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Nel 2005 l’economia degli USA ha resistito a tutti i principi conosciuti delle
teorie economiche: a dispetto dell’alto grado di disavanzo, di un bilancio
deficitario mostruoso, il fallimento di una guerra e importanti scandali
politici che hanno coinvolto gli assistenti del Presidente, il dollaro si è
rafforzato rispetto all’Euro e allo Yen, l’economia è cresciuta del 3.4 % e
tutte le più importanti compagnie finanziarie hanno registrato profitti. Sembra
che l’economia americana sfidi la legge di gravità, fluttuando sopra il tumulto
politico e le vulnerabilità strutturali. Ma il punto della “profezia” non è
quello di specificare il giorno e l’ora del brusco declino e della recessione,
ma quello di identificare le profonde vulnerabilità strutturali e i possibili
eventi scatenanti, che potrebbero fare esplodere una crisi.
L’economia
americana continuerà a divergere in un doppio senso. Il settore finanziario si
espanderà oltremisura, in special modo le maggiori compagnie finanziarie come
Goldman Sachs, J.P. Morgan, Citibank, mentre il settore dell’industria guidato
dalle “Big three”del settore automobilistico (General Motors, Ford, Chrysler),
crollerà ulteriormente, con una buona chance che la General Motors andrà in
bancarotta.
Le multinazionali statunitensi si espanderanno su scala mondiale,
acquistando titoli delle principali banche e industrie, specialmente in Cina,
estendendo il raggio d’azione economico dell’Impero, mentre l’economia nazionale
ne soffrirà, visto che l’edilizia e la bolla speculativa del mercato immobiliare
crolleranno, i prezzi alti dell’energia mineranno la competitività delle
esportazioni, risultando in brusco declino nella spesa in consumi. L’Impero
americano verrà sempre più identificato con i propri giganti economici, mentre i
fallimenti delle proprie guerre lo condurranno a un ritiro delle truppe ed a
ricorrere alla risorsa del potenziale aereo, delle forze militari locali, e
compiacenti sanzioni economiche verso i regimi social-liberali.

La crisi sociale interna si aggraverà nel momento
in cui le opportunità di profitto oltreoceano si espanderanno. Nel 2006 oltre il
90% dei lavoratori americani dovrà pagare per i propri costosi piani
pensionistici e previdenziali, se non potranno farlo, ne perderanno la
copertura. I contratti precari sono la norma per tutti tranne che per una
piccola fetta di impiegati pubblici. La reale inflazione (che include l’aumento
dei costi per la sanità, l’istruzione, l’energia e le pensioni) aumenterà di
circa due volte l’andamento dei prezzi al consumo e contribuirà a una ulteriore
caduta degli attuali tenori di vita. Un rapido sgonfiamento della bolla
immobiliare ridurrebbe a metà il “valore sulla carta” dei proprietari di
immobili, e forzerebbe coloro che sono pesantemente indebitati al fallimento.
Ciononostante , come è accaduto qualche decade fa, (dopo i Savings and Loan,
Dotcom, Enron e altre speculazioni fallimentari), mentre milioni di piccoli
speculatori e investitori nel campo immobiliare perderanno miliardi di dollari,
il loro malcontento non troverà nessun riscontro politico. Maggiori le
disuguaglianze nel reddito, nelle proprietà e nel benessere tra le elite
economiche finanziarie dell’Impero da una parte, e le retribuzioni nazionali e
le classi stipendiate dall’altra, minore il livello dell’organizzazione
dell’opposizione politica e sociale.
Nel 2006 gli USA diverranno un paese
sviluppato con le maggiori disuguaglianze, con il più prolungato declino del
tenore di vita e la nazione meno capace di organizzare una difesa dei diritti
sociali, per non parlare di un modello alternativo –contro l’Impero- centrato
sull’accumulazione capitalista. In poche parole, la crisi interna dei tenori di
vita finanzierà la creazione di un ulteriore impero economico, anziché
osteggiarlo.
L’espansione globale degli USA è sostenibile a causa dei
cambiamenti fondamentali che stanno prendendo piede in India, Cina, Indo-Cina e
nei reami del petrolio del Medio Oriente. Questi paesi hanno abbassato molte
barriere nei confronti degli investimenti esteri, joint ventures e anche ai
maggiori proprietari di industrie in grande sviluppo, banche e fonti
energetiche. Le multinazionali degli USA, quelle Europee e Giapponesi, e le
banche accelereranno la loro entrata oltre le teste di sbarco iniziali e si
sposteranno in tutti i settori dell’economia, ancor più profondamente: il 2006
segnerà la transizione della Cina da “nazional-capitalista” a un modello di
crescita imperialista e nazionale a guida capitalista.
Gli Stati Uniti
continueranno col sostituire una guerra aerea a una guerra terrestre in Iraq:
per 10.000 truppe ritirate, ci saranno centinaia di attacchi aerei in più. La
politica USA nei confronti dell’Iraq è un classico caso di “governare o
distruggere” di proporzioni bibliche. Dato che gli USA o i suoi regimi fantoccio
non riescono a governare, la politica di Washington sta facendo regredire il
paese in un “Afghanistan” di guerrieri etnici e clericali signori della guerra e
capi tribù, basato su feudi minori. Il dibattito circa una nuova guerra contro
l’Iran non è ancora chiuso a causa delle profonde divisioni di Washington, delle
minacce militari israeliane e del processo per spionaggio ai due leader della
principale lobby pro-israele, la American Israel Public Affaire Committee. Ci si
aspetta che Washington faccia pressione sulle sanzioni economiche del Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite, che con probabilità fallirà a causa del veto
di Cina/Russia. Di conseguenza è possibile, specialmente se Netanyahu verrà
eletto Primo Ministro, che Israele attacchi i siti di sperimentazione di energia
nucleare iraniani, con la complicità del loro partner alla Casa Bianca e al
Congresso. L’aggressione israeliana probabilmente scatenerà una serie di guerre
di riflesso in Libano, Iraq (incluso l’Iraq ‘curdo’) e oltretutto, condurrà a
una escalation di perdite statunitensi indebolendo i regimi satellite di
Washington (Arabia Saudita, Giordania, Egitto, etc.)
A Washington, il Congresso e entrambi i partiti politici verranno
ulteriormente screditati, visto che Jack Abramoff, il pentito truffatore
lobbista coinvolgerà dozzine di membri del Congresso, leaders politici e
funzionari statali in un enorme scandalo di tangenti. Il processo e l’accusa dei
leaders del Congresso, specialmente i capi repubblicani del Congresso,
potrebbero evitare ogni nuova regressiva e repressiva legislazione dell’essere
approvata, ma potrebbero spronare il Presidente nell’ingaggiare un’avventura
militare oltreoceano (bombardare l’Iran) per mascherare la crisi.
D’altro canto, un altro intervento militare fallimentare da parte della
Casa Bianca, nel contesto di un Congresso screditato guidato da leaders politici
criminosi, potrebbe infiammare un movimento di base per l’impeachment.
Un
esercito americano indebolito, il declino degli ortodossi clienti neo-liberali,
e iniziative diplomatiche fallite nei forum regionali, stanno forzando gli USA
verso “compiacenti” politici di centro-sinistra in America Latina. La grande
flessibilità di Washington troverà la sua espressione nei continui rapporti ben
funzionanti con il Presidente del Brasile, Uruguay, Argentina e probabilmente
Bolivia. L’ostilità del Ministero degli Esteri verso il Presidente del Venezuela
Chavez, sarà mitigata dalla perdita di leve di potere interne, e dagli stretti
rapporti d’affari tra le compagnie petrolifere venezuelane e americane. Gli USA
potrebbero non intervenire nelle elezioni di Colombia, Cile, Messico o Brasile
perché ognuno dei maggiori candidati è ben addentro l’orbita neo-liberale
statunitense.
L’improbabile esito in Perù, dove un ex ufficiale
‘nazionalista’ vicino a Chavez è uno dei principali candidati, è facile che si
risolva in un pesante sostegno al candidato conservatore. Washington con tutta
probabilità sarà impegnato in alcuni ‘sporchi trucchetti’ dalla retroguardia,
nelle elezioni presidenziali in Venezuela, sapendo in anticipo che con ogni
probabilità Chavez vincerà con una sostanziale maggioranza.
In altre
parole, Washington perderebbe la sua automatica maggioranza votante in America
Latina e sarebbe forzata a accantonare molti dei suoi più evidenti tentativi di
imporre il proprio dominio economico. Ciononostante, nessuna delle basi militari
strategiche e delle considerevoli proprietà finanziarie e di risorse, e del
pagamento sostanzioso del debito verrà minacciato dall’elezione di un Presidente
di ‘centro-sinistra’. Il principale ammonimento all’esito di questa potenziale
“co-abitazione” sarà una riuscita rivolta se il centro-sinistra dovesse perdere:
in quel caso Washington interverrà sicuramente con deleghe locali, facendo
esplodere un’opposizione regionale.
Riassumendo, il 2006 sarà certamente
un anno estremamente variabile e incerto per l’Impero. Le disfatte militari, la
crisi del paese, una grande perdita del dollaro e un indebolimento generale
della base dell’economia interna, si pongono accanto alla crescente crescita
economica d’oltreoceano, a tassi elevati dei profitti finanziari, a una
opposizione politica interna estremamente debole e a elite compiacenti in Asia e
Sud America. La più grande minaccia alla costruzione dell’Impero non arriva
dall’interno e nemmeno dalla competitività del mercato, ma da una possibile
guerra in Iran. Anche un attacco israeliano o americano potrebbe far scattare
una serie di gravi crisi economiche politiche e militari, che modificherebbero
radicalmente tutte le precedenti previsioni e risultati riguardanti la
situazione dell’Impero per il 2006.
Il secondo grande scossone in
preparazione è la crescita della rivolta popolare contro le mostruose
ingiustizie e terribili condizioni di lavoro imposte dalla classe dirigente
cinese in alleanza con i capitali esteri. Un ulteriore colpo potrebbe emergere
più in là del 2006, se e quando l’attuale boom economico crollerà e minerà la
strategia sull’esportazione dei regimi di centro-sinistra in America Latina e
Centrale. In quel contesto è probabile che si creerà una nuova ondata di
movimenti extra-parlamentari e anti-imperialisti che potrebbero far tremare
tutto L’Impero.
James Petras
ex Professore di Sociologia alla Bingham
University di New York, è impegnato da 50 anni nella lotta di classe, è
consulente per i senzatetto e disoccupati del Brasile ed Argentina ed è
co-autore di Globalization Unmasked (Zed)*. Il suo nuovo libro con Henry
Veltmeyer, Social Movements and the State: Brazil, Ecuador, Bolivia and
Argentina, è stato pubblicato nell’ Ottobre 2005. Per contattarlo:
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Fonte:www.counterpunch.org
Link:http://www.counterpunch.org/petras01142006.html
14/15.01.06
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LAURA
* "La Globalizzazione mascherata" Jaka Book, 2002
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