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ago 03 2006
Guerra business Stampa
Postato da Francesco   
giovedì 03 agosto 2006
di Marco Vittorini per inErba

A sedici anni dall’inizio della Prima Guerra del Golfo molti non hanno ancora capito cos’è a spingere l’America ad affrontare questo genere di conflitti. Il 2 agosto 1990 l’esercito iracheno, su ordine dell’allora presidente, Saddam Hussein, invase il Kuwait, provocandole immediate reazioni dell’O.N.U. e della maggior parte dei Paesi Arabi che invitarono il rais a far rientrare immediatamente le proprie truppe, imponendo, tra l’altro, anche delle sanzioni economiche.

Come si sa, però, le cose andarono diversamente: l’Iraq rifiutò di ritirarsi, subordinando tale azione al ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati e la posizione degli USA in merito non si fece attendere molto, tanto che il 29 novembre 1990 il Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U. dettò un ultimatum in cui si minacciava l’uso della forza nel caso l’occupazione del Kuwait fosse proseguita oltre il 15 gennaio 1991.

Il 17 gennaio, dunque, l’esercito statunitense, alla guida della coalizione internazionale cui prese parte anche l’Italia, iniziò a bombardare Iraq e Kuwait per porre fine all’occupazione militare.

Ma quale fu il motivo che spinse l’occidente a rischiare la vita dei propri soldati per un’altra nazione? Il Politecnico di Milano ha svolto un’analisi sulle spese belliche i cui risultati parlano chiaro sulle intenzioni di Bush Senior quando decise di difendere il Kuwait. Il costo della guerra, circa 40 miliardi di dollari, fu sostenuta per il 25% (10 miliardi di dollari) dagli Stati Uniti e per il restante 75% (30 miliardi di dollari) da Kuwait e Arabia Saudita che appoggiò l’O.N.U..

Come si fece fronte a questespese? Il prezzo del petrolio prima dell’inizio del conflitto era di circa 15 dollari al barile, ma, con l’inizio delle ostilità, cominciò ad aumentare fino a raggiungere i 42 dollari.

Ciò generò, secondo le stime del Politecnico, ricavi intorno ai 60 miliardi di dollari che, in base alla regola del fifty-fifty vigente nei Paesi Arabi (50% al governo locale, 50% alla multinazionale che controlla il giacimento, n.d.r.), andò per metà a Kuwait e Arabia Saudita e per l’altra metà alle compagnie petrolifere americane.

Nel Medio Oriente l’estrazione e il commercio dell’oro nero è completamente nelle mani delle sette principali compagnie petrolifere del mondo, ossia le “sette sorelle”, di cui cinque sono di proprietà dello Stato e due private.

Dei 30 miliardi di dollari, 21 entrarono direttamente nelle casse dello Stato e 9 andarono alle due compagnie petrolifere private. Facendo due conti, dal rincaro del greggio, il governo USA ricavò 11 miliardi di dollari se sottraiamo al guadagno totale le spese di guerra (21 miliardi – 10 miliardi di dollari); i privati americani ne ricavarono 9 non dovendo sostenere spese belliche; il Kuwait e l’Arabia Saudita chiusero il bilancio in pareggio poiché spesero per la guerra tutto il ricavato dalla vendita del petrolio.

Considerando inoltre che le armi impegnate nel conflitto erano quasi totalmente di produzione americana si capisce cosa spinse il governo degli USA a sostenere questo conflitto: il profitto, di molto superiore alle spese sostenute.

di Marco Vittorini per inErba

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