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15
2007
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Annapolis: israele e Palestina a 90 anni dalla dichiarazione di Balfour |
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Postato da Redazione
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venerdì 16 novembre 2007 |
Sono passati novanta anni dalla dichiarazione di Balfour, 117 parole che hanno
segnato il destino di milioni di persone e che hanno influito profondamente
sulla storia del Madio Oriente. Era il 2 novembre 1917 quando l’allora ministro
degli Esteri inglese, Arthur James Balfour, scrisse una lettera al principale
rappresentante della comunità ebraica e del movimento sionista d’oltre manica,
Lord Rotschild, illustrando la favorevole posizione del governo britannico verso
la creazione di un focolare ebraico in Palestina. Tra le righe la dichiarazione
citava: "Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina
di un focolare nazionale per il popolo ebraico e si adoprerà per facilitare il
raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che non deve essere fatto nulla
che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della
Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni". I
fatti che seguirono la dichiarazione non coincisero però con gli intenti
espressi da James Balfour e con gli impegni presi dalla Società delle Nazioni,
che avviò il progetto per la creazione di un focolare nazionale ebraico in
Palestina conferendo alla Gran Bretagna il mandato sulla regione.
Negli
anni a venire gli ebrei invocarono spesso privilegi ed eccezioni non sanciti
dalla dichiarazione, creando un fortissimo stato di tensione con le comunità
musulmane e snaturando di fatto il legittimo diritto alla creazione di uno
Stato; situazioni ambigue che gli inglesi non seppero gestire e che modificarono
drasticamente il processo politico che avrebbe dovuto portare alla pacifica
coesistenza di palestinesi ed ebrei. La chiave di lettura di questo insuccesso
era stata anticipata da Winston Churchill nel 1922: la dichiarazione di Balfour
auspicava la creazione di uno Stato ebraico in Palestina senza che questa
nazione coincidesse con l’intera regione, cosa che invece fu fatta e che
danneggiò irrimediabilmente i diritti civili e religiosi dei palestinesi.
In problema palestinese è probabilmente nato dal fatto che la prima
organizzazione ebraica, che aveva preconizzato un ritorno a Sion come
alternativa all’ondata antisemita che si era scatenata in Europa a partire dalla
metà del XIX secolo, non aveva preso in considerazione gli arabi che risiedevano
in Palestina. Lo slogan del movimento sionista fondato da Theodor Herzl il 29
agosto 1897 era evidentemente basato su un tragico equivoco: “Una terra senza
popolo per un popolo senza terra”. A questo si aggiunse la forte ondata di
immigrazione dovuta alle persecuzioni subite in Europa nei primi del ‘900, le
rivendicazioni del movimento sionista che seguirono la tragedia dell’Olocausto,
il fallimento dell’amministrazione britannica in Palestina e gli errori dell’Onu
che, dopo aver preferito la creazione di due Stati, uno ebraico e l’altro arabo,
ad uno Stato federale che comprendesse ebrei e palestinesi con Gerusalemme posta
sotto l’amministrazione internazionale, non seppero imporre la pace e non fecero
rispettare l’iniziale ripartizione dei territori.
Per più di mezzo secolo
il Medio Oriente è stato teatro di eventi tragici e sanguinosi scatenati dalla
millenaria diaspora che divide il popolo ebraico dal mondo arabo e che spesso si
sono sviluppati intorno alla questione palestinese. Ragioni storiche, sociali,
culturali e religiose che coinvolgono l’intero contesto mediorientale e che
hanno dato vita a quattro guerre arabo-israeliane e due grandi rivolte
palestinesi, la prima intifada e l’intifada al-Aqsa. Fatti che sono passati
attraverso la nascita dello Stato di Israele, la creazione dell’Organizzazione
Nazionale della Palestina, la proclamazione dello Stato Palestinese, la storica
stretta di mano tra Arafat e Rabin, il ritiro dell'esercito israeliano dalla
Striscia di Gaza e il sanguinoso scontro inter-palestinese tra Hamas e Fatah.
Mentre gli ebrei si sono stretti intorno alla loro identità nazionale e
religiosa, hanno fondato lo Stato di Israele e hanno combattuto per difendere la
loro nazione, i palestinesi hanno dovuto fare i conti con l’esilio,
l’isolamento, la repressione e le falangi estremiste che hanno trasformato i
territori in una vera polveriera. A questo si sono aggiunti i contrasti interni
che hanno visto di fronte la corrente laica e il movimento islamico; contrasti
che hanno dato vita agli scontri cruenti che hanno incendiato Gaza e che non si
sono fermati neanche il giorno dell’ultima commemorazione della morte del
presidente Yasser Arafat. Uno stallo politico-militare che si sta avvitando su
questioni fondamentali quali l’inalienabilità del territorio, lo stato giuridico
dei profughi e il “riconoscimento” di Israele come patria degli ebrei; una
paralisi istituzionale che potrebbe influire anche sui risultati del prossimo
vertice di Annapolis, la conferenza di pace israelo-palestinese organizzata
dagli Stati Uniti per il prossimo 26 novembre.
Questa volta, al tavolo
delle trattative, Abu Mazen e Olmert arriveranno dopo aver sottoscritto un
documento condiviso: una mossa diplomatica che dovrebbe anticipare il buon esito
del vertice. Tra i tanti punti in agenda verranno discussi il problema sulla
sovranità dei territori occupati, lo smantellamento degli insediamenti ebraici,
i confini del futuro Stato Palestinese, la tutela della sicurezza e il futuro di
Gerusalemme, luogo simbolo del Cristianesimo, del Giudaismo e dell’Islam e
capitale, occupata dagli israeliani, dello Stato di Israele e dello Stato
Palestinese.
E la storia della città può ben essere letta come paradigma
della tragedia mediorientale. Definita “città internazionale” con la Risoluzione
181, approvata dall’Onu il 29 novembre 1947, dopo la prima guerra
arabo-israeliana, Gerusalemme viene divisa in due settori: la parte occidentale
sotto la sovranità israeliana e la parte orientale sotto il controllo
dell’esercito giordano. Il 7 giugno 1967, durante la guerra dei Sei Giorni,
l’esercito israeliano occupa la parte orientale di Gerusalemme e tre giorni dopo
viene raso al suolo il quartiere arabo di Mughrabi, nella città vecchia. In
risposta alle risoluzioni Onu che chiedono lo smantellamento degli insediamenti
ebraici, il 30 luglio 1980 la Knesset proclama la città Santa indivisibile e
capitale dello Stato di Israele. La Risoluzione 478 del 20 agosto 1980 non ferma
la volontà israeliana di cambiare l’aspetto e lo status della città; un progetto
che dura quasi 20 anni e che si conclude nel 1997 con la costruzione degli
ultimi insediamenti ebraici che completano l’accerchiamento della città.
L’11 luglio 2000 ha inizio il fallimentare incontro di Camp David
durante il quale Arafat rigetta la proposta Americana, che prevede la
spartizione della città Santa e lascia agli israeliani il controllo sulla
Spianata. Il 28 settembre 2000 la visita provocatoria di Ariel Sharon alla
Spianata delle moschee e lo scoppio della seconda Intifada. Il 27 novembre 2000,
la decisione israeliana di modificare la Costituzione in modo da impedire a
qualsiasi governo la cessione della parte orientale della città. Il 21 gennaio
2001 i negoziati di Taba, durante i quali i palestinesi si dichiarano pronti a
discutere la presenza degli insediamenti ebraici costruiti intorno a Gerusalemme
Est dopo il 1967. Durante il vertice viene rilanciata la proposta di Gerusalemme
“città aperta” e capitale di due Stati ma le trattative si arenano nuovamente a
causa del problema dei rifugiati palestinesi.
Il 28 marzo 2002 arriva la
proposta dell’Arabia Saudita che chiede il pieno riconoscimento di Israele e la
pace con tutti i Paesi arabi in cambio del ripristino dei confini antecedenti la
guerra del 1967 e la creazione di uno Stato palestinese indipendente con
capitale a Gerusalemme Est. Il 10 aprile 2002, il Quartetto composto da Unione
Europea, Usa, Russia e Onu, approva la “road map”, un piano che ha come
obbiettivo la fine del conflitto entro il 2005. La soluzione, che ricalca la
proposta araba e prevede la fine delle violenze, naufraga con le elezioni
politiche palestinesi del gennaio 2006 vinte da Hamas.
Quelle che
verranno affrontate ad Annapolis sono tutte questioni che potrebbero trovare una
soluzione, ma che non prendono in considerazione una grande incognita: l'assenza
di Hamas dal tavolo delle trattative. Il movimento islamico, inserito da Europa
e Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici internazionali, rappresenta
una parte considerevole del popolo palestinese e il fatto che sia stato escluso
dai negoziati e che non vengano tenute in considerazione le sue richieste, prima
fra tutte il diritto dei palestinesi al “ritorno”, potrebbe trasformarsi in un
nuovo catastrofico errore; una pace a metà che non accontenterebbe nessuno. I
fatti accaduti dopo la dichiarazione di Balfour dovrebbero aver insegnato che
un’azione politica può causare enormi conseguenze, soprattutto se non si tengono
in considerazione le istanze dei soggetti coinvolti o addirittura, come è
accaduto in Palestina, non se ne riconosca la legittimità o l’esistenza.
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