei lavoratori di rango inferiore, nell’ambito di una vertenza sindacale.
Noi siamo “classe media”, che cazzo volete da noi? Perché mai dovremmo sentirci
partecipi dei vostri problemi?
Da qui partirono il craxismo e il suo figlio
deforme e cattivissimo, il berlusconismo (nella sua prima versione neoliberista,
non in quella attuale, populo-fascista). Mi chiedo quanti dei 40.000, se sono
ancora al mondo, non debba oggi alimentare figli maggiorenni che passano da un
lavoro all’altro e vivono presso i genitori, oppure non temano per le proprie
pensioni o per i propri risparmi. Quanti di essi siano più simili a chi sta loro
sopra e diversi da chi sta loro sotto. Gente del genere non mi ispira la minima
simpatia umana. Si sono tuffati nella piscina del padrone, solo che per loro
mancava l’acqua. Hanno battuto la testa. Mi guarderò dal chiamare il Pronto
Soccorso.
8. L'orologio impazzito
Torno al filone serio del discorso, e cioè al baratro improvviso che si può
spalancare, e si spalanca in questi giorni, sotto i piedi della classe media,
non solo negli Usa. La turbolenza è forse solo transitoria, ma i suoi effetti si
protrarranno. Un’economia astratta, fattasi troppo astratta (cioè troppo lontana
da là dove il lavoro dà valore alle merci), per tenersi in piedi sottrae
liquidità all’economia reale. Richieste imprenditoriali di crediti per
l’investimento resteranno deluse. Conseguenza, per quell’orologio impazzito che
è di norma il capitalismo, rallentamento dell’innovazione e dei profitti,
rivalsa sul costo del lavoro, licenziamenti, calo dei consumi (chi ha perso il
suo posto di certo consuma meno), domanda bassa, discesa dei prezzi produttivi
(a cominciare da quelli delle materie prime), ascesa dei generi di prima
necessità (le esigenze di una forza-lavoro in crisi si spostano su beni
necessari alla sopravvivenza: pane, riso, pasta, fagioli ecc., a seconda dei
quadranti geografici).
Proiettiamo la cosa su scala intercontinentale. E’ una
tragedia umana. Lo scemo di turno continuerà a ripetere che il capitalismo ha
arricchito il mondo intero, in pochi anni di dominio assoluto. In realtà lo ha
solo esposto alla capricciosità di un sistema fatto di simboli, e in cui ogni
uomo è un avatar, separato dalle sue esigenze di vita. Finché il tutto non si
blocca, e la finanza, in crisi debitoria, si rivale bloccando il credito alla
produzione.
E’ quella che viene detta “recessione”. Portato per vocazione di
classe a colpire i soggetti subalterni, Monsieur Le Capital insisterà perché gli
operai siano pagati meno, perché possano rivalersi solo attraverso gli
straordinari (e cioè amplificando all’estremo la loro giornata lavorativa),
perché rinuncino a tutto ciò che prima avevano di garantito: casa (con molti
dubbi sul grado di garanzia), scuola, posto fisso di lavoro, pensione in età
ancora attiva, assistenza medica e sociale. Si accuserà di fannullaggine chi
godeva di qualche salvaguardia dal licenziamento immotivato. Tutto ciò che era
gratis, perché ritenuto socialmente utile, per non dire spettante di diritto,
dopo sarà messo in vendita. Servono liquidi da immettere sul mercato
finanziario. La scuola, dalle elementari all’università, il pubblico impiego,
l’elevazione dell’età pensionabile, il passaggio dal lavoro sicuro al precariato
(accompagnato da opportuni slogan che esaltino la “flessibilità”) diventano
oggetti di risparmio monetario, perché la finanza possa ripartire. Perché possa
risanare, con i suoi tuffi e le sue giravolte, con la sua inconsistenza di
fatto, le incongruenze di un dominio di classe. Unico fattore concreto in tutta
questa vicenda.
9. Chi fabbrica le classi
Dunque, si dirà con scandalo, le classi esistono ancora. Certo che esistono.
Cambiano forma e localizzazione perché così vuole il vero “fabbricante di
classi”. Il capitale? Sì, ma non direttamente. Il capitale ha una sua estensione
pratica. Il proprio “gabinetto d’affari”: lo Stato. Più i vari conglomerati
statuali transnazionali che hanno preso vita nel corso dei decenni, su scala
continentale e intercontinentale, a spese della democrazia. Tipo una Banca
Europea che non è eletta da nessuno, e tuttavia regge attualmente il “sistema
Europa”, decidendo direttamente, senza censure possibili, cosa sia meglio per i
suoi cittadini. Una funzione ribadita dal recente progetto di Costituzione
Europea, che santificava il libero mercato. Progetto respinto dalle cittadinanze
di vari paesi (Francia, Danimarca, Irlanda), tra le poche chiamate a un voto
diretto; e, poiché quel voto non era quello auspicato dalle classi dominanti,
rimandate a votare come scolaretti colti in fallo, oppure aggirate a colpi di
decreto e di maggioranze parlamentari. In nome della democrazia.
Si dirà: ma
lo Stato è democrazia. I cittadini votano i loro rappresentanti, e costoro
operano scelte in nome della pubblica utilità, per il bene di tutti. Non è
affatto così. Lo Stato è anzitutto economia. Può scegliere di intervenire o non
intervenire, sono scelte sue. A seconda delle decisioni, attraverso i propri
organi interni o collaterali, rimodella o rinomina le classi sociali, amplia o
contrae i servizi, indirizza l’imposizione fiscale e, attraverso il monopolio
dell’uso della forza, reprime o neutralizza i segmenti riluttanti alla sua
disciplina. Lo Stato è come un lombrico: contrae o prolunga il proprio corpo. Si
proclamerà in ritirata nei periodi di prosperità del capitale, si allungherà nei
momenti in cui il capitale va protetto dall’ennesima turbolenza. Se la crisi è
grave per davvero, si spingerà fino a nazionalizzare i settori da proteggere e
salvaguardare. Fase nella quale i commentatori meno avveduti parleranno di uno
Stato neoliberista che si fa keynesiano, o addirittura
“socialista”.
Stronzate. Marxisti e post-marxisti, o anche marxisti
“eretici”, non hanno mai parlato di “nazionalizzazione”, bensì di
“socializzazione” dei mezzi di produzione. La nazionalizzazione è un mezzo fra i
tanti in mano al capitale. Per fare un esempio, la Corea del Sud, durante la
crisi delle “tigri asiatiche”, nazionalizzò temporaneamente il sistema bancario,
che poi cedette (con lucro) ad acquirenti privati. La “socializzazione” è
qualcosa di molto diverso, e implica una capacità decisionale dal basso, dagli
operai che partecipano alle scelte strategiche di una direzione eletta dalla
base, e dunque revocabile.
Attualmente nessuna delle due alternative,
nazionalizzazione o socializzazione, appare praticabile; salvo la prima,
applicata occasionalmente in circostanze d’emergenza dallo stesso
Stato-capitale. Ma perché insisto nel rendere indissolubile questo binomio,
Stato e Capitale? Perché ritengo che entrambi diano corpo, congiuntamente, al
“fabbricante di classi”? Non è lo Stato la proiezione diretta della volontà
degli elettori, che, scegliendo i propri parlamentari, avvia, nei sistemi
democratici, la sustanziazione di un potere decisionale che interpreta la
volontà collettiva?
10. Dove sta la democrazia
No, non lo è. Intanto, l’autonomia degli eletti dagli elettori è postulata da
quasi tutta la scienza politica contemporanea (Ralf Dahrendorf, Anthony Giddens
e molti altri). Si rimproverano spesso gli eletti quando questi si adeguano alla
volontà di chi li ha mandati in parlamento (a volte ciò è chiamato “populismo”),
dando per scontata e auspicabile l’autonomia del ceto dirigente dai votanti che
lo esprimono. Inoltre, sottili meccanismi di selezione, capacità diseguali di
modellare l’opinione pubblica, influenze collettive di stampo culturale e/o
mediatico, pure e semplici menzogne (si veda il recente studio di Vladimiro
Giacchè, La
fabbrica del falso, Derive / Approdi, 2008), conducono a una
“rappresentazione” della democrazia ben diversa da come essa stessa ama
definirsi, cioè proiezione di una volontà comune. Lo dimostrano molti studi sul
perpetuarsi delle élites parlamentari: condivisione dinastica di un
seggio, in cui ci si trasmette il potere secondo linee di sangue (Filippo Burzio
è stato tra i migliori analisti di questa degenerazione); prevalere delle
imposizioni di partito sull’espressione delle preferenze; accessibilità
differenziata ai media e alla visibilità da parte delle masse. Aveva ragione
Marx quando, ne La questione ebraica, poneva in rilievo la fondamentale
ipocrisia del sistema detto impropriamente “rappresentativo”: fingere che, con
l'introduzione del suffragio universale, tutti i soggetti titolari di voto
abbiano eguali diritti, mentre non è affatto così. Chi è in posizione subalterna
non ha modo di condizionare o di alterare il processo elettorale, mentre chi
gode di uno status sovraordinato lo ha, naturalmente. Il Diritto con la D
maiuscola, nel sancire che tutti i cittadini sono eguali davanti alla Legge,
sancisce la “menzogna democratica”: l’uguaglianza che afferma di fatto non
esiste, la comunicazione è in mano ai privilegiati che possono comprarsela e
dominarla. Non esiste oggi nessuna democrazia reale, né in Oriente né in
Occidente. Nella seconda fetta del mondo c’è ancora libertà di parola, però non
tocca alcun serio processo decisionale. Si può dire di tutto (lo sto facendo),
ma le parole liberamente espresse non smuovono più vento di un battito d’ali di
farfalla. Sono lasciate volare perché innocue.
Lo Stato non è la democrazia
all’opera. E’ invece la sede di pianificazione del capitale, dove, da una
prospettiva più ampia di quella aziendale, si disegnano i progetti di
sfruttamento di grande portata. Si potrà decidere se stringere o allentare le
redini, se è il caso di nazionalizzare o di privatizzare. Il “fabbricante di
classi” non è neutrale, sa lui come gestire la subalternità e far guadagnare i
fantini. Ogni tanto cade di sella, è vero. Ma nessuno si illuda che in quel
momento –le crisi – batta davvero la testa, e si converta alla causa dei
ronzini.
Esiste un solo evento che fonda democrazia diretta e la fa
duratura. E’ quello della lotta, quando la classe operaia, pur scomposta nelle
svariate denominazioni in cui il capitale l’ha frammentata (operai veri e
propri, precari, impiegati “fannulloni”, ceto medio alla fame, nugoli di senza
casa, lavoratori autonomi che autonomi non sono per niente, studenti riluttanti
a entrare in questo bel mondo, fornitori di servizi “esternalizzati”, migranti
vittime di un nuovo schiavismo, ecc.), scendono nella piazza e se la tengono. La
fase acuta durerà poco, ma sedimenterà. Possono nascerne organi di decisione dal
basso capaci di innescare future conflittualità.
E’ minoranza? Può darsi, ma
è maggioranza tra chi è attivo, e non schiavo del voto e degli equilibri
parlamentari. Contrapposto a chi è passivo e, contento di votare ogni cinque
anni, per eleggere rappresentanti incontrollabili, vive solo in sondaggi
regolarmente consensuali. Di peso politico e democratico analogo a chi, col
televoto, decide chi resterà nell’Isola dei Famosi.
di Valerio Evangelisti da Carmillaonline
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