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"Tutti sono pronti a credere che la CIA menta, che il governo menta, che l'FBI
menta, che la Casa Bianca menta. - dice il microbiologo americano Harvey Bialy -
Ma che menta l'Istituto di Sanità no, non è possibile, la Sanità è sacra, tutto
ciò che esce dagli Istituti Nazionali di Sanità è parola di Dio. Niente fa
differenza, nemmeno la storia di come Gallo scoprì il virus, nemmeno il fatto
che sia uno scienziato screditato e condannato per truffa. La strategia
dell'establishment è sempre la stessa: ignorare. Meglio non rispondere, vuoi
vedere che ci si accorge che c'è qualcosa di strano?"
Una musica che non
ci suona del tutto nuova, e che in questo caso ci arriva da un fronte ancora più
controverso di quello dell'undici settembre: la medicina moderna - o meglio,
l'industria farmaceutica che la condiziona ormai alla radice - stretta nella
morsa letale del conflitto fra altruismo e egoismo, fra missione umana e
interesse privato, in una spirale ormai inarrestabile che la porta a inventarsi
malattie inesistenti pur di vendere più farmaci, mentre non riesce stranamente a
trovare nessuna cura valida per le malattie che esistono davvero.
Quello
che presentiamo è un lavoro di ricerca particolarmente illuminante ...
...
sulla reale situazione dell'AIDS nel mondo, che un regista italiano, Gian Paolo
Vallati, ha realizzato come base di partenza per un documentario... che
naturalmente fino ad oggi nessuno ha mai voluto produrre.
M.M.
Vai
alla scheda "L'incredibile AIDS"
Segnaliamo anche su arcoiris.tv
il filmato:
"L'origine del Male - Storia di una controversa teoria
sull'origine dell'AIDS"
È possibile che la pandemia di AIDS sia stata
causata da vaccini antipolio accidentalmente contaminati con un virus delle
scimmie e utilizzati in Africa alla fine degli anni '50?
Quello che i media non dicono
sulla "peste del nuovo
millennio"
1.
Introduzione 2. Perchè il virus 3. Esiste davvero il retrovirus Hiv? 4.
Quanto sono affidabili i test di sieropositività? 5. Assenza di correlazione
tra sieropositività e malattia 6. Cos’è davvero l’AIDS 7. L’infettività e
la trasmissione sessuale 8. Previsioni catastrofiche e statistiche fasulle
9. Catastrofe africana? 10. Terapie che uccidono 11. Il bavaglio
all’informazione 12. Il grande affare della cattiva scienza Bibliografia
1. INTRODUZIONE
Questa è la storia vera ed
incredibile di una epidemia inventata. Questa è la storia di un colossale affare
in cui multinazionali, ricercatori, associazioni e istituti sanitari senza
scrupoli hanno utilizzato il terrorismo sanitario al servizio del loro enorme
business. E la storia di come, purtroppo, molti esseri umani inconsapevoli siano
finiti nella macina, uccisi dalle stesse "terapie" che dovevano curarli. "Tutti
sono pronti a credere che la CIA menta, che il governo menta, che l'FBI menta,
che la Casa Bianca menta. Ma che menta l'Istituto di Sanità no, non è possibile,
la Sanità è sacra, tutto ciò che esce dagli Istituti Nazionali di Sanità è
parola di Dio. Niente fa differenza, nemmeno la storia di come Gallo scoprì il
virus, nemmeno il fatto che sia uno scienziato screditato e condannato per
truffa. La strategia dell'establishment è sempre la stessa: ignorare. Meglio non
rispondere, vuoi vedere che ci si accorge che c'è qualcosa di strano?" Harvey
Bialy, microbiologo. 1
2. PERCHÉ IL VIRUS
Le malattie infettive
costituiscono oggi soltanto l'1% di tutte le cause di morte nel mondo
occidentale e ormai le grandi epidemie sono per lo più scomparse. Il merito di
questa situazione, che spesso viene attribuito alla medicina, è in realtà dovuto
al miglioramento delle condizioni igieniche e alimentari. Ci sono numerosi studi
a livello statistico ed epidemiologico che dimostrano come molte malattie
(tubercolosi, difterite, polmonite, ecc.) cominciarono a declinare ben prima
dell'introduzione di cure efficaci. 2
È cosa ben nota, anche ai
non addetti ai lavori, che gli esseri umani e gli animali, sani o malati che
siano, convivono da sempre con migliaia di microbi, virus e batteri, in gran
parte assolutamente innocui. Alcuni sono addirittura utili, come l'escherichia
coli, che colonizza l'intestino e aiuta la digestione. Perfino microbi patogeni
provocano malattie gravi solo in individui con il sistema immunitario
indebolito. Eppure gli scienziati sono sempre ossessivamente alla ricerca di
nuovi virus e batteri, nella speranza di attribuire loro la causa di malattie
che ritengono altrimenti inspiegabili. Le conseguenze di questa unica direzione
di ricerca spesso sono rovinose perchè ritardano la comprensione della vera
causa e determinano la morte di molte persone. In passato lo scorbuto, la
pellagra e il beriberi (solo per citare esempi eclatanti) sono state per lungo
tempo attribuite a batteri, benché già allora alcuni ricercatori avessero
dimostrato che erano dovute a carenze alimentari. Robert William, scienziato a
cui si deve la scoperta della vitamina B1, così ha commentato questo
atteggiamento dei cacciatori di microbi: "...la batteriologia era arrivata ad
essere la pietra angolare dell'istruzione medica. A tutti i giovani medici era
stata talmente istillata l'idea che le malattie erano causate da un'infezione,
che ben presto venne accettato come assiomatico il concetto che non poteva
esserci altra causa".3
Ma nonostante tutto questo,
la memoria di passate epidemie continua a suscitare angoscia e terrore. Poiché
il virus è sempre un ottimo mezzo per creare panico, ci sono motivi molto poco
nobili per cui ad ogni ipotetica nuova patologia si attribuisce sempre più
spesso una genesi virale. Attraverso la paura infatti si possono convogliare
immense somme di denaro e indottrinare la popolazione verso le terapie e i
comportamenti voluti. Così, allo stesso modo, comincia l'incredibile storia
dell'Aids.
3. ESISTE DAVVERO IL RETROVIRUS
HIV?
Non esiste un documento
scientifico ufficiale che provi che il cosiddetto HIV, ammesso che esista,
provochi l'Aids. A dispetto di ciò che viene costantemente propagandato, il
virus della immunodeficienza umana HIV non è stato mai isolato e fotografato. Le
recenti scoperte derivate dal Progetto Genoma Umano hanno peraltro messo in
grave crisi il concetto stesso di retrovirus.
COME NASCE IL PROBLEMA HIV
Nell'aprile del 1984 il
dottor Robert Gallo annunciò in una conferenza alla stampa internazionale di
aver scoperto un nuovo retrovirus che aveva chiamato HTLV-III (oggi conosciuto
come HIV), e questo era "la probabile causa dell'AIDS". Lo stesso giorno Gallo
presentò il brevetto per un test di anticorpi, ora generalmente riportato come
"il test dell'AIDS". L'annuncio prese di sorpresa persino gli scienziati
presenti tra il pubblico. Gallo aveva scavalcato una parte essenziale del
processo scientifico: non aveva pubblicato i risultati delle sue ricerche in
nessuna pubblicazione medica o scientifica, né li aveva sottoposti al normale
processo di revisione tra colleghi prima di essere annunciati al pubblico.
Quando alla fine la "prova di Gallo" fu pubblicata settimane più tardi, vennero
fuori numerosi problemi. Le procedure di laboratorio che Gallo e i suoi
collaboratori utilizzavano per provare l'isolamento vennero osservate soltanto
nel 36% dei suoi pazienti di Aids, e soltanto 88% era positivo al test "degli
anticorpi HIV". Inoltre, per assicurare che soltanto i pazienti in AIDS e non
l'intero gruppo di controllo risultasse positivo al test degli anticorpi, egli
aveva diluito il sangue 500 volte. A diluizioni minori troppi soggetti sani del
gruppo di controllo risultavano positivi al test. Questi fatti dovrebbero essere
sufficienti a gettare seri dubbi sulle affermazioni di Gallo che egli avrebbe
scoperto un nuovo retrovirus come "probabile causa dell'AIDS". Grazie a questa
"scoperta", Gallo oggi percepisce l'1% dei proventi mondiali derivati dai test
HIV. Tutta la carriera di Gallo è costellata di episodi che di scientifico hanno
molto poco. Un eccellente elenco di quanto corrotta, ingannevole (e
probabilmente perfino criminale) è stata la sua ricerca, può essere trovato nel
libro "Science Fiction", di John Crewdson, un giornalista scientifico del
Chicago Tribune. In realtà, tutto quello che aveva scoperto Gallo era una
attività enzimatica che lui attribuiva al presunto retrovirus, e le fotografie
che mostrò erano di particelle simil-virali senza nessuna prova che fossero
virus.4
A tutt'oggi il vero virus
non ancora stato isolato, e le foto che vengono spesso mostrate sulle copertine
dei giornali sono sempre e soltanto realizzazioni grafiche di fantasia. Eppure,
grazie a quella famosa conferenza stampa, da quel momento tutto il mondo ha
cominciato a credere che l'Aids fosse dovuto ad un virus. Così è nato il
problema HIV e così dal 1984 ad oggi sono stati pubblicati più di 10.000 studi
sull'HIV, ma nessuno di questi ha potuto dimostrare in maniera plausibile o
provare in modo concreto che l'HIV causi l'AIDS. A tutt'oggi non esiste un
documento scientifico ufficiale che fornisca una prova definitiva.
KARY MULLIS
Il premio Nobel Kary Mullis,
inventore della PCR (Polymerase Chain Reaction), ha cercato invano per anni
questo fondamentale documento. Di conseguenza ad ogni occasione, congresso
scientifico, conferenza, seminario o incontro ha interpellato svariati virologi
ed epidemiologi su dove trovare il riferimento bibliografico che spiegasse come
l'HIV provochi l'AIDS. Ma nessuno dei colleghi è mai stato in grado di
precisarlo. E neanche Montagnier e Gallo (considerati i massimi esperti mondiali
di Aids) sono stati in grado di fornirglielo. Perché non esiste.5
LA "PROVA" FORNITA DAL NIAID
Per mettere una toppa a
questa grave carenza, nel 1994 l'Ufficio di Comunicazione del NIAID/NIH,
National Institute of Allergy and Infectious Diseases /National Institute of
Health, realizzò un documento intitolato : " La Prova che l'HIV è causa
dell'Aids". È il documento più completo che si conosca che tenta di rispondere
all'affermazione che l'HIV non è la causa dell'Aids. Ma questo elaborato, che
viene spesso citato come prova definitiva, di fatto non è documento scientifico,
come hanno dimostrato in una puntuale confutazione alcuni ricercatori
internazionali.6 Oltre ad essere un documento anonimo, è infatti
seriamente screditato dal mancato rispetto degli standard scientifici e fallisce
nel fornire una prova credibile a sostegno del suo assunto fondamentale. Si
tratta quindi soltanto dell'ennesimo strumento di propaganda.
UNO SCIENZIATO CONTRO: PETER
DUESBERG
Peter Duesberg, membro della
prestigiosa National Academy of Science, è docente di biologia molecolare e
cellulare presso la University of California a Berkeley, oltre ad essere un
pioniere nella ricerca dei retrovirus e il primo scienziato ad aver isolato un
gene del cancro. È uno dei pionieri più prestigiosi tra i dissidenti della
ricerca. Gli ingenti finanziamenti di cui disponeva come ricercatore di fama
mondiale gli sono stati drasticamente ridotti quando ha cominciato a mettere in
dubbio il dogma Hiv- Aids e la teoria della trasmissione sessuale del morbo. Il
primo marzo 1987 sulla prestigiosa rivista Cancer Research comparve un suo
articolo in cui affermava che non vi erano prove convincenti del fatto che un
retrovirus come l'HIV sia in grado di causare l'AIDS. Da allora Peter Duesberg è
uno degli uomini più discussi d'America. Le sue ipotesi e le sue affermazioni
sono state di volta in volta definite 'irresponsabili', 'pericolose',
'immorali', 'dannose' e perfino 'criminali'. Per alcuni Duesberg è una 'minaccia
pubblica', per altri invece un 'novello Galileo' in lotta contro l'ottusità
dominante. Secondo il direttore dell'autorevole periodico medico The Lancet,
Duesberg è "probabilmente lo scienziato vivente più diffamato in assoluto", per
altri addirittura "il Nelson Mandela dell'AIDS, colui che guida la lotta contro
l'Apartheid dell'HIV". Nonostante le sue previsioni trovino sempre più conferme
a livello epidemiologico, oggi è stato emarginato da una comunità scientifica
che ha tutto l'interesse a perseguire una strada ricchissima di finanziamenti.
Le sue tesi non sono ancora state confutate, mentre alle sue domande ed
obiezioni si è risposto che: "...dovrebbe essergli impedito di parlare in
televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti
televisivi con Duesberg" (Nature, 1993)
INNOCUITA' DEI RETROVIRUS
Dal 1970, anno in cui si
ipotizzò l'esistenza dei retrovirus, ne sono stati individuati ed isolati circa
200, tutti assolutamente innocui. Tutti meno quello HIV, che oltre ad essere
assolutamente terribile è anche l'unico mai realmente isolato.
PROGETTO GENOMA E RETROVIRUS
Ma sin dal 2001, anno in cui
sono arrivati i risultati del Progetto per la mappatura del Genoma Umano è stato
chiaro che stava per essere irrimediabilmente buttato a mare il concetto stesso
di "retrovirus". Per comprendere a fondo la questione è necessaria una breve
digressione di storia della biologia. La visone accettata sin dagli anni '50 era
che il DNA trascrive le informazioni al RNA, (e mai il processo inverso)
attraverso una relazione gerarchica rappresentata dal flusso unidirezionale DNA
-> RNA -> proteine. Il RNA (acido ribonucleico), era quindi considerato
l'umile messaggero del DNA (acido desossiribonucleico), che governava invece la
cellula. Questo era il dato fondante del cosiddetto "Dogma Centrale della
Genetica Molecolare", su cui si è basata tutta la biologia dagli anni cinquanta
in poi. Il concetto di "retrovirus" prese forma quando nel 1970 fu scoperto, in
estratti di certe cellule, un enzima (denominato poi "transcriptasi inversa")
capace di convertire la molecola di RNA in DNA. I ricercatori, insomma,
verificarono che alcuni RNA trascrivevano se stessi "all'inverso" al DNA. Ma (in
ossequio al Dogma Centrale) si dissero che qualsiasi cosa causa la trascrizione
dal RNA al DNA è da considerarsi eccezionale e deve essere una sorta di
contaminazione virale (da cui il termine "retrovirus"). Dunque, negli anni '70,
in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo la attività transcriptasica inversa
venisse rivelata si riteneva che i retrovirus fossero presenti. Questo si
dimostrò un grave errore, poiché era già noto agli inizi degli anni '80 che la
medesima attività enzimatica era presente in tutta la materia vivente provando
così che la transcriptasi inversa non aveva niente a che fare con i retrovirus
per sé. 7
La questione è stata ben
sintetizzata nel 1998 dal virologo Stephen Lanka: "...studiando la biologia
evolutiva trovai che ognuno dei nostri genomi, e quelli delle maggiori piante e
animali, è il prodotto della cosiddetta trascrizione inversa: RNA che si
trascrive nel DNA. [...] L'intero gruppo di virus cui l'HIV apparterrebbe, i
retrovirus [...] nei fatti non esiste per nulla". 8
Ciò nonostante molti
scienziati non tennero conto di questa evidenza e continuarono a lavorare
alacremente sull'ipotesi oramai falsificata. Ma gli ultimi sviluppi del Progetto
Genoma Umano dimostrano ormai inequivocabilmente che il passaggio da RNA a DNA
non è affatto una aberrazione, piuttosto è ciò che potrebbe spiegare la
complessità umana. Il DNA sarebbe allora come una sorta di libreria dove il RNA
va a prendere le informazioni che gli servono per governare la cellula. Il Dogma
Centrale è soltanto una costruzione teorica che non ha retto alla prova dei
fatti. Queste recenti scoperte segnano la fine del paradigma HIV/AIDS, e
spiegano perché la scienza ha fallito la cura della malattia a dispetto di
almeno venti anni di sforzi. Perché se l' HIV è un retrovirus, la teoria virale
dell'Aids è priva di fondamento.
4. QUANTO SONO AFFIDABILI I TEST SULLA
SIEROPOSITIVITÀ?
I test dell'Aids (Elisa e
Westernblot) non sono attendibili perché, oltre a non essere precisi, esistono
più di sessanta fattori diversi che possono dare dei falsi positivi. I test non
sono standardizzati, i risultati variano da laboratorio a laboratorio, le linee
guida per la loro interpretazione variano da paese a paese. Inoltre si può
risultare positivi al Westernblot e negativi all'Elisa, o viceversa. Due sono le
analisi fondamentali per stabilire la sieropositività in una persona: l'Elisa e
il Western Blot. Nell'Elisa una miscela di proteine dell'Hiv reagisce con
anticorpi nel siero prelevato dal paziente, provocando una variazione di colore
nel preparato. Il test Elisa produce fino al 90% di errore in una sola direzione
(i negativi li fa diventare positivi, i positivi rimangono tali e quali). Nel
WB, le proteine dell'Hiv vengono separate su una striscia di nitrocellulosa.
Questo consente una reazione individuale delle singole proteine, che vengono
visualizzate con una serie di bande di colore più scuro. L'esame WB viene
utilizzato di solito a conferma di un test Elisa positivo, ma risulta altamente
impreciso anch'esso.
NON ESISTONO CRITERI
STANDARD
Prima del 1987 una sola
banda Hiv specifica era considerata come prova di un avvenuto contagio, in
seguito si venne a scoprire che il 25% degli individui sani - e non a rischio -
presentano bande Hiv specifiche e quindi fu urgente ridefinire un WB positivo
aggiungendo bande extra e selezionandone di particolari. Ma anche in tal modo i
problemi sono sempre presenti: su 89.547 campioni di sangue analizzati,
prelevati da degenti non a rischio ed in maniera anonima in 26 ospedali
americani, una percentuale del 21,7% dei maschi e il 7,8% delle femmine risultò
positiva al test WB. Quindi la correlazione tra anticorpi Hiv e Aids,
comunemente accettata dagli esperti, sembra un'invenzione dell'uomo.
L'artificiosità di tale relazione è evidente nel dato di fatto che istituti e
nazioni differenti stabiliscono come test di sieropositività serie di bande WB
diverse. Questo comporta che in Australia un test richiede quattro bande per
essere positivo, mentre negli USA ne sono sufficienti due o tre, che siano o
meno le stesse bande richieste in Australia. In Africa, addirittura, basta una
sola banda. A conti fatti, una persona esaminata ipoteticamente lo stesso giorno
nei tre differenti luoghi, può risultare sieropositiva in un paese e
sieronegativa in altri. Il sistema di valutazione varia addirittura da
laboratorio a laboratorio di uno stesso stato e, nella medesima sede di analisi,
anche da un giorno all'altro si possono riscontrare risultati differenti! Uno
documentario che la Meditel Produzioni ha realizzato a Londra per la BBC
nell'ottobre 1996 mostrò che un campione di sangue fornito da un volontario fu
valutato tre volte positivo e due volte negativo nello spazio di un mese.
I FALSI POSITIVI
A rendere la tragicommedia
una vera tragedia è la possibilità che ad una o più bande si possa verificare
una falsa reattività. La reazione al test, evidentemente instabile, è spesso
associata ad un aumento aspecifico delle immunoglobuline, il che si verifica in
molte situazioni, come nel corso di malattie autoimmuni, di infezioni croniche,
di malaria, di parassitosi, talvolta anche per motivi banali come una
vaccinazione antinfluenzale. Sono stati contati circa 60 fattori estranei
all'HIV che possono determinare un test positivo. Secondo gli esperti queste
reattività vengono innescate da anticorpi non Hiv (che tutti noi possediamo)
reagenti alle proteine Hiv. In parole povere, un anticorpo che reagisce ad una
determinata proteina non è necessariamente un anticorpo prodotto dal sistema
immunitario come risposta specifica a quella certa proteina. E quindi le
popolazioni povere dell'Africa, il continente con il maggior numero di casi di
sieropositività, esposte ad una miriade di infezioni e che producono moltitudini
di anticorpi, avranno una falsa reattività ai test molto più alta che in altri
paesi.
IN DEFINITIVA: NESSUN VALORE
AI TEST
La positività ai test ha un
valore sostanzialmente nullo perchè: o essa è correlata in modo comunque
incompleto a molte malattie, sia immunodepressive che non, anche estranee
all'AIDS; o essa è però correlata anche ad un ottimo stato di salute, come
dimostrano i milioni di sieropositivi, sanissimi da molto tempo; o essa,
sicuramente, non dimostra la presenza dell'HIV o di qualsiasi altro virus; o
essa, contrariamente a quanto si è voluto dare a credere, non equivale affatto
ad una sentenza di morte: anche le disparate sindromi patologiche definite AIDS
possono regredire quando l'organismo del paziente non è molto compromesso.
Mentre l'utilità dei test è nulla, il loro danno può essere immenso perchè: o la
comunicazione al paziente del risultato positivo al suo test dell'AIDS provoca
quasi sempre un grave trauma psichico e può sconvolgere l'intera vita familiare,
lavorativa, affettiva e sociale; qualcuno in passati si è anche suicidato. o non
di rado la diagnosi di AIDS basata su questi test spinge i medici e il paziente
ad intraprendere una terapia con AZT o altri "anti-retrovirali", che sono
pesantemente tossici e producono effetti molto pericolosi.
5. ASSENZA DI CORRELAZIONE TRA
SIEROPOSITIVITÀ E MALATTIA
La grandissima parte dei
sieropositivi può vivere una vita assolutamente normale per decine di anni senza
riscontrare alcun sintomo di malattia. Alla fine degli anni '80 venne creato un
clima di terrore sostenendo che i sieropositivi fossero dei condannati a morte,
destinati a morire nel giro di 18 mesi. Si dava per scontata la corrispondenza
tra sieropositività e malattia conclamata, e che lo sviluppo dell'AIDS per i
sieropositivi fosse inevitabile e solo una questione di tempo. In seguito si è
riscontrato che soltanto una percentuale molto ridotta di sieropositivi sviluppa
la malattia, mentre la gran parte dei cosiddetti "infetti" vive bene e a lungo
senza mai riscontrare problemi. Eppure si continuarono a definire "malati
asintomatici" le persone sieropositive. Da molti anni ricercatori indipendenti
(tra cui il prestigioso Gruppo di Perth, in Australia) sostengono che, poiché
non è mai stata scientificamente provata la correlazione tra HIV e AIDS e la
reale validità dei test, la cosiddetta sieropositività non significhi
assolutamente nulla. HIV:
UNO STRANO TIPO DI
VIRUS
Un grosso problema della
teoria dell'AIDS è che i ricercatori non sono stati mai in grado di scoprire
nelle persone sieropositive una quantità di virus tale da compromettere la
salute. Ed un altro fatto clamoroso è che l'HIV non è citotossico; questo
significa che quando il virus si moltiplica non distrugge le cellule presenti,
come fanno invece altri virus che distruggono le cellule che infettano.
L'eminente virologo Peter Duesberg così commenta questo fatto: "il virus
infiltra o infetta un numero molto basso di cellule, appena una su 100mila. Per
essere nocivo, per uccidere (...) un microbo deve pur fare qualcosa. Altrimenti
è come tentare di conquistare la Cina uccidendo tre soldati al giorno"9
Secondo Duesberg l'HIV si comporta come uno dei numerosissimi innocui
microbi di transito sempre presenti nel corpo umano. Ed è esso stesso innocuo.
Il fatto che milioni di persone abbiano contratto l'Hiv alla nascita eppure
siano adulti sani è l'argomento più significativo, secondo Duesberg, contro
l'ipotesi Hiv-Aids, perché dimostra che l'Hiv non può essere un agente patogeno
letale.
VENTI ANNI DI
INCUBAZIONE?
Per giustificare questo
comportamento innocuo del HIV si è trovato l'espediente di definirlo un
"lentovirus", cioè un virus che agirebbe sui tempi lunghi. Tutte le malattie
infettive virali, salvo rare eccezioni, hanno una incubazione breve, di pochi
giorni o settimane. Invece l'incubazione del virus dell'AIDS è stata calcolata
inizialmente attorno ai 18 mesi, per aumentare poi di anno in anno, fino a
raggiungere nel 1992, i 10/14 anni. Oggi addirittura si sostiene che
l'incubazione arrivi a più di 20 anni (cioè si può tranquillamente convivere con
l'Hiv per tale periodo senza avere nessun sintomo di malattia).
HIV, IL VIRUS CHE NON
C'È
La letteratura medica ha
registrato finora più di 5000 casi di AIDS sieronegativi (cioè presentano i
sintomi ma non vi è presenza di HIV). Ma una peculiarità delle malattie
infettive virali è che hanno una causa unica (il virus), e ovviamente non
possono verificarsi in sua assenza. Così non c'è varicella senza il virus della
varicella, non c'è morbillo senza il virus del morbillo e così via. Di
conseguenza in teoria non può esistere Aids senza la presenza del cosiddetto
retrovirus HIV. Eppure...
6. COSA È DAVVERO L'AIDS
L'Aids, più che una malattia
specifica, è una definizione che comprende un alto numero di malattie già
conosciute. Queste malattie non sono affatto associate sempre ad
immunodeficienza, sono definite AIDS solo se associate ad un test positivo.
L'AIDS È UNA CATEGORIA, NON
UNA MALATTIA
Nessuna delle diverse
malattie che attualmente definiscono l'AIDS è recente e nessuna si manifesta
esclusivamente in persone sieropositive. Di fatto AIDS è il nuovo nome che i CDC
(Centers for Disease Control)10 americani hanno dato ad un insieme di
affezioni comuni più o meno gravi, tra cui micosi, herpes, diarrea, alcune
polmoniti, salmonella, tubercolosi. Se una persona ha la tubercolosi e risulta
positiva al test allora "ha l'AIDS". Se invece ha la tubercolosi ed il test è
negativo, allora ha "soltanto la tubercolosi". È addirittura possibile che venga
definito malato di Aids, ( sindrome da immunodeficienza acquisita), chi non ha
nemmeno presenza di immunodepressione!
LA MALATTIA SI ADATTA ALLA
DEFINIZIONE
La definizione di AIDS ha
subito varie modificazioni, nel 1986, nel 1987 e nel 1993 e ad ogni revisione il
numero delle condizioni patologiche ritenuto correlato all'AIDS viene aumentato:
attualmente esse sono ben 29, e tutte già conosciute prima dell'AIDS. Esemplare
è il caso dell'ultima revisione: Il 1° gennaio 1993 i CDC decisero di includere
nella definizione di AIDS non una malattia, ma una condizione. Chi aveva un
numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se perfettamente sano) veniva
incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che il numero di casi di AIDS
negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel giro di una notte. Questa
ricorrente variazione ha portato ad una continua dilatazione del numero dei
soggetti definiti "malati di AIDS": se, ad esempio, negli Stati Uniti con la
definizione del 1986 potevano essere definiti malati di AIDS mille pazienti, con
quella del 1987 sarebbero diventati 1.300 e con quella del 1993 avrebbero
raggiunto il numero di 2.275.11
Di recente è stata inclusa
nell'elenco una nuova patologia tipicamente femminile, il cancro della cervice.
Come ha svelato P. Duesberg: "...la ragione di questa aggiunta è solo politica:
è stata dichiaratamente inserita per aumentare il numero delle femmine malate di
AIDS, creando così l'illusione che la sindrome si stia diffondendo tra gli
eterosessuali".12
L'AIDS NON È UGUALE IN TUTTO
IL MONDO
Anche qui, come per i test
di sieropositività, non esiste un criterio universalmente riconosciuto per la
definizione della sindrome. La regola per stabilire cosa sia l'AIDS varia da
nazione a nazione: la definizione di AIDS negli Stati Uniti è diversa da quella
europea che a sua volta è diversa dalla definizione africana. La WHO, ( World
Health Organization)13 in Africa utilizza per definire l'AIDS due
definizioni nettamente diverse, nessuna delle quali corrisponde ai criteri
utilizzati negli USA o nella UE. Generalmente in Africa non si richiede il test
HIV, ma è sufficiente che un paziente presenti tre dei principali sintomi
clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un sintomo minore (è sufficiente
un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto da AIDS. E questo, come
si vedrà più avanti, spiega la reale consistenza della presunta "catastrofe
africana" .
7. L'INFETTIVITA' E LA TRASMISSIONE
SESSUALE
Il virologo Peter Duesberg è
assolutamente convinto che l'Hiv non sia infettivo. Nel suo libro " Inventing
the Aids virus" (1996), tra l'altro afferma: " Negli ultimi 14 anni oltre
500.000 pazienti di Aids sono stati curati da un sistema sanitario che comprende
cinque milioni di medici, infermieri e ricercatori nessuno dei quali è stato
vaccinato contro l'HIV. (...) quattordici anni dopo non c'è neanche un caso
nella letteratura scientifica di un operatore sanitario che abbia
presumibilmente contratto l'AIDS da un malato. Proviamo ad immaginare come
sarebbe la situazione se 500.000 malati di colera, epatite, sifilide, influenza
o rabbia fossero stati curati per 14 anni da personale medico e paramedico privo
di vaccini e farmaci adeguati... migliaia avrebbero contratto quelle malattie."
A distanza di quasi dieci anni dall'uscita del libro le cose non sono affatto
cambiate. Questo, secondo Duesberg, significa una sola cosa: "l'AIDS non è
infettivo".
LA TRASMISSIONE
SESSUALE
"Basta un solo rapporto!".
Per anni questo è stato il terribile ammonimento che tutti i mezzi di
comunicazione hanno continuamente diffuso. Ed invece la trasmissione sessuale,
che secondo gli "esperti" sarebbe il veicolo principale della diffusione del
virus, si è dimostrata essere estremamente inefficace, dipendendo anche da più
mille rapporti sessuali a soggetto per una reale possibilità di contagio. Nel
1997 un gruppo di studiosi statunitensi14 ha pubblicato i risultati
di dieci anni di studi sulla trasmissibilità dell'Hiv tra eterosessuali nel nord
della California. Lo studio ha stabilito che la trasmissione da maschio a
femmina è estremamente bassa, approssimativamente lo 0.0009 per contatto
sessuale, e approssimativamente otto volte minore è la trasmissione da femmina a
maschio. Questo significa che una femmina dovrebbe avere almeno 3330 rapporti
sessuali per raggiungere il 95% di probabilità di infezione.
Quindi, con la frequenza
ipotetica di un rapporto sessuale al giorno, ci vorrebbero 2 anni e due mesi per
avere il 50% di possibilità di infezione, e 9 anni per raggiungere il 95%. Nel
caso inverso, da femmina sieropositiva a maschio, la trasmissione dell'Hiv
richiederebbe almeno 27.000 rapporti sessuali per arrivare al 95% di probabilità
di trasmissione (cioè 74 anni di rapporti sessuali giornalieri!). Se davvero la
diffusione del virus fosse dovuta al sesso, l'Hiv sarebbe scomparso da tempo. Ed
infatti, nonostante l'allarmismo, l'AIDS è rimasto confinato a gruppi in cui
sono presenti fattori di rischio ben precisi: a) tossicodipendenti: (circa il
32% dei malati in USA e il 60% in Italia) si tratta di individui che oltre a
subire gli effetti negativi dell'eroina, della cocaina, dell'alcool, delle
anfetamine e di altre sostanze psicotrope (molte droghe hanno effetto depressivo
sul sistema immunitario), si alimentano in maniera scorretta ed insufficiente e
sono colpiti in modo più o meno continuo da infezioni multiple. In queste
condizioni di vita l'immunodepressione è garantita. b) omosessuali maschi:
(circa il 62% in USA e il 48% in Europa) il problema riguarda sopratutto gli
utilizzatori sistematici di droghe multiple, cocaina, extasy, alcool, poppers e
nitriti assunti per via inalatoria a forti dosi (i nitriti sono sostanze molto
reattive, causano immunodepressione, e vengono utilizzati per il loro effetto
afrodisiaco e rilassante per la muscolatura sfinterica). c) emofiliaci e
politrasfusi (circa l'1% in USA e il 3% in Europa). I carichi di proteine
estranee sono essi stessi immunodepressivi sia in emofiliaci sieropositivi che
sieronegativi.15
8. PREVISIONI CATASTROFICHE E
STATISTICHE FASULLE
"Entro il 1996, dai 3 ai 5
milioni di statunitensi risulteranno positivi all'HIV e un milione morirà di
AIDS" (Antony Fauci, direttore del NIAID - New York Times 14.1.86) "Entro il
1990 un eterosessuale su cinque sarà morto di AIDS" (Oprah Winfrey, The myth of
hetherosexual AIDS, 1987) Da anni ormai l'Aids è in costante decremento ed è
rimasta una malattia marginale, a dispetto di tutte le previsioni catastrofiche
diffuse negli anni scorsi. Come mai allora tutti i mezzi di informazione
continuano a diffondere statistiche sempre più allarmanti? È possibile solo a
costo di barare sui dati reali, con alcuni piccoli ma efficaci trucchi. Il primo
è quello di presentare i dati cumulativi invece che suddividerli correttamente
anno per anno. È evidente che se si sommano i dati di venti anni di rilevazioni
il numero dei malati conclamati e dei sieropositivi sembra essere sempre in
costante aumento. Il secondo è quello di ampliare (arbitrariamente) di quando in
quando il numero delle patologie che vengono correlate alla sindrome. Così dal
1° gennaio 1993 chi ha un numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se
perfettamente sano) viene incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che
il numero di casi di AIDS negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel
giro di una notte. Il terzo trucco, il più puerile ma il più utilizzato, è
quello di presentare le "stime degli esperti" al posto dei dati effettivamente
riscontrati. Le stime, oltre ad essere assolutamente opinabili, sono sempre al
servizio del terrorismo mediatico: secondo le stime che venivano presentate
dieci anni fa (con previsioni di aumento esponenziale anno per anno) oggi la
metà della popolazione italiana avrebbe dovuto essere sieropositiva! La realtà è
molto diversa: nel 2004 i sieropositivi in totale sono circa 130.000, che
rappresentano meno dello 0,003% della popolazione italiana, mentre i casi di
Aids conclamato totali dal 1982 ad oggi sono stati complessivamente
53.686.16
LE STATISTICHE
AFRICANE
Ma la situazione più
inverosimile riguarda l'Africa ed il Terzo Mondo: da molti anni vengono diffuse
cifre catastrofiche da parte dell'UNAIDS, l'organizzazione del WHO che si occupa
di Aids, che dimostrerebbero una crescita impressionante dell'epidemia. Alla
fine del 2004, nel documento denominato "AIDS Epidemic Update 2004" si è
arrivati alla ragguardevole cifra di "39,4 milioni di persone che vivono con
l'Hiv - ( ma che potrebbero variare da 35,9 milioni a 44,3 milioni - sic) con un
numero di morti di pari 3,1 milioni (ma che potrebbe variare da 2,8 a 3,5
milioni - sic ). Quando si analizza con attenzione questo documento dell'UNAIDS
ci si accorge che si tratta soltanto di "...stime basate sulle migliori
informazioni ottenibili" (sic). Molte pagine del documento si diffondono su temi
come la difesa delle donne dall'Aids (e perché non degli uomini?) o sulla
presunta diffusione del morbo in Asia, ma nulla di più su come si arrivi a
queste cifre. Null'altro viene detto sul metodo di indagine utilizzato per
stabilire i dati (peraltro così incerti). Eppure si tratta del documento
ufficiale della massima organizzazione mondiale sull'Aids e su di esso si basa
tutta l'informazione che viene diffusa dai media. Nel 1998 la pluripremiata
giornalista inglese Joan Shenton, realizzando vari programmi tv sul tema, aveva
esaminato criticamente questo sistema di calcolo: "Nei primi anni '90, il
Programma Globale sull'AIDS del WHO (che più tardi venne sostituito dall'UNAIDS)
dava impiego fino a 3.000 persone. Essi fornivano continuamente dati molto
gonfiati alla stampa, e i rappresentanti ufficiali cominciarono a riportare
questi casi stimati di Aids negli incontri pubblici per battere cassa coi
finanziamenti, facendo sparire silenziosamente i dati realmente riportati.
Mettemmo alla prova questi dati in un meeting alla London School of Hygiene and
Tropical Medicine nel 1993, e ci fu una imbarazzata ammissione che quello che
loro presentavano come dato di fatto, altro non era che un lavoro di
supposizione" (...) "In altre parole, gli africani possono tranquillamente
andare a dormire con la consapevolezza che i presunti milioni di conterranei,
donne e bambini ammalati di Hiv-Aids sono semplici "calcoli" fatti da un
"programma al microcomputer" che usa un "modello di database" preparato dallo
screditato e ormai defunto Programma Globale sull'AIDS del WHO. Per fortuna la
realtà sul territorio non conferma nemmeno lontanamente l'immagine
dell'epidemia"17. Infatti il WHO, attraverso il W.E.R. Weekly
Epidemilogical Report, un bollettino settimanale poco pubblicizzato, fino al
2002 diffondeva anche il numero dei casi effettivamente registrati. Così si può
verificare che nel 1995, a fronte dei 4,5 milioni di sieropositivi stimati,
quelli realmente accertati erano invece 422.735, meno del 10%! Mentre, ad
esempio, i casi di AIDS effettivamente registrati in Africa nei dodici mesi dal
1999 al 2000 sono 81.565.18 Davvero poca cosa se si pensa che in
Africa vivono 800 milioni di persone e ne muoiono più di 10 milioni all'anno, di
cui un milione per malaria. Che abbia ragione il prof. Lugi De Marchi, psicologo
clinico e sociale, quando afferma che queste stime vengano ottenute "con quel
particolare metodo di calcolo chiamato dati in libertà"?19
Dal 2003 però il WHO
diffonde solo le stime, senza fare più menzione dei casi realmente accertati.
Viene il sospetto che la discrepanza tra casi veri e stimati sia talmente alta
anche oggi che non sia più conveniente pubblicizzare i dati reali per chi ha
fatto della lotta all'Aids il proprio business.
9. CATASTROFE AFRICANA?
L'ultimo dato sui casi
realmente accertati di AIDS in Africa è stato diffuso dal WHO nel 2002:
corrisponde a 1.111.663 casi totali cumulativi (dall'inizio dell'epidemia ad
oggi).20 Ben lontana dalle stime fornite, questa cifra rappresenta
comunque un numero consistente di esseri umani. Ci sarebbe da preoccuparsi, se
non sapessimo come si arriva in realtà ad ottenere la cifra suddetta.
COME SI DIVENTA CASI DI AIDS
IN AFRICA
Come già riferito, l'Aids in
Africa non è quasi mai diagnosticata con il test dell'HIV (troppo costosi e non
sempre disponibili) ma in base a sintomi clinici. È sufficiente che un paziente
presenti tre principali sintomi clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un
sintomo minore (anche un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto
da AIDS. Questo in pratica significa che gli africani che soffrono di malattie
da sempre presenti in quelle zone ora sono classificati come vittime dell'AIDS.
Così in Africa le statistiche sull'Aids possono essere gonfiate artificiosamente
da una definizione capace di raggruppare sotto il suo largo ombrello malattie
antiche (come febbre, diarrea, tubercolosi o malaria) cambiandone il nome. Ma le
cause di malattia in Africa continuano ad essere la crescente povertà, la
malnutrizione, l'inquinamento dell'acqua, la mancanza di igiene. Nei paesi del
Terzo mondo si continua, purtroppo, a morire per gli stessi tragici motivi per
cui si muore da sempre. Soltanto che ora la maggior parte di questi decessi sono
rubricati come AIDS. Per questi problemi storici non viene invocato nessun
massiccio aiuto internazionale, preferendo spingere quei programmi "umanitari"
che mirano ad assoggettare quante più persone possibile ai farmaci e ai test
delle multinazionali occidentali.
IL RAPPORTO
KRYNEN
Due leader d'un gigantesco
programma francese di volontariato sull'AIDS, i coniugi Krynen, dopo cinque anni
di permanenza nel presunto epicentro dell'epidemia africana con un'equipe di 150
medici e paramedici europei, hanno smontato totalmente i dati della finta
epidemia: "In Africa, politici, operatori sanitari e utenti dei servizi hanno
tutto l'interesse a gonfiare i dati della malattia per il semplice fatto che,
per chi si occupa di Aids, sono disponibili enormi fondi internazionali". E
continuavano, con un pizzico di humor nero: "Se in Africa sei un semplice
affamato, nessuno si occupa di te, ma se sei un malato di Aids 750
organizzazioni assistenziali occidentali e le Nazioni Unite sono pronte a
coprirti di cibo e pacchi-dono (...) Il giorno in cui non ci sarà più l'Aids se
ne andrà il benessere"21.
HARVEY BIALY
Il microbiologo Harvey Bialy
ha trascorso otto anni nel continente africano per compiere ricerche
scientifiche. In una intervista intitolata significativamente "L'epidemia di
AIDS in Africa: un mito tragico" sostiene che non vi è assolutamente nessuna
prova convincente che L'Africa si trova nel mezzo di una nuova epidemia di
immunodeficienza infettiva, e che sono stai gli ingenti fondi internazionali
disponibili per la ricerca AIDS/Hiv ad incentivare medici e politici a
riclassificare come Aids malattie tradizionalmente presenti nel
continente22.
ENORMI RISORSE A
DISPOSIZIONE
Per lo studio e la
prevenzione dell'AIDS in Africa sono già stanziate risorse enormi rispetto a
quelle destinate ad altre malattie veramente pericolose, come la malaria, che
nell'Africa sub-sahariana uccide più di un milione di persone all'anno. Il
Governo dell'Uganda, che ha potuto investire nel 1993 solo 57.000 dollari nella
prevenzione e nel trattamento della malaria, ha ricevuto invece ben 6 milioni di
dollari per la lotta contro l'AIDS. Così la presunta "catastrofe" diventa il
grande business del secolo ed oggi esistono migliaia di organizzazioni non
governative che operano in Africa nel campo dell'Aids: soltanto in Uganda se ne
contano più di 700.
MADRI AFRICANE
SIEROPOSITIVE
I progetti più recenti delle
numerose associazioni che prosperano con la lotta all'AIDS in Africa si stanno
ponendo l'obiettivo di sottoporre al test Hiv quante più persone possibile. Ma,
come già abbiamo avuto modo di chiarire, particolari malattie da sempre presenti
nel continente africano possono causare frequentemente una falsa reazione di
positività al test Hiv. E perfino la condizione di gravidanza è tra le prime
cause (anche in occidente) di falsa positività. A cosa serva allora questo
screening di massa, oltre che ad incrementare a dismisura gli introiti delle
multinazionali farmaceutiche produttrici del kit, è difficile comprenderlo.
Questo non ha scoraggiato le cosiddette "associazioni umanitarie"
dall'utilizzare il terrorismo mediatico per reclamare fondi. Una recente,
massiccia (e costosa) campagna pubblicitaria della italiana CESVI invitava a
donare soldi affermando che "...in Africa una madre su tre è sieropositiva".
IL CASO DEL PRESIDENTE
SUDAFRICANO MBEKI
Nel 2000 cinque
multinazionali farmaceutiche, sotto l'apparente veste di un progetto umanitario,
proposero di abbassare i prezzi dell'AZT e di farmaci analoghi per utilizzarli
massicciamente su donne incinte e neonati nei paesi del terzo mondo, per la cura
e la profilassi della "infezione da HIV". Nello stesso anno, alla vigilia del
Congresso mondiale sull'AIDS, il presidente sudafricano Mbeki, preoccupato della
manovra delle multinazionali, convocò una conferenza di specialisti
internazionali per un dibattito aperto sugli effetti tossici dell'AZT e sulle
alternative terapeutiche di trattamento dell'AIDS. Tanto bastò a scatenare nei
giorni successivi il linciaggio da parte della stampa internazionale. Mbeki
venne definito un "pazzo" e un "criminale". Venne accusato di oscurantismo e
superstizione e perfino di attentare alla vita delle popolazioni africane. The
Observer, tra gli altri, arrivò a scrivere: "Mbeki lascia morire nel dolore i
bambini malati di AIDS". Eppure tra gli scienziati che aveva invitato alla
conferenza c'erano premi Nobel, membri di Accademie delle Scienze, professori
emeriti delle diverse discipline scientifiche. Quello che il presidente Mbeki
proponeva era soltanto un libero dibattito, un confronto su dati reali, la
verifica dell'efficacia di tali farmaci e sulla ben nota gravità degli effetti
collaterali. Non accettando supinamente che la popolazione sudafricana venisse
sottoposta a dei trattamenti di scarsissima efficacia e di altissima
tossicità23, la sua colpa, in sostanza, era quella di aver sfidato il
potere dell'uomo bianco e di non essersi piegato agli interessi delle
multinazionali farmaceutiche. Per pagare queste cosiddette "cure e profilassi"
si prospettava tra l'altro un indebitamento del Sudafrica di un miliardo di
dollari verso la Banca Mondiale. La conferenza fu, come temuto dagli
"ortodossi", un momento di reale informazione, che permise a tutti gli
scienziati dissidenti di esporre le loro tesi e mettere in grave crisi il dogma
Hiv-Aids. E di fermare l'utilizzo dell'AZT nei paesi africani. Ma ancora oggi,
nonostante le sue resistenze si siano rivelate oltremodo sagge e ragionevoli, il
linciaggio mediatico nei confronti di Mbeki continua.
10. TERAPIE CHE UCCIDONO
Grazie al terrore creato
intorno alla malattia sin dal suo apparire, è stato possibile far accettare la
somministrazione di farmaci altamente tossici, che hanno portato benefici solo
alle multinazionali che li producono. Nessuno dei sieropositivi rimasti sani per
molti anni ha assunto questi farmaci (se non per sospenderli presto), mentre chi
li ha presi per lunghi periodi sta male o è morto. Il famoso cestista Magic
Johnson, e molti altri come lui che hanno rifiutato di curarsi con l'AZT e i
farmaci retrovirali, sta benone, nonostante sia stato dato per spacciato vari
anni fa.
L'AZT
Sintetizzato sin dal 1964
come farmaco antitumorale, l'AZT rimase accantonato per 20 anni poiché si
constatò sperimentalmente che le cavie leucemiche trattate morivano in numero
maggiore di quelle non trattate. Data la sua elevatissima tossicità è impiegato
come base per il veleno per topi! Ma nel 1984 la Wellcome, società che lo
produce, lo tirò fuori di nuovo e, grazie al terrore ormai dilagante, riuscì a
farlo approvare in gran fretta come farmaco anti-HIV. Molti scienziati del
gruppo dei "dissidenti" sin dall'inizio della "epidemia" hanno lanciato
l'allarme contro il suo uso, che è molto più pericoloso della sindrome stessa.
Ben sei studi indipendenti hanno provato una tossicità del farmaco 1000 volte
superiore a quella dichiarata dalla Wellcome. Il più grande studio mai
effettuato sul farmaco, per numero di pazienti e durata, fu il "Concorde Trial",
i cui risultati nel 1994 dimostrarono inequivocabilmente che tra i pazienti
trattati non si verificava nessun beneficio, ed anzi si constatava un numero
maggiore di decessi rispetto ai pazienti non trattati.24 Tra le
conseguenza della somministrazione di AZT ci sono: distruzione del sistema
immunitario, distruzione del midollo osseo, distruzione dei tessuti e della
flora batterica intestinale, linfoma, atrofia dei muscoli, danni al fegato, al
pancreas, alla pelle e al sistema nervoso. Se una persona sana venisse
sottoposta ad un trattamento continuativo con AZT in pochi mesi subirebbe
effetti devastanti, simili a quelli dell'AIDS conclamato, fino ad arrivare ad un
tasso di mortalità prossimo al 100%. Eppure, grazie alla strategia del terrore,
questo farmaco così tossico, cancerogeno e privo di effetti benefici continua ad
essere somministrato. Così la Wellcome (casa farmaceutica produttrice) ne ha
venduto 0.9 tonnellate nel 1987, è passata a 44.7 tonnellate nel 1992, ed il suo
profitto lordo cresce in maniera esponenziale di anno in anno.
GLI INIBITORI DELLA
PROTEASI
Definiti miracolosi dai
media, in realtà i benefici clinici di questi farmaci non sono a tutt'oggi
ancora stati provati. Mentre la lista degli effetti collaterali aumenta
progressivamente, insieme al numero di insuccessi - che vanno dalle deformità
fisiche alle morti improvvise - testimoniando una realtà completamente diversa.
E lo stesso scienziato che li ha ideati, il dott. David Rasnik, sostiene che ci
sono forti dubbi sull'efficacia clinica di tali farmaci25.
IL COCKTAIL HAART
Per evitare questi effetti
devastanti, in tempi più recenti si è suggerito di utilizzare l'azione combinata
di più farmaci a dosaggi più bassi (il cocktail HAART). Questo ha portato ad
ampliare in maniera considerevole il numero dei pazienti, o dei cosiddetti
"malati asintomatici" che possono essere a lungo sottoposti a tali "terapie".
Con vantaggi evidenti per le case farmaceutiche che invece di farsi concorrenza
possono spartirsi una torta ancora più grande, coinvolgendo nella cura anche
persone che stanno benissimo.
11. IL BAVAGLIO
ALL'INFORMAZIONE
Tutte queste cose, benché
sconosciute al grande pubblico, sono ben note nell'ambito degli addetti ai
lavori. Ma una cortina di ferro è stata messa a protezione del castello per non
farle conoscere alle masse, che devono continuare ad essere indottrinate verso
il dogma ufficiale. Così, quei pochi e valorosi giornalisti che hanno provato a
dare voce agli scienziati del dissenso ben presto hanno dovuto fare i conti con
una censura feroce, che ha pochi eguali nel mondo contemporaneo. Celia Faber,
giornalista statunitense, è stata tra le prime ad affrontare l'AIDS dal punto di
vista "eretico". In un'intervista a Massimiano Bucchi ha dichiarato di avere
incontrato "...difficoltà pazzesche. (...) hanno cercato di farmi fuori in tutti
i modi. La mia carriera giornalistica è stata duramente segnata da questa
storia. Ho avuto minacce da Act Up 26 , ci sono stati articoli
terribilmente offensivi nei miei confronti da parte del "Native" 27 .
Fin dall'inizio i boss dei NIH28 mi hanno detto chiaramente che mi
avrebbero impedito di intervistare i loro ricercatori per via di quello che
avevo scritto"29. Neville Hodgkinson è giornalista del Times ed
esperto scientifico del Sunday Times. Dopo i primi articoli in cui fu
sostenitore della teoria dominante, enfatizzando i rischi della diffusione del
virus, si rese conto che le statistiche reali mostravano "...che non c'era
traccia dell'esplosione dell'Aids che era stata annunciata". Così cominciò a
considerare il punto di vista di Duesberg e dei vari dissidenti. Scrisse un
lungo articolo che riportava le ipotesi di questo gruppo di scienziati: "
riuscimmo ad inserire un richiamo in prima pagina e di nuovo le reazioni furono
isteriche (...) nessun argomento scientifico, solo cose del tipo «perché
infastidite i vostri lettori con teorie non dimostrate quando c'è una grande
emergenza in corso per la salute pubblica» - ma nulla che rispondesse alle
osservazioni dettagliate che Duesberg e gli altri facevano". Sulla base delle
successive esperienze di censura e attacchi personali oggi Hodgkinson dichiara:
" Non credevo che si potesse essere così odiati solo per aver scritto delle cose
o aver riportato le opinioni di scienziati che fino al giorno prima tutti
ritenevano dei luminari. (...) Ad un convegno dove la mia casa editrice aveva
chiesto l'autorizzazione per presentare il libro, uno scienziato si è fermato al
nostro tavolo e ha detto ad un collega che lo accompagnava « se vedi in giro
copie di questo libro in libreria o altrove, prendilo in mano e sputaci dentro
in modo che nessun altro possa acquistarlo o leggerlo ». Non pensavo che degli
scienziati, delle persone che dovrebbero essere aperte al confronto e alla
libera espressione, potessero arrivare a tanto".30
John Maddox, direttore di
"Nature", rivista scientifica custode dell'ortodossia, nel 1991 fece intravedere
piccoli spiragli di apertura verso il gruppo dei dissidenti riunito sotto
l'etichetta "Rethinking Aids", pubblicando un articolo intitolato "La ricerca
sull'aids messa sottosopra"31, in cui si facevano piccole concessioni
alle ragioni degli "eretici". Le reazioni degli scienziati ortodossi furono
durissime, e benché nessuno portasse argomenti scientifici ma solo i consueti
anatemi terroristici e invettive personali, Maddox si trovò costretto, nei mesi
successivi, a rimangiarsi tutto, fino ad affermare che non bisognava più dare
spazio alle opinioni di Duesberg (principale esponente del gruppo "Rethinking
Aids"). Sulla questione due sedicenti scienziati italiani scrissero un articolo
sulla stessa rivista sostenendo che: "...dovrebbe essergli impedito di parlare
in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti
televisivi con Duesberg" .32
Da quel momento è scattata
la censura sulle riviste scientifiche per ogni punto di vista alternativo (pur
se documentatissimo e difficilmente confutabile). Semplicemente ogni ipotesi
alternativa non doveva esistere. Oggi, anche se le previsioni dei dissidenti
sono sempre più confermate, quasi tutta la stampa sembra essere allineata al
dogma dominante. Ai pochi giornali e giornalisti che accettano le teorie
alternative sull'Aids, l'unica possibilità rimasta è quella del silenzio, e non
fungere da cassa di risonanza per le ormai screditate tesi dell'establishment
medico dominante.
12. IL GRANDE AFFARE DELLA CATTIVA
SCIENZA
La vicenda dell'AIDS è
davvero speciale perchè mai nella storia della medicina così tanto denaro è
stato riversato su una singola malattia. Di anno in anno le somme raccolte per
la lotta all'AIDS si moltiplicano, fino ad arrivare alla cifra di 6,1 miliardi
di dollari solo nel 2004. 33 Con 100 miliardi di dollari già spesi
nei soli Stati Uniti, è la più grossa impresa industriale, vicina a quella del
dipartimento della Difesa. La vendita dei test HIV è diventata una fonte di
immensi guadagni. Molti scienziati coinvolti nella ricerca sull'AIDS possiedono
società che vendono test e hanno milioni di dollari in partecipazioni
societarie. L'AIDS per questi individui è un affare estremamente remunerativo. I
ricercatori e i medici che hanno carriere e stipendi legati al virus sono circa
100.000, in buona parte americani. I bilanci delle multinazionali del farmaco si
accrescono di alcuni miliardi di dollari all'anno con la vendita dei farmaci
antiretrovirali e dei test HIV. Organismi come USAID (U.S. Agency International
Development), UNAIDS (United Nations AIDS program), WHO, ricevono stanziamenti
annuali di centinaia e centinaia di milioni di dollari per combattere l'AIDS.
Più di 1000 organizzazioni umanitarie raccolgono in totale centinaia di milioni
di dollari all'anno per aiutare i malati di AIDS. Il problema non è quindi la
crescita dell'AIDS, ma, per quanto paradossale e grottesco possa apparire,
l'esatto contrario, la sua eventuale scomparsa. Sono ormai così imponenti gli
interessi economici politici e burocratici legati al virus HIV che la sua morte
prematura potrebbe sconvolgere parecchi equilibri. Così è una tragica ironia che
proprio David Rasnik, scienziato che ha ideato gli inibitori della proteasi
usati per la cura dell'AIDS, abbia dichiarato nel 1997: "Come scienziato che ha
studiato l'AIDS per 16 anni, ho stabilito che l'AIDS ha poco a che fare con la
scienza e che, fondamentalmente, non è nemmeno una questione medica. L'AIDS è un
fenomeno sociologico tenuto in vita dalla paura, creato da una sorta di
"maccartismo medico" che ha violato e mandato in rovina tutte le regole della
scienza e che ha imposto a quella fascia di pubblico più vulnerabile una miscela
di credenze e pseudoscienza" E la giornalista Joan Shenton ne ha spiegato i
motivi : " Quello che ho imparato in questi anni è che la comunità scientifica
non è più libera. Oggi la scienza può essere comprata e le voci individuali di
dissenso facilmente ridotte al silenzio a causa delle enormi somme di denaro
convogliate nel proteggere l'ipotesi prevalente, per quanto sbagliata possa
essere. La politica, il potere e il denaro dominano il campo della ricerca
scientifica cosi estesamente che non è più possibile sottoporre a verifica una
ipotesi divenuta dogma." Su questo aspetto della cattiva scienza dell'AIDS
malata di denaro, ci piace chiudere col sarcastico commento del premio Nobel
Kary Mullis : "Un altro segmento della nostra società così pluralista -
chiamiamoli medici/scienziati reduci dalla guerra perduta contro il cancro, o
semplicemente sciacalli professionisti - ha scoperto che funzionava. Funzionava
per loro. Stanno ancora pagandosi le loro BMW nuove con i nostri
soldi"34.
***
L'Autore desidera
ringraziare tutti i ricercatori che hanno messo a disposizione il frutto del
loro lavoro, (in particolar modo il virologo triestino Fabio Franchi) e che
spesso hanno visto le loro carriere troncate dalle loro affermazioni.
COPYRIGHT - Il presente
scritto è riproducibile in rete, in tutto o in parte, purchè non venga
modificato e ne vengano sempre citati la fonte e l'Autore.
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