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set 22 2005
Il petrolio di Katrina Stampa
Postato da Francesco   
giovedì 22 settembre 2005

La terza crisi petrolifera della storia potrebbe nascere oggi nel sud degli Stati Uniti, per colpa dell'uragano

Le grandi catastrofi economiche mondiali dipendono spesso dal petrolio. E sono sempre annunciate da immagini forti. Nel 1973 il deserto del Sinai e le alture del Golan erano uno scenario di guerra. I carri armati israeliani inseguivano i tank egiziani e siriani, che avevano attaccato per primi. Era la guerra del Kippur.

I paesi arabi dell'Opec decisero di punire gli Stati Uniti e l'occidente per l'appoggio a Israele con l'embargo sulle vendite dell'oro nero: era la prima crisi petrolifera. Sei anni dopo è stata una barba bianca a far salire alle stelle il prezzo del barile. Quella dell'ayatollah Khomeini, di ritorno a Teheran trionfante come leader della rivoluzione islamica: seconda crisi petrolifera.


La terza forse si sta preparando in questi giorni nel sud degli Stati Uniti. L'uragano Katrina e i corpi che galleggiano per le strade allagate di New Orleans potrebbero sommarsi alla lunga serie di scosse geopolitiche (al Qaeda, Iraq, Arabia Saudita, Venezuela) che agitano il mercato del petrolio da diciotto mesi. I danni alle infrastrutture petrolifere del Golfo del Messico e a quelle portuali del Mississippi potrebbero infatti avere serie conseguenze per l'economia mondiale.

Il barile non ne aveva bisogno: sono settimane che il suo prezzo sale vertiginosamente e gli automobilisti europei se ne rendono conto ogni volta che fanno il pieno. Ma un fatto è certo: l'uragano Katrina ha colpito in pieno una zona d'importanza strategica per l'approvvigionamento energetico degli Stati Uniti.
La Louisiana è infatti il quarto stato produttore di greggio, dopo il Texas, l'Alaska e la California. Un quarto del petrolio statunitense viene dal Golfo del Messico.

Da dieci giorni, però, centinaia di pozzi off-shore hanno smesso di pompare greggio (ed è andato perduto il 95 per cento della produzione), e non si sa ancora se e quanto le piattaforme off-shore sono state danneggiate. Non solo: Katrina ha colpito le grandi raffinerie della costa, dove transita la maggior parte del petrolio importato nel paese – l'America importa il 55 per cento del suo greggio. Sono raffinerie che in questi ultimi mesi erano già state segnalate per il loro cattivo stato (è da trent'anni che non si costruisce un nuovo impianto), e soprattutto perché non raffinano abbastanza rapidamente per adeguarsi alla domanda di benzina.

Consapevole del problema il presidente George W. Bush ha dato l'ordine, inedito, di attingere alle riserve strategiche degli Stati Uniti (700 milioni di barili). Le quantità di greggio immesse sul mercato dai paesi occidentali hanno avuto un effetto calmieratore, ma si tratta di soluzioni temporanee.

Katrina ha infatti messo a nudo l'incredibile fragilità degli Stati Uniti. L'impero americano è basato su una dottrina in cui la "sicurezza energetica" ha un ruolo di primissimo piano. È stata la priorità dell'amministrazione Bush fin dall'inizio del mandato. Nel maggio del 2001 il vicepresidente Dick Cheney ha illustrato nel dettaglio in un rapporto – tutt'ora riservato – quel che devono fare gli Stati Uniti per assicurarsi un flusso costante di oro nero dall'estero.

Questo testo fondamentale sostiene che Washington deve diversificare le sue fonti di approvvigionamento e uscire dalla sua dipendenza dal Medio Oriente, e in particolare dall'Arabia Saudita. Pochi mesi più tardi gli attentati dell'11 settembre hanno confermato le idee dell'amministrazione Bush: i dubbi sull'alleato saudita diventano certezze. Nel documento Cheney suggerisce allora di sviluppare nuove alleanze: in Asia centrale (Kazakistan), intorno al Caspio (Azerbaigian), ma soprattutto in Africa occidentale. Il vantaggio del petrolio africano? È off-shore.

Geograficamente, perché le riserve si trovano sotto il Golfo di Guinea, ma anche politicamente, perché in mare aperto si è lontani dagli intrighi di palazzo africani e dalle pericolose guerre che dilaniano il continente. E infine, ultimo vantaggio, le superpetroliere, per consegnare il loro greggio alle grandi raffinerie del Texas e della Louisiana, devono solo attraversare l'Atlantico, evitando così gli stretti complicati (Ormuz, Suez, Bab el Mandeb), dove sarebbero bersagli potenziali degli uomini di Osama bin Laden. I suggerimenti di Dick Cheney sono stati seguiti alla lettera. Mai prima d'ora gli Stati Uniti si erano tanto impegnati in Africa, dove il Pentagono ha anche intenzione di aprire una grande base navale nell'arcipelago di Sao Tomé.

Paradossalmente il rapporto Cheney – che raccomandava anche di trivellare le aree protette dell'Alaska – non dedicava neanche una riga alla sicurezza degli impianti che si trovano in patria. L'attacco è arrivato a sorpresa. Non è stata al Qaeda, ma il vento. Katrina, colpendo la costa del Golfo del Messico, ha causato molti più danni di un terrorista. Il terminale petrolifero di Port Fourchon, nel delta del Mississippi, è stato spazzato via. Decine di impianti sono fuori uso. Il prezzo del petrolio, intorno ai 70 dollari, è pronto a superare la prossima soglia, quella degli 80 dollari. E qualche persona onesta, anche tra i repubblicani, comincia a sostenere che un impero costruito solo sulla potenza dell'oro nero è un gigante dai piedi d'argilla.

di Serge Enderlin (da Internazionale 607, 8 settembre 2005)
preso da: http://www.megachip.info

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