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Top-ranking
Americans have told equally top-ranking Indians in recent weeks that
the US has plans to invade Iran before Bush's term ends. In 2002, a
year before the US invaded Iraq, high-ranking Americans had similarly
shared their definitive vision of a post-Saddam Iraq, making it clear
that they would change the regime in Baghdad[i].
Quanto riferito dal Telegraph di Calcutta getta
un'ombra oscura sulla possibilità che gli sforzi diplomatici riescano
ad evitare l' escalation militare nella crisi sul nucleare
iraniano. Nell'impossibilità di poter verificare la fondatezza di
queste affermazioni, è bene prenderle con beneficio di inventario.
Esse, comunque, rafforzano l'analisi di quanti, come Scott Ritter,
ritengono che la crisi è su un piano inclinato verso lo scontro
militare: una nuova guerra preventiva dalle improbabili giustificazioni
(ancora una volta la presenza di WMD, anzi l'intenzione di produrle
–nella specie l'atomica) per rovesciare il regime degli Ayatollah.
Stando al giornale di Calcutta, l'India è contraria
allo sviluppo dell'atomica iraniana ed ha ogni interesse a evitare la
guerra. Proprio per questo ha deciso di alzare la voce con Teheran,
decidendo di allinearsi all'Occidente - e non di astenersi insieme a
Russia, Cina, Brasile e Sud Africa – nel sostegno alla risoluzione di
condanna dell'Iran votata in settembre dal Consiglio dei governatori
della AIEA. New Delhi si è mossa per mettere in sicurezza i suoi
interessi nel Golfo Persico prima ancora che per proteggere l'accordo
di cooperazione nucleare firmato con Washington il 18 luglio 2005,
secondo i diplomatici impegnati nei negoziati a Vienna. Nell'ultimo
giorno della sua visita a Washington, il Primo Ministro indiano,
Manmohan Singh, ha espresso le sue preoccupazioni per la sicurezza dei
quasi quattro milioni di indiani presenti nel Golfo, nell'eventualità
del fallimento dell'offensiva diplomatica contro l'Iran.
Guardando alla vicenda in una prospettiva
geopolitica e tenendo a mente i piani statunitensi di “regime change”
per l'Iran, quest'ultimo, in qualità di anello mancante del “Rimland”
eurasiatico, pare destinato a dover fare i conti, prima o poi, con
l'apparato militare americano già dispiegato nella regione. Il problema
per gli Usa non è in primo luogo l'atomica di Teheran, ma semplicemente
rovesciare il regime degli Ayatollah in quanto incompatibile con i
propri interessi.
Si potrebbe sperare che, nel caso falliscano gli
ultimi tentativi diplomatici, gli Usa saranno talmente impantanati
nella palude irachena da desistere dai propositi già strombazzati di
attaccare l'Iran. La realtà, però, è che il devastante potere aereo
dell'America non è impegnato in Iraq. Solo 120 bombardieri B52, B1 e B2
potrebbero colpire 5.000 obiettivi in una singola missione. Migliaia di
altri aeroplani e missili sono disponibili. Inoltre, anche se
l'esercito e la marina sono pesantemente impegnati in Iraq, restano
forze sufficienti a mettere in sicurezza i campi petroliferi costieri
ed a condurre raids in Iran.
Un attacco statunitense difficilmente sarà limitato
alla distruzione dei siti nucleari e di quelli sospettati di contenere
armi di distruzione di massa, ma probabilmente sarà mirato a
distruggere tutte le infrastrutture militari, politiche ed economiche.
In tali condizioni, l'Iran potrebbe esser ulteriormente paralizzato da
una guerra civile –Teheran denuncia gli Usa di fomentare la consistente
popolazione azera separatista del nord-ovest.
Le possibili conseguenze negative di un attacco
all'Iran sono ben note: aumento del terrorismo, insurrezione degli
Sciiti in Iraq, esplosione dei prezzi del petrolio e recessione
mondiale in seguito alla distruzione degli impianti lungo il Golfo ed
alla chiusura dello stretto di Hormuz.
Ma i sostenitori della guerra sostengono che queste
evenienze saranno ancor più gravi se gli Usa dovranno affrontare un
Iran dotato di un deterrente nucleare. In questa logica, la
disastrosità dell'attacco è la ragione stessa per attaccare il prima
possibile, per ridurre le stesse conseguenze disastrose che ne
deriveranno . Conseguenze che sarebbero meno gravi e incontrollabili di
quelle prodotte da un'azione unilaterale di Israele, chiaramente
minacciata da Tel Aviv –dando per scontata l'inutilità e il fallimento
delle trattative diplomatiche in corso- nel caso non sia Washington a
muoversi militarmente per azzerare le possibilità dello sviluppo
dell'atomica da parte di Teheran .
Se la Casa Bianca dovesse mettere in atto tali piani
con l'impiego di armi nucleari tattiche, sarà il colpo di grazia a quel
trattato di non-proliferazione nucleare (NPT) che l'Iran è accusato di
trasgredire rivendicando il diritto ad arricchire l'uranio a scopi
civili. Fallita miseramente la conferenza di revisione dell'NPT lo
scorso maggio, il possibile utilizzo di “bunker busters” a esplosivo
atomico nell'attacco all'Iran sarà il suggello della crisi del
compromesso alla base del regime di non-proliferazione e dell'entrata
in una seconda era nucleare ancora più pericolosa di quella che ci
siamo lasciati alle spalle.
di Gabriele Garibaldi
da “La crisi del Trattato di non-proliferazione e le guerre americane del futuro”, Giano n.51, settembre-dicembre 2005
Confronta:
K.P. Nayar, “Gulf factor key to PM's Iran vote decision”, The Telegraph of Calcutta , September 26, 2005, http://www.telegraphindia.com/1050926/asp/nation/story_5284580.asp
Secondo un recente rapporto della CIA, all'Iran
occorrono almeno dieci anni per ottenere i componenti chiave per la
costruzione dell'atomica. Fonte: Dafna Linzer, “ Iran Is Judged 10
Years -From Nuclear Bomb”, Washington Post , August 2, 2005
Dan Plesch, “How Bush would gain from war with Iran . The US has the capability and reasons for an assault - and it is hard to see Britain uninvolved”, Guardian , August 15, 2005
David R. Sands, “Israelis urge U.S. to stop Iran 's nuke goals”, Washington Times , September 30, 2005, http://www.washtimes.com/functions/print.php?StoryID=20050929-114709-2065r
visto su: http://www.megachip.info/
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