Di Alessandro
De Nicola
A furia di ripetere che l’Europa non deve essere solo uno spazio economico e
di libero scambio, ma anche una comunità culturale, sociale e politica,
nell’impossibilità di raggiungere quest’ultima , burocrati, sindacalisti e
politici di varia estrazione stanno cercando di eliminare il libero
scambio. Almeno, in nome dell’uguaglianza, faranno fallire tutti gli
obiettivi. L’accordo tra socialisti, popolari e alcune frange dei liberal
democratici (tra cui la Margherita, che curiosamente si colloca tra i liberali)
per annacquare la direttiva Bolkestein sui servizi ne è solo il più recente
esempio.
Addio al principio del "paese d’origine"
La direttiva, che prende il nome dal commissario al Mercato interno,
l’olandese Frits Bolkestein, ha il fine di eliminare gli ostacoli alla libertà
di stabilimento e alla libera circolazione dei servizi all’interno dell’Unione
Europea: una condizione fondamentale per rilanciare produttività, competitività
e occupazione in Europa, come dimostrato da sempre più numerosi studi. n
particolare, la direttiva prevedeva il "principio del paese di origine" in base
al quale il prestatore di servizi era sottoposto unicamente alla legislazione
del paese in cui è stabilito e di conseguenza non poteva essere sottoposto a
restrizioni da parte dello Stato ospitante ove decideva di svolgere
temporaneamente la sua opera. In altre parole, per riprendere la metafora
dell’idraulico polacco (agli occhi dei liberali diventato il simbolo di una
lotta di liberazione, quasi fosse un partigiano), se in Francia è necessaria una
patente per riparare tubi e in Polonia no, l’artigiano di Varsavia avrebbe
potuto esercitare tranquillamente a Parigi senza iter burocratici di nessun
genere. Ora, grazie al compromesso storico raggiunto a Bruxelles, la direttiva
Bolkestein sembra essere diventata una norma Frankenstein: le eccezioni sono più
numerose delle regole. nfatti, è vero che il nuovo articolo 16
prevede che ogni Stato membro "dovrà assicurare libero accesso ed esercizio di
un’attività di servizio nel suo territorio", non potrà obbligare all’apertura di
una sede apposita o all’iscrizione in un albo professionale (salvo per le
professioni protette) come condizione dell’accesso e i limiti cui l’esercizio
potrà essere sottoposto dovranno rispettare i principi di non discriminazione,
proporzionalità e necessità. Tuttavia, è altrettanto vero che gli Stati
nazionali avranno in mano armi potenti per depotenziare sinanco queste nuove
libertà. rima di tutto, è stato abolito il principio stesso del paese
d’origine. La sua mera esistenza avrebbe consentito di interpretare anche le
disposizioni restrittive di uno Stato membro ammesse dalla direttiva in un modo
assai circoscritto: la Corte di giustizia ha una lunga tradizione in questo
senso. Purtroppo, ciò non sarà più possibile. noltre, alle numerose
eccezioni già contenute nel testo originario se ne sono aggiunte tali e tante
altre che a questo punto è difficile capire a quale servizio
significativo si applicherà concretamente la presunta liberalizzazione. Andiamo
con ordine. a direttiva già prevedeva l’esclusione dal suo ambito dei
servizi di interesse generale (essenzialmente non profit, l’istruzione pubblica,
ad esempio), di quelli finanziari (banche, assicurazioni, pensioni private,
eccetera), delle reti di comunicazione elettronica e dei trasporti già
disciplinati da altre norme comunitarie. Fuori dalla gittata della proposta
Bolkestein anche la distribuzione di elettricità, gas, acqua e i servizi
postali. enivano poi fatti salvi i requisiti imposti da ciascuno Stato
membro necessari per garantire l’ordine o la sicurezza pubblica, la protezione
della salute o dell’ambiente. ediamo cosa succederà adesso dopo le modifiche
del Parlamento
europeo. Primo macigno: "la direttiva non concerne la liberalizzazione dei
servizi di interesse economico generale (quindi non solo non profit) che
gli Stati membri sono liberi di definire e organizzare come meglio credono".
un articolo pericoloso soprattutto ala luce di ciò che fanno i paesi
peggiori, come la Francia, quando si tratta di definire cos’è
"strategico", di "interesse generale" e così via. Basti ricordare la recente
legge transalpina che indica ben undici settori in cui il Governo si riserva di
dire la sua in caso di Opa, oppure il patetico atteggiamento della classe
politica parigina alla minaccia di take over dello yogurt Danone. alvati
dai tentacoli liberalizzatori anche i servizi che mirano a un vagamente definito
obiettivo di "benessere sociale", intesi come manifestazione del
principio di coesione sociale e solidarietà. Ebbene, quale servizio mira al
"malessere sociale"? er buona misura si specifica che rimangono competenza
degli Stati i servizi relativi all’edilizia popolare, l’assistenza familiare e
all’infanzia, le agenzie di lavoro temporaneo e quelle di sicurezza privata (la
terribile guardia giurata cipriota), i servizi sanitari (la malaccorta
infermiera maltese) e farmaceutici (il sinistro farmacista lituano), i servizi
audiovisivi, i giochi d’azzardo. Dulcis in fundo, l’esclusione dei
trasporti include i trasporti urbani, i servizi portuali, le ambulanze e i taxi
(niente maleodoranti tassisti sloveni). oiché è bene non fidarsi nemmeno
dello zelo iper-protettivo di Bruxelles, tutte le norme a salvaguardia del
consumatore anche non armonizzate a livello europeo rimangono comunque
saldamente in vigore. nfine, siccome non si sa mai, con la scusa di
consolidare la giurisprudenza della Corte di giustizia europea, viene aggiunto
un nuovo paragrafo (n. 7 dell’articolo 4) che definisce le "prevalenti ragioni
di pubblico interesse" che possono essere invocate contro la liberalizzazione:
politiche, salute, sicurezza e ordine pubblici, l’equilibrio finanziario del
sistema di sicurezza sociale, incluso l’accesso libero alle cure mediche,
protezione dei consumatori e lavoratori, equità degli scambi commerciali, lotta
alle frodi, ambiente, proprietà intellettuale, salute degli animali,
conservazione del patrimonio artistico e storico, obiettivi di politica sociale
e culturale. on tutte queste eccezioni la direttiva Bolkestein, o quel che
ne rimane, avrà vita grama e l’Europa avrà perduto un’altra buona
occasione.
Se i burocrati leggessero Tucidide
Preoccupa però il clima generale che stiamo vivendo nel Vecchio Continente:
invece di svegliarci dal torpore determinato dalla sclerosi burocratica e
fiscale che attanaglia molti paesi europei, sembra che le maggiori energie
vengano impiegate a contrastare le liberalizzazioni. La colpa è soprattutto
della Francia e delle sinistre continentali, ma nessuno può dirsi senza peccato.
E perciò se Parigi si fa notare per la pervicacia con cui blocca le acquisizioni
sgradite, emanando improbabili liste di settori strategici e reagendo
furiosamente a qualsiasi iniziativa "straniera" (1), sono tutte e
quattro libertà consacrate dal Trattato di Roma - di movimento, di
capitali, di stabilimento e di beni - a essere continuamente sotto attacco, come
è accaduto per gli accordi transitori che limitano in dodici Stati su quindici
il flusso di lavoratori dai nuovi paesi comunitari dell’Est. Ed è un peccato
mortale non rendersi conto dell’antistoricità, dell’inefficienza e dell’iniquità
di un tale atteggiamento, perché a noi piace pensare che l’Europa dovrebbe
essere simile all’Atene che Pericle celebra nella sua orazione funebre riportata
da Tucidide (unica figura ad avere l’onore di essere menzionata nella fallita
costituzione europea): "la nostra città è così grande che da tutta la terra ci
arrivano merci di ogni tipo (…). Offriamo la nostra città agli altri come un
bene da godere in comune, e non accade mai che, decretando l’espulsione degli
stranieri, allontaniamo qualcuno da un’occasione di apprendimento o da uno
spettacolo". Ma, come si suol dire, erano altri tempi.
(1) Come nel caso Arcelor. Ma sarebbe curioso vedere cosa direbbe de
Villepin se l’Italia considerasse Bnp banca non grata a Roma. Fonte : www.lavoce.info
Articoli Correlati:
» Nessun commento
» Commenta la notizia
|