|
E ora c'è chi giura sulla fine del dollaro |
|
|
Postato da Redazione
|
|
giovedì 01 novembre 2007 |
Con l’euro attestato oltre quota 1,40, il dollaro canadese che
raggiunge la parità, oltre novecento miliardi di dollari in titoli di Stato Usa
conservati nei forzieri cinesi e la crisi dei mutui che si annuncia a Wall
Street tanto lunga quanto dolorosa il tema del giorno a Washington è la sorte
del biglietto verde: c’è chi teme sia avviato verso un inesorabile declino e chi
invece giudica l’attuale indebolimento solo apparente perché l’economia
nazionale resta molto solida.
Per comprendere i peggiori timori
all’orizzonte del dollaro bisogna ascoltare Desmond Lachman, ex vice direttore
del dipartimento politico del Fondo monetario internazionale in forza
all’American Enterprise Institute, secondo il quale il «campanello d’allarme
viene non tanto dalla forza dell’euro ma dalla decisione dell’Arabia Saudita di
non abbassare i tassi seguendo la Federal Reserve» con una inedita scelta di
autonomia monetaria «che lascia temere la possibilità che non solo i sauditi ma
anche Kuwait, Emirati Arabi e forse Venezuela e Russia scelgano di acquistare
sempre meno dollari». Se ciò dovesse avvenire «l’America avrebbe difficoltà a
trovare gli 800 miliardi di dollari annui che gli servono per fare fronte al
deficit corrente».
«Siamo in guai seri - aggiunge l’economista
conservatore - perché la convergenza fra una crisi dei mutui che durerà ancora
un paio di anni, il rischio di recessione e la diminuzione dell’importanza del
dollaro come più importante moneta di riferimento degli scambi globali può
innescare una spirale dalla velocità imprevedibile». E’ sul termine
«imprevedibile» che si accumulano i timori perché, come aggiunge Dan Mitchell,
economista del Cato Institute, «solo se il calo del dollaro avviene lentamente
può essere gestito limitando i rischi dalla Federal Reserve» di Ben Bernanke.
Mitchell imputa la vulnerabilità del biglietto verde alla politica seguita da
Alan Greenspan negli ultimi due anni di guida della Federal Reserve: «Tenendo i
tassi di interesse così bassi troppo a lungo ha fatto felici i politici di
Washington ma ha causato un eccesso di liquidità sui mercati finanziari che ha
gonfiato la bolla dei mutui e indebolito il dollaro».
Dietro le analisi
di Lachman e Mitchell c’è il timore di chi a Wall Street vede «un’America che
rischia di tornare agli anni Settanta» sommando valuta debole e recessione ma
sul fronte opposto vi sono quegli economisti che leggono diversamente la
situazione economica. «I fondamentali dell’economia sono forti, la bilancia dei
pagamenti con l’estero migliora di continuo e i capitali affluiscono in grande
quantità» spiega Robert Solomon, l’economista della Brookings Institution con
alle spalle undici anni nella Federal Reserve, secondo il quale «l’indebolimento
del dollaro è un riflesso della crisi dei mutui non della debolezza
dell’economia» e dunque «non esiste il pericolo di un collasso del biglietto
verde».
Lo scenario del collasso viene collegato in alcuni centri studi
al ricorso da parte di Pechino dell’«opzione nucleare» ovvero la vendita sul
mercato dei 900 miliardi di dollari in titoli di Stato Usa: una quantità tale da
poter causare la bancarotta della stessa Federal Reserve. «Ma se la Cina dovesse
farlo sarebbe lei la prima a rimetterci - obietta Robert Kubarych, ex capo
economista della Borsa di New York oggi in forza al Council on Foreign Relations
- perché la sua crescita è sostenuta dagli acquisti che provengono dagli Stati
Uniti».
Se yuan e dollaro «sono e restano valute espressone di interessi
economici convergenti», Kubarych non crede al declino della valuta Usa: «Perde
certo valore rispetto all’euro ma non allo yen e nella bilancia commerciale
americana l’Asia conta tre volte più dell’Europa». Di fronte agli scenari
valutari che rimbalzano dal Vecchio Continente, l’ex economista del New York
Stock Exchange nonché esperto di Cina, ribatte: «Voi europei pensate che tutto
ruoti attorno all’euro ma è una percezione sbagliata, appartenente al passato,
Washington teme un indebolimento del dollaro rispetto alle valute asiatiche
mentre è pressoché indifferente a ciò che avviene nel cambio con l’euro, per non
parlare del Canada». La chiave di lettura di quanto sta avvenendo, conclude
Kubarych, «non è a Francoforte ma a Tokio, dove si continuano a comprare dollari
ad un valore alto».
Articoli Correlati:
» Nessun commento
» Commenta la notizia
|