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La terza crisi petrolifera della storia potrebbe nascere oggi nel sud degli Stati Uniti, per colpa dell'uragano
Le grandi catastrofi economiche mondiali dipendono spesso dal
petrolio. E sono sempre annunciate da immagini forti. Nel 1973 il
deserto del Sinai e le alture del Golan erano uno scenario di guerra. I
carri armati israeliani inseguivano i tank egiziani e siriani, che
avevano attaccato per primi. Era la guerra del Kippur.
I paesi arabi dell'Opec decisero di punire gli Stati Uniti e
l'occidente per l'appoggio a Israele con l'embargo sulle vendite
dell'oro nero: era la prima crisi petrolifera. Sei anni dopo è stata
una barba bianca a far salire alle stelle il prezzo del barile. Quella
dell'ayatollah Khomeini, di ritorno a Teheran trionfante come leader
della rivoluzione islamica: seconda crisi petrolifera.
La terza forse si sta preparando
in questi giorni nel sud degli Stati Uniti. L'uragano Katrina e i corpi
che galleggiano per le strade allagate di New Orleans potrebbero
sommarsi alla lunga serie di scosse geopolitiche (al Qaeda, Iraq,
Arabia Saudita, Venezuela) che agitano il mercato del petrolio da
diciotto mesi. I danni alle infrastrutture petrolifere del Golfo del
Messico e a quelle portuali del Mississippi potrebbero infatti avere
serie conseguenze per l'economia mondiale.
Il barile non
ne aveva bisogno: sono settimane che il suo prezzo sale
vertiginosamente e gli automobilisti europei se ne rendono conto ogni
volta che fanno il pieno. Ma un fatto è certo: l'uragano Katrina ha
colpito in pieno una zona d'importanza strategica per
l'approvvigionamento energetico degli Stati Uniti.
La Louisiana è infatti il quarto stato produttore di greggio, dopo il
Texas, l'Alaska e la California. Un quarto del petrolio statunitense
viene dal Golfo del Messico.
Da dieci giorni, però, centinaia di pozzi off-shore hanno smesso di
pompare greggio (ed è andato perduto il 95 per cento della produzione),
e non si sa ancora se e quanto le piattaforme off-shore sono state
danneggiate. Non solo: Katrina ha colpito le grandi raffinerie della
costa, dove transita la maggior parte del petrolio importato nel paese
– l'America importa il 55 per cento del suo greggio. Sono raffinerie
che in questi ultimi mesi erano già state segnalate per il loro cattivo
stato (è da trent'anni che non si costruisce un nuovo impianto), e
soprattutto perché non raffinano abbastanza rapidamente per adeguarsi
alla domanda di benzina.
Consapevole del problema il presidente George W. Bush ha dato l'ordine,
inedito, di attingere alle riserve strategiche degli Stati Uniti (700
milioni di barili). Le quantità di greggio immesse sul mercato dai
paesi occidentali hanno avuto un effetto calmieratore, ma si tratta di
soluzioni temporanee.
Katrina ha infatti messo a nudo l'incredibile fragilità degli Stati
Uniti. L'impero americano è basato su una dottrina in cui la "sicurezza
energetica" ha un ruolo di primissimo piano. È stata la priorità
dell'amministrazione Bush fin dall'inizio del mandato. Nel maggio del
2001 il vicepresidente Dick Cheney ha illustrato nel dettaglio in un
rapporto – tutt'ora riservato – quel che devono fare gli Stati Uniti
per assicurarsi un flusso costante di oro nero dall'estero.
Questo testo fondamentale sostiene che Washington deve diversificare le
sue fonti di approvvigionamento e uscire dalla sua dipendenza dal Medio
Oriente, e in particolare dall'Arabia Saudita. Pochi mesi più tardi gli
attentati dell'11 settembre hanno confermato le idee
dell'amministrazione Bush: i dubbi sull'alleato saudita diventano
certezze. Nel documento Cheney suggerisce allora di sviluppare nuove
alleanze: in Asia centrale (Kazakistan), intorno al Caspio
(Azerbaigian), ma soprattutto in Africa occidentale. Il vantaggio del
petrolio africano? È off-shore.
Geograficamente, perché le riserve si trovano
sotto il Golfo di Guinea, ma anche politicamente, perché in mare aperto
si è lontani dagli intrighi di palazzo africani e dalle pericolose
guerre che dilaniano il continente. E infine, ultimo vantaggio, le
superpetroliere, per consegnare il loro greggio alle grandi raffinerie
del Texas e della Louisiana, devono solo attraversare l'Atlantico,
evitando così gli stretti complicati (Ormuz, Suez, Bab el Mandeb), dove
sarebbero bersagli potenziali degli uomini di Osama bin Laden. I
suggerimenti di Dick Cheney sono stati seguiti alla lettera. Mai prima
d'ora gli Stati Uniti si erano tanto impegnati in Africa, dove il
Pentagono ha anche intenzione di aprire una grande base navale
nell'arcipelago di Sao Tomé.
Paradossalmente il rapporto
Cheney – che raccomandava anche di trivellare le aree protette
dell'Alaska – non dedicava neanche una riga alla sicurezza degli
impianti che si trovano in patria. L'attacco è arrivato a sorpresa. Non
è stata al Qaeda, ma il vento. Katrina, colpendo la costa del Golfo del
Messico, ha causato molti più danni di un terrorista. Il terminale
petrolifero di Port Fourchon, nel delta del Mississippi, è stato
spazzato via. Decine di impianti sono fuori uso. Il prezzo del
petrolio, intorno ai 70 dollari, è pronto a superare la prossima
soglia, quella degli 80 dollari. E qualche persona onesta, anche tra i
repubblicani, comincia a sostenere che un impero costruito solo sulla
potenza dell'oro nero è un gigante dai piedi d'argilla.
di Serge Enderlin (da Internazionale 607, 8 settembre 2005) preso da: http://www.megachip.info
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