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mar 06 2008
Gaza: i razzi sono un crimine, i massacri collettivi un'azione umanitaria Stampa
Postato da Redazione   
giovedì 06 marzo 2008
blood_on_head.jpgLe ultime notizie da Gaza parlano di un bombardamento israeliano con aerei da guerra, che ha portato all’uccisione di 16 persone fra cui un neonato.

I palestinesi hanno risposto a queste incursioni lanciando razzi in direzione di Sderot, provocando la morte di un cittadino israeliano ed il ferimento di altri.

L’informazione israeliana – e con essa gran parte dell’informazione americana ed occidentale – espone le cose sempre nella maniera seguente: ai razzi palestinesi rispondono sempre le incursioni israeliane.
da:  arabnews.it

 

Sulla base di questa equazione, le due parti si spartiscono in egual misura le responsabilità. Tuttavia, questa equazione è falsa ed ingannatrice. L’ incursione israeliana del 28 febbraio 2008 ha devastato e ucciso senza che fosse stato lanciato alcun razzo in precedenza. Inoltre, tutta l’attenzione è stata concentrata sui razzi di Gaza, ma la Cisgiordania non lancia alcun razzo contro Israele. Malgrado ciò, nello stesso giorno Israele ha lanciato attacchi organizzati contro il campo di Balata a est di Nablus. Due persone sono rimaste uccise, altre sono state ferite. Dunque, il problema non è quello dei razzi di Gaza, ma quello di una campagna complessiva organizzata contro Hamas a Gaza e contro l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, una campagna il cui obiettivo è di stabilire il controllo e la supremazia militare sui territori palestinesi occupati dal 1967, al fine di imporre alcuni dati di fatto nei negoziati in corso, il più importante dei quali è la spartizione della Cisgiordania ed il controllo israeliano su quasi il 50 % di essa. L’obiettivo è di spingere i negoziatori palestinesi ad accettare questo fatto.

A ciò si deve aggiungere il fatto che l’informazione israeliana, americana ed occidentale, finge di dimenticare che anche il lancio di razzi è motivato da una ragione obiettiva la cui responsabilità ricade su Israele. Questa ragione oggettiva è l’occupazione. E’ l’occupazione la fonte del conflitto, cosa che molti tendono a dimenticare o a far finta di non vedere, per poi dipingere le cose come una semplice questione di azione e reazione: prima vengono i razzi palestinesi, poi le incursioni israeliane. Ma il vero rapporto di azione e reazione è il seguente: l’occupazione israeliana, a cui segue la resistenza palestinese in risposta a questa occupazione.

Quando l’occupazione israeliana si trasforma in un assedio e in un blocco che riduce alla fame il popolo palestinese, entra in gioco un altro fattore, un fattore che semina sofferenza, fame e malattia, un fattore che porta l’oscurità con il taglio della corrente elettrica, che paralizza il movimento dei veicoli con il blocco della benzina, che ferma il respiro dei malati quando si bloccano gli strumenti sanitari che li aiutano a restare in vita. Di fronte a sofferenze di questo tipo, la collera monta ed esplode in forme come quella del lancio dei razzi. Ed ecco che l’informazione comincia a parlare dei razzi dimenticando l’occupazione, l’assedio, la fame a cui sono ridotti gli abitanti di Gaza.

Quando poi intervengono i mediatori e parlano di una tregua, emerge la questione dei valichi chiusi, che paralizzano completamente la vita della gente. La questione dell’apertura dei valichi si impone nell’agenda dei lavori come condizione imprescindibile per una tregua. Tuttavia, Israele ignora questa condizione e continua ad insistere su questioni “tecniche”: la cessazione del lancio dei razzi, e poi ancora la cessazione del lancio dei razzi, senza che lo stato ebraico offra nulla in cambio.

Questa scena illogica si ripete davanti ai nostri occhi e davanti agli occhi del mondo ormai da mesi. In questi lunghi mesi abbiamo visto il mondo parlare del Sudan e del Darfur, della Somalia, dell’Afghanistan, del Kenya e di Myanmar, ma quasi non si è parlato di Gaza. E perfino quando si parla di Gaza e del suo assedio, a livello delle Nazioni Unite e davanti alle grandi potenze, tutta la questione si riduce ad inchieste ed a rapporti che poi vengono rapidamente archiviati, per riprendere subito dopo a parlare di Hamas e dei razzi che devono essere fermati, come se tutto il mondo volesse prendere parte ad un grande crimine contro l’umanità sotto forma di un assedio che ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone.

Tuttavia, nonostante il silenzio degli stati e dei leader politici, la coscienza umanitaria conferma di essere viva e presente, e di avere occhi per vedere. Così, due settimane fa abbiamo assistito a manifestazioni in numerose capitali europee, dalla Norvegia all’Ucraina, a Parigi, a Londra, ed alle città americane, in cui si esprimeva la rabbia per l’assedio di Gaza, e si chiedeva a Israele di porvi fine. Quando l’eco di queste manifestazioni è giunta in Israele, i suoi leader si sono riuniti per esaminare la questione. Ma essi non si sono concentrati sull’aspetto umanitario. La loro preoccupazione è andata piuttosto al fatto che il tradizionale sostegno europeo nei confronti di Israele sembrava essere scosso, e che essi dovevano porre rimedio alla cosa.

Nell’ambito di queste manifestazioni di massa, si sono mobilitate le donne e i bambini di Gaza formando una catena umana in corrispondenza con i valichi chiusi, e gli israeliani hanno temuto che una marea umana violasse i loro confini. Ma qual è stata la loro reazione? Non hanno offerto una tregua reciproca. Non hanno proposto di aprire alcuni valichi. Non hanno detto che il blocco dei generi alimentari sarebbe cessato. Non hanno fatto nulla di tutto questo. Hanno invece mobilitato l’esercito, i tiratori scelti, e perfino i pezzi di artiglieria per opporsi all’attesa marea umana. I generali d’Israele, e il generale Ehud Barak in testa, hanno dimostrato di non essere veri generali, ma di essere pronti a massacrare perfino i civili per confermare la prosecuzione dell’assedio. Dopo quanto abbiamo detto, è inutile aggiungere che essi hanno ucciso i miliziani, gli attivisti palestinesi, e coloro che lanciavano i razzi.

Nel mezzo di queste azioni militari barbare da un lato, e di questa mobilitazione umanitaria dall’altro, i responsabili palestinesi hanno affermato che fermare i razzi “che colpiscono alla cieca” è la chiave per sottrarre a Israele i pretesti per evitare di giungere ad una tregua. Ben detto, cari responsabili. Tuttavia, perché Israele vi attacca anche all’interno delle vostre case? Perché vi attacca in Cisgiordania, perché vi attacca a Ramallah, a Nablus, a Jenin, a Tulkarem, e nel campo di Balata, dove non vi è traccia di razzi “che colpiscono alla cieca”, come dite voi? Questo non basta a farvi rendere conto che il problema non sta nei razzi, ma in una politica premeditata i cui obiettivi sono divenuti chiari, una politica rivolta contro di voi e contro la Cisgiordania, così come è rivolta contro Hamas e contro la Striscia di Gaza? Perché levate le vostre voci di protesta contro i razzi palestinesi e non fate sentire la vostra voce contro gli attacchi di Israele, alcuni dei quali colpiscono a pochi metri dai vostri uffici?

Diciamo queste cose con grande sofferenza, ricordando che l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ebbe il coraggio di dire che “le operazioni militari israeliane in Cisgiordania ed a Gaza prevedono un uso eccessivo – o non proporzionato – della forza, causando gravi perdite fra i civili, oltre ad arrecare gravi danni alle strutture essenziali delle istituzioni palestinesi”.

Il nostro dolore aumenta quando ricordiamo che egli ebbe anche il coraggio di affermare che “il fallimento di Israele sta nel non aver fermato la costruzione degli insediamenti”, e che “la costruzione ed il rafforzamento degli insediamenti israeliani su una terra occupata è la ragione principale che sta dietro lo stato di frustrazione dei comuni cittadini palestinesi, che spesso trova espressione in qualche forma di violenza”.

L’ex segretario dell’ONU ci ricorda quali sono le ragioni profonde che stanno alla base del lancio dei razzi palestinesi. Kofi Annan era il rappresentante della legalità internazionale. Voi responsabili palestinesi, che esaltate la legalità internazionale, perché non ripetete – almeno – le parole che egli aveva pronunciato?

Bilal al-Hassan è un giornalista ed editorialista palestinese; è stato membro del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP), e del Consiglio Nazionale dell’OLP; attualmente risiede a Parigi

Titolo originale:غزة: الصواريخ جريمة… القتل الجماعي عمل إنساني


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