Le ultime notizie da Gaza parlano di un bombardamento israeliano con aerei da
guerra, che ha portato all’uccisione di 16 persone fra cui un neonato.
I
palestinesi hanno risposto a queste incursioni lanciando razzi in direzione di
Sderot, provocando la morte di un cittadino israeliano ed il ferimento di
altri.
L’informazione israeliana – e con essa gran parte dell’informazione americana ed
occidentale – espone le cose sempre nella maniera seguente: ai razzi palestinesi
rispondono sempre le incursioni israeliane.
Sulla base di questa equazione, le due parti si spartiscono in egual misura le
responsabilità. Tuttavia, questa equazione è falsa ed ingannatrice. L’
incursione israeliana del 28 febbraio 2008 ha devastato e ucciso senza che fosse
stato lanciato alcun razzo in precedenza. Inoltre, tutta l’attenzione è stata
concentrata sui razzi di Gaza, ma la Cisgiordania non lancia alcun razzo contro
Israele. Malgrado ciò, nello stesso giorno Israele ha lanciato attacchi
organizzati contro il campo di Balata a est di Nablus. Due persone sono rimaste
uccise, altre sono state ferite. Dunque, il problema non è quello dei razzi di
Gaza, ma quello di una campagna complessiva organizzata contro Hamas a Gaza e
contro l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, una campagna il cui obiettivo è
di stabilire il controllo e la supremazia militare sui territori palestinesi
occupati dal 1967, al fine di imporre alcuni dati di fatto nei negoziati in
corso, il più importante dei quali è la spartizione della Cisgiordania ed il
controllo israeliano su quasi il 50 % di essa. L’obiettivo è di spingere i
negoziatori palestinesi ad accettare questo fatto.
A ciò si deve aggiungere il fatto che l’informazione israeliana, americana ed
occidentale, finge di dimenticare che anche il lancio di razzi è motivato da una
ragione obiettiva la cui responsabilità ricade su Israele. Questa ragione
oggettiva è l’occupazione. E’ l’occupazione la fonte del conflitto, cosa che
molti tendono a dimenticare o a far finta di non vedere, per poi dipingere le
cose come una semplice questione di azione e reazione: prima vengono i razzi
palestinesi, poi le incursioni israeliane. Ma il vero rapporto di azione e
reazione è il seguente: l’occupazione israeliana, a cui segue la resistenza
palestinese in risposta a questa occupazione.
Quando l’occupazione israeliana si trasforma in un assedio e in un blocco che
riduce alla fame il popolo palestinese, entra in gioco un altro fattore, un
fattore che semina sofferenza, fame e malattia, un fattore che porta l’oscurità
con il taglio della corrente elettrica, che paralizza il movimento dei veicoli
con il blocco della benzina, che ferma il respiro dei malati quando si bloccano
gli strumenti sanitari che li aiutano a restare in vita. Di fronte a sofferenze
di questo tipo, la collera monta ed esplode in forme come quella del lancio dei
razzi. Ed ecco che l’informazione comincia a parlare dei razzi dimenticando
l’occupazione, l’assedio, la fame a cui sono ridotti gli abitanti di Gaza.
Quando poi intervengono i mediatori e parlano di una tregua, emerge la
questione dei valichi chiusi, che paralizzano completamente la vita della gente.
La questione dell’apertura dei valichi si impone nell’agenda dei lavori come
condizione imprescindibile per una tregua. Tuttavia, Israele ignora questa
condizione e continua ad insistere su questioni “tecniche”: la cessazione del
lancio dei razzi, e poi ancora la cessazione del lancio dei razzi, senza che lo
stato ebraico offra nulla in cambio.
Questa scena illogica si ripete davanti ai nostri occhi e davanti agli occhi
del mondo ormai da mesi. In questi lunghi mesi abbiamo visto il mondo parlare
del Sudan e del Darfur, della Somalia, dell’Afghanistan, del Kenya e di Myanmar,
ma quasi non si è parlato di Gaza. E perfino quando si parla di Gaza e del suo
assedio, a livello delle Nazioni Unite e davanti alle grandi potenze, tutta la
questione si riduce ad inchieste ed a rapporti che poi vengono rapidamente
archiviati, per riprendere subito dopo a parlare di Hamas e dei razzi che devono
essere fermati, come se tutto il mondo volesse prendere parte ad un grande
crimine contro l’umanità sotto forma di un assedio che ha ridotto alla fame un
milione e mezzo di persone.
Tuttavia, nonostante il silenzio degli stati e dei leader politici, la
coscienza umanitaria conferma di essere viva e presente, e di avere occhi per
vedere. Così, due settimane fa abbiamo assistito a manifestazioni in numerose
capitali europee, dalla Norvegia all’Ucraina, a Parigi, a Londra, ed alle città
americane, in cui si esprimeva la rabbia per l’assedio di Gaza, e si chiedeva a
Israele di porvi fine. Quando l’eco di queste manifestazioni è giunta in
Israele, i suoi leader si sono riuniti per esaminare la questione. Ma essi non
si sono concentrati sull’aspetto umanitario. La loro preoccupazione è andata
piuttosto al fatto che il tradizionale sostegno europeo nei confronti di Israele
sembrava essere scosso, e che essi dovevano porre rimedio alla cosa.
Nell’ambito di queste manifestazioni di massa, si sono mobilitate le donne e
i bambini di Gaza formando una catena umana in corrispondenza con i valichi
chiusi, e gli israeliani hanno temuto che una marea umana violasse i loro
confini. Ma qual è stata la loro reazione? Non hanno offerto una tregua
reciproca. Non hanno proposto di aprire alcuni valichi. Non hanno detto che il
blocco dei generi alimentari sarebbe cessato. Non hanno fatto nulla di tutto
questo. Hanno invece mobilitato l’esercito, i tiratori scelti, e perfino i pezzi
di artiglieria per opporsi all’attesa marea umana. I generali d’Israele, e il
generale Ehud Barak in testa, hanno dimostrato di non essere veri generali, ma
di essere pronti a massacrare perfino i civili per confermare la prosecuzione
dell’assedio. Dopo quanto abbiamo detto, è inutile aggiungere che essi hanno
ucciso i miliziani, gli attivisti palestinesi, e coloro che lanciavano i
razzi.
Nel mezzo di queste azioni militari barbare da un lato, e di questa
mobilitazione umanitaria dall’altro, i responsabili palestinesi hanno affermato
che fermare i razzi “che colpiscono alla cieca” è la chiave per sottrarre a
Israele i pretesti per evitare di giungere ad una tregua. Ben detto, cari
responsabili. Tuttavia, perché Israele vi attacca anche all’interno delle vostre
case? Perché vi attacca in Cisgiordania, perché vi attacca a Ramallah, a Nablus,
a Jenin, a Tulkarem, e nel campo di Balata, dove non vi è traccia di razzi “che
colpiscono alla cieca”, come dite voi? Questo non basta a farvi rendere conto
che il problema non sta nei razzi, ma in una politica premeditata i cui
obiettivi sono divenuti chiari, una politica rivolta contro di voi e contro la
Cisgiordania, così come è rivolta contro Hamas e contro la Striscia di Gaza?
Perché levate le vostre voci di protesta contro i razzi palestinesi e non fate
sentire la vostra voce contro gli attacchi di Israele, alcuni dei quali
colpiscono a pochi metri dai vostri uffici?
Diciamo queste cose con grande sofferenza, ricordando che l’ex segretario
generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ebbe il coraggio di dire che “le
operazioni militari israeliane in Cisgiordania ed a Gaza prevedono un uso
eccessivo – o non proporzionato – della forza, causando gravi perdite fra i
civili, oltre ad arrecare gravi danni alle strutture essenziali delle
istituzioni palestinesi”.
Il nostro dolore aumenta quando ricordiamo che egli ebbe anche il coraggio di
affermare che “il fallimento di Israele sta nel non aver fermato la costruzione
degli insediamenti”, e che “la costruzione ed il rafforzamento degli
insediamenti israeliani su una terra occupata è la ragione principale che sta
dietro lo stato di frustrazione dei comuni cittadini palestinesi, che spesso
trova espressione in qualche forma di violenza”.
L’ex segretario dell’ONU ci ricorda quali sono le ragioni profonde che stanno
alla base del lancio dei razzi palestinesi. Kofi Annan era il rappresentante
della legalità internazionale. Voi responsabili palestinesi, che esaltate la
legalità internazionale, perché non ripetete – almeno – le parole che egli aveva
pronunciato?
Bilal al-Hassan è un giornalista ed editorialista
palestinese; è stato membro del Fronte Democratico per la Liberazione della
Palestina (DFLP), e del Consiglio Nazionale dell’OLP; attualmente risiede a
Parigi
Titolo originale:غزة: الصواريخ جريمة… القتل الجماعي عمل
إنساني
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