Innanzitutto, Ervand Abrahamian, ci può raccontare della visita del
presidente? C´è qualcosa di quello che ha detto che l´ha sorpresa?
ERVAND ABRAHAMIAN: Dunque, sono sorpreso dal fatto che non abbia sfruttato
l´opportunità per calmare la situazione, abbiamo un problema serio al momento,
sostanzialmente siamo all´abisso della guerra, e ci sono persone che spingono
verso un conflitto nei prossimi mesi. Questa sarebbe stata una buona occasione
per appianare le cose, calmare la situazione.
E non è solo lui ad aver perso un´occasione. Penso che anche Bollinger
l´abbia persa, in effetti il discorso di Bollinger è suonato come un appello
alla guerra. E il pubblico ha perso un´opportunità, molte delle loro domande
riguardavano l´importante tema dell´identità, ma nessuna riguardava veramente il
fatto che ci troviamo all´abisso di una guerra, e questo è sicuramente un
problema ben più importante delle questioni sull´etnia o sul genere.
In realtà penso che, nonostante abbia fatto delle affermazioni sul fatto che
l´Iran non sia interessato alle armi nucleari, avrebbe potuto essere più diretto
e categorico sulle politiche iraniane riguardo il progetto del nucleare.
AMY GOODMAN: Questo le ricorda Saddam Hussein prima della guerra?
ERVAND ABRAHAMIAN: Sì. Ahmadinejad non l´ha detto esplicitamente ieri sera ma
la sua politica è che non c´è il rischio di una guerra perché nessuno di buon
senso penserebbe a invadere o ad attaccare l´Iran. Questa è la premessa sulla
quale si basa, una premessa del tutto sbagliata credo, perché non sembra aver
capito la politica americana, le persone che ci hanno dato la guerra all´Iraq
sono le stesse persone che gestiscono ora la politica estera. Ma lui parte dalla
premessa che nessuno di buon senso penserebbe ad attaccare l´Iran.
AMY GOODMAN: Trita Parsi, lei ha scritto un libro davvero interessante,
"Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran and the United
States". Potrebbe tornare indietro nel tempo e parlarci delle relazioni, degli
affari segreti fra queste tre nazioni?
TRITA PARSI: Israele è da molto tempo un elemento cruciale per la
formulazione delle politiche americane nei riguardi dell´Iran. Ma ciò che è
davvero interessante è che l´influenza di Israele va in direzioni completamente
diverse, rispetto a soli 15 anni fa. Negli anni ´80, nonostante la Rivoluzione
iraniana, nonostante le tante dure osservazioni dell´Ayatollah Khomeini su
Israele, di gran lunga peggiori di ciò che è stato detto finora da Ahmadinejad,
Israele all´epoca era la nazione che faceva pressioni sugli USA per aprire le
trattative con l´Iran per ristabilire i rapporti USA-Iran, viste le necessità
strategiche di Israele. Israele aveva bisogno dell´Iran, poiché temeva il mondo
arabo e una guerra potenziale con gli arabi.
Dopo il 1991-92 avviene il vero cambiamento nei rapporti israelo-iraniani,
perché è allora che l´intera mappa geopolitica del medioriente viene
ridisegnata. L´Unione Sovietica crolla. L´ultimo esercito permanente degli
arabi, quello di Saddam Hussein, viene sconfitto nella guerra del Golfo
persiana. In più nel medioriente c´è un ambiente di sicurezza completamente
nuovo in cui due fattori, i sovietici e gli arabi, che avevano spinto l´Iran e
Israele ad avvicinarsi, tutt´a un tratto evaporano. Ma poiché le loro condizioni
di sicurezza migliorano, incominciano a rendersi conto che potrebbero finire in
una situazione nella quale entrambe diventerebbero una potenziale minaccia per
l´altra. Ed è in questo momento che si vede un cambiamento radicale degli
israeliani. Ora, l´argomento degli israeliani era che gli USA non avrebbero
dovuto dialogare con l´Iran, poiché gli iraniani moderati non esistono.
Da allora, gli israeliani e gli interessi pro-Israele negli USA hanno fatto
pressioni per assicurarsi che non ci fosse né dialogo né riavvicinamento fra gli
USA e l´Iran. E gli iraniani hanno fatto qualcosa di simile, hanno minato ogni
iniziativa di politica estera degli USA nel medioriente che temevano potesse
beneficiare Israele. Quindi il vero cambiamento nei rapporti fra Israele e Iran
avvengono dopo la Guerra Fredda, non con la rivoluzione del 1979.
AMY GOODMAN: Vorrei che tornasse al 1948 e ci parlasse di quel periodo, fino
al 1991. Quali erano i rapporti segreti?
TRITA PARSI: Allora, subito dopo la fondazione di Israele, l´Iran era difatti
uno fra quegli stati della commissione delle Nazioni Unite che stava preparando
un piano ed erano contro la partizione. Erano contro l´idea di creare due stati.
L´Iran all´epoca disse che questo avrebbe portato a decenni di crisi. Ma una
volta che Israele divenne una realtà, il governo iraniano pensò che, poiché
stavano affrontando un mondo arabo ostile, così come un´ideologia araba molto
ostile, il pan-arabismo, Israele avrebbe potuto rappresentare un potenziale
alleato per gli iraniani, in modo particolare dal momento in cui Israele si
stava avvicinando sempre di più alla fazione occidentale e agli USA. Durante gli
anni ´50, ´60 e ´70 gli iraniani e gli israeliani collaboravano strettamente e
avevano una robusta alleanza.
Cercarono di mantenerla segreta. Non era propriamente un segreto, ma per
l´Iran non c´è mai stato un vero e proprio riconoscimento de jure di Israele, ma
solo de facto. A Tehran c´era una missione israeliana, ma non permisero mai che
fosse chiamata ambasciata, e c´era anche un inviato israeliano a Tehran, ma non
lo chiamarono mai ambasciatore. Quando gli aerei israeliani atterravano
all´aeroporto di Tehran, lo facevano su una pista separata, costruita apposta al
di fuori dall´aeroporto in modo che nessuno potesse vedere i molti aerei E1 A1
che atterravano a Tehran. La ragione per cui lo facevano è che da un lato
avevano bisogno di Israele come alleato poiché temevano il mondo arabo, e
dall´altro sentivano che se si fossero avvicinati troppo a Israele avrebbero
solo aumentato l´ostilità araba nei confronti dell´Iran.
AMY GOODMAN: Trita Parsi, lei fa molte rivelazioni nel suo libro. Una di
queste è che il Primo Ministro iraniano avrebbe chiesto a Israele il permesso di
assassinare Khomeini. Descriva le circostanze.
TRITA PARSI: E´ accaduto poco prima della rivoluzione, nella quale gli
israeliani erano fortemente coinvolti, temevano che il nuovo regime sarebbe
stato ostile a Israele e non erano certi che avrebbero potuto costruire lo
stesso tipo di rapporti segreti con l´Iran come accadeva durante l´epoca dello
Shah. Si scoprì in seguito che ne avrebbero avuto la possibilità, sebbene non
nella stessa misura, ma potevano ancora farlo.
Il Primo Ministro era però desideroso di liberarsi di Khomeini, pensando che
una volta eliminato Khomeini, la rivoluzione si sarebbe potuta muovere in
direzioni diverse, e chiese agli israeliani se potevano farlo, perché Khomeini
in quel momento si trovava a Parigi; gli iraniani non potevano far nulla, ma
pensarono che probabilmente gli israeliani avrebbero potuto fare qualcosa. La
risposta di Israele fu, a quanto pare, che quello non era affare loro e che
Israele non era il poliziotto del mondo.
AMY GOODMAN: Cosa ci può dire degli aiuti di Israele a Saddam Hussein dopo la
Guerra del Golfo?
TRITA PARSI: Dopo la prima guerra del Golfo persico, in Israele si pensava
che Saddam fosse stato indebolito, che non fosse più una vera minaccia, e la
vera potenziale minaccia in futuro, la potenza in ascesa era l´Iran. Quindi gli
israeliani incominciarono a trovare un modus vivendi con Saddam Hussein.
Questo mandò in collera l´amministrazione Clinton, la quale stava perseguendo
una politica di isolamento sia dell´Iraq che dell´Iran, ed erano infastiditi dal
fatto che gli israeliani stessero cercando una sorta di legame con Saddam.
L´iniziativa israeliana non portò a nulla, ma era guidata dall´opinione che
l´Iran sarebbe diventato la minaccia principale. Anche se all´epoca l´Iran non
era realmente una minaccia per Israele, Israele già lo trattava come una
minaccia.
AMY GOODMAN: Gli USA e i progetti dell´Iran di ritirare l´appoggio a Hamas e
Hezbollah.
TRITA PARSI: Abbiamo già parlato di questo, nel 2003 ci fu una proposta degli
iraniani agli USA per trovare un accordo maggiore fra le due parti, nella quale
tutte le questioni furono messe sul tavolo, compresa un´offerta, nel quadro
delle negoziazioni, di disarmare Hezbollah e trasformarlo in una mera
organizzazione politica. Se ciò fosse accaduto, l´anno scorso non ci sarebbe
stata una guerra fra Israele e Libano. In secondo luogo, l´accordo prevedeva la
fine di ogni tipo di appoggio alla Jihad islamica e a Hamas, e incoraggiare i
palestinesi a scegliere la via politica, piuttosto che quella militare, nei suoi
rapporti con Israele.
Ma quello che viene rivelato nel libro, e che non ha avuto molta risonanza ei
media, è che gli iraniani prima di inoltrare la proposta agli USA, stavano già
cercando appoggi in Europa; e cosa ancora più importante, sono andati dove
sapevano che gli israeliani sarebbero andati. Hanno presentato il quadro della
situazione, il progetto di questo patto, e volevano assicurarsi che gli
israeliani non pensassero che ne avrebbero dovuto pagare le spese, perché
temevano che gli israeliani avrebbero potuto minarlo. In pratica stavano
lanciando un segnale: "Guardate, se troveremo un compromesso con gli USA, noi ci
disimpegnamo e non saremo più coinvolti nella questione israelo-palestinese".
AMY GOODMAN:Trita Parsi è l´autore di "Treacherous Alliance: The Secret
Dealings of Israel, Iran and the United States". L´altro nostro ospite, Ervand
Abrahamian, esperto in Iran, esimio professore di storia al Baruch College.
Volevo leggere, Professor Abrahamian, un brano di Juan Cole che dice a proposito
di Ahmadinejad: "E´ stato dipinto come un personaggio alla Hitler, intento ad
uccidere gli ebrei d´Israele, sebbene non sia il comandante supremo delle forze
armate iraniane, non abbia mai invaso nessuna nazione, abbia negato di essere
antisemita, non abbia mai fatto un appello affinchè venissero uccisi civili
israeliani e permetta ai 20000 ebrei in Iran di avere rappresentanza in
Parlamento"; è Khamenei ad avere il vero potere.
ERVAND ABRAHAMIAN: Credo che Juan Cole centri il bersaglio, riassuma tutto. A
questo punto la domanda è: perché la politica americana si concentra così tanto
su Ahmadinejad? Credo che ora egli ricopra il ruolo che un tempo era stato di
Saddam, una persona facilmente demonizzabile. La presentazione di Bollinger di
ieri,che lo descrive come un dittatore, mostra quanto poco le persone come
Bollinger ne sappiano del sistema politico iraniano. Si può chiamare Ahmadinejad
in molti modi, ma dittatore no. Non può neanche... non ha neanche il potere di
nominare i ministri del suo gabinetto. La sua è una presidenza molto limitata.
Affermare che sia nella posizione di poter minacciare gli Usa o Israele è
francamente bizzarro. Credo che qualcuno come Bollinger dovrebbe sapere di più
sull´Iran prima di lanciare calunnie come "dittatore".
AMY GOODMAN: Bene, parliamo di Khamenei allora, se è lui quello che ha
veramente il potere.
ERVAND ABRAHAMIAN: Si può dire che lui sia il Capo Supremo, ma il sistema
iraniano è in realtà una leadership collettiva. Le linee di politica estera sono
prese da un consiglio, del quale il leader supremo nomina i membri, ma ci sono
diversi punti di vista a proposito. In più Ahmadinejad non dirige quel comitato.
Persone come Rafsanjani hanno moltissima influenza, il precedente presidente
Khatami ha moltissima influenza, e loro sono molto più disponibili a negoziare.
Difatti furono loro a offrire il grande patto nel 2003 per sistemare i
problemi con gli USA e, per ragioni non chiare, la Casa Bianca lo ha
praticamente ignorato, non ne erano interessati. E´ questo che mi porta a
pensare che questa amministrazione sia inamovibile sulla questione del risolvere
il problema nucleare con la forza militare, perché se fosse stata interessata a
risolverla con la diplomazia, le offerte non sono mancate. Loro hanno però
consciamente deciso di non seguire le vie diplomatiche, e se non si seguono le
vie diplomatiche, l´unica altra via è quella militare. E´ sicuramente solo una
questione di tempo su quando opteranno per gli attacchi aerei.
AMY GOODMAN: Trita Parsi, le volevo chiedere del reportage di Newsweek nel
quale si dice che il vicepresidente Cheney ha preso in considerazione l´idea di
provocare uno scambio di attacchi militari fra Iran e Israele in modo da dare un
pretesto agli USA per attaccare l´Iran. Pochi mesi prima delle sue dimissioni,
David Wurmser, il consigliere di Cheney sul Medio Oriente, ha detto a uno
stretto giro di persone che Cheney stava riflettendo sull´idea di spingere
Israele a una serie limitata di attacchi missilistici contro il sito nucleare
iraniano a Natanz, e forse anche contro altri siti, in modo da provocare Tehran
e spingerli ad attaccare. Citando due fonti ben informate, Newsweek ha
pubblicato questo reportage. Qual è la sua reazione?
TRITA PARSI: Credo sia uno scenario plausibile, dal momento che una cosa che
noi sappiamo per certo è che gli israeliani mancano della capacità militare per
bloccare il programma nucleare iraniano. Lo possono attaccare, ma non
distruggere. L´unica cosa che ne risulterebbe sarebbe una sorta di vendetta da
parte dell´Iran, che porterebbe gli USA direttamente nel conflitto, perché gli
USA non riuscirebbero a restarne fuori, e ovviamente molti elementi all´interno
della Casa Bianca preferirebbero entrarci immediatamente.
Una cosa che descrivo nel libro, e che penso sia estremamente importante, è
che quando si osserva il modo in cui l´Iran ha preso le decisioni riguardo
Israele, i fattori geopolitici e strategici sono in realtà quelli che hanno
influenzato le loro decisioni. Non è stata l´ideologia, e credo che questo sia
il punto cruciale. A questo punto abbiamo la metafora presentata da Bibi
Netanyahu , il leader del partito Likud, secondo la quale ci troviamo nel 1938 e
l´Iran è la Germania. Si va poi avanti sottointendendo che Ahmadinejad sia
Hitler. Se si accettano queste premesse, che siamo nel 1938, che l´Iran sia la
Germania e che Ahmadinejad sia Hitler, allora chi, quale leader di buon senso
vorrebbe occupare il ruolo di Neville Chamberlain? E´ una metafora le cui
premesse ci mettono in una situazione in cui il conflitto è decisamente
inevitabile, e non c´è altra via, perché le negoziazioni e la diplomazia
semplicemente non possono esserlo.
Fortunatamente, queste sono false premesse. Iran e Israele, e gli USA e
Israele non sono ingaggiati in una battaglia ideologica. E´ un antagonismo
strategico e risolvibile, ma richiederà un grande sforzo diplomatico per
riuscire a trovare il modo di uscirne. Sfortunatamente, ora la diplomazia è
l´ultima cosa con cui qualcuno potrebbe descrivere le politiche estere di questi
paesi, in modo particolare dell´amministrazione Bush.
AMY GOODMAN: Quest´estate ho intervistato l´attivista iraniana esiliata Azar
Derakhshan. E´ l´editrice della rivista Women of March 8 (Le donne dell´8
marzo), e ha aiutato a organizzare la marcia europea del 2006 contro le leggi
iraniane anti-donne. Vorrei mostrarvi un estratto della mia conversazione con
lei. Questa è Azar Derakhshan.
AZAR DERAKHSHAN: Ho visto un quadro fatto dai media occidentali. Per loro ci
sono due fronti: ci sono gli USA e il governo dell´Iran. Ci sono attriti. La
gente, la voce della gente, è completamente assente. L´opinione degli stranieri,
credono che questa cosa, il futuro dell´Iran verrà deciso da questi due poteri.
Ho provato a spiegare alla gente negli altri paesi, nei paesi europei, che
questo quadro non è reale. C´è inoltre un altro fatto molto importante. La gente
dell´Iran, il movimento, sarà decisiva nel futuro. Non sono costretti a
scegliere fra gli USA e il governo dell´Iran. C´è un´altra forza nell´Iran. Se
qualcuno vuole veramente prevenire la guerra, gli scontri, dovrebbe sostenere
questo movimento, un movimento per l´uguaglianza e la libertà.
Non abbiamo bisogno degli USA per liberarci. Innanzitutto, noi siamo qui, e
questo ci legittima a liberarci da soli. Vogliamo combattere il nostro nemico
nativo da soli. In secondo luogo, abbiamo già visto con l´Afghanistan e l´Iraq,
loro sono vicini dell´Iran. Le donne dell´Iran, anche loro vedono. Forse non
prima, ma ora questo è abbastanza per sapere che tipo di piano hanno per la
gente dell´Iran.
AMY GOODMAN: Questa era Azar Derakhshan, dissidente iraniana. Professor
Abrahamian, la sua reazione?
ERVAND ABRAHAMIAN: Allora, penso abbia ragione, l´Iran è una società molto
complicata. Ci sono movimenti politici molto diversi. L´idea che sia un sistema
rigido, che non cambierà, preclude ogni possibilità di negoziazioni o
cambiamenti. In effetti, l´Iran dispone di un sistema elettorale, e avremo
presto delle elezioni. Non c´è garanzia che Ahmadinejad sarà rieletto, è molto
probabile che i riformisti riprendano il potere.
AMY GOODMAN: Quando saranno le elezioni?
ERVAND ABRAHAMIAN: Fra meno di due anni. La base elettorale di Ahmadinejad,
direi il cuore della base, è molto simile a quella di Bush. E´ all´incirca del
25%. Per essere rieletto dovrebbe allargare questa base, trovare il consenso
degli autonomi e di altri, e questo sarà davvero difficile. Se i riformisti
riuscissero a riunirsi attorno a un unico candidato otterrebbero una valanga di
voti, come fecero nel 1990, in cui più del 70% dell´elettorato aveva votato per
i liberali e riformisti.
AMY GOODMAN:Verso quale direzione un attacco statunitense all´Iran
spingerebbe le elezioni?
ERVAND ABRAHAMIAN: Questo giocherebbe a favore di Ahmadinejad, perché si
verrebbe a creare un´emergenza nazionale. Dichiarerebbe che il paese è in
pericolo, e tutti si riunirebbero attorno alla bandiera. Le persone che non
avevano simpatia verso di lui terrebbero la bocca chiusa. In un momento in cui
l´esistenza dello stato è in questione non ci si preoccupa dei leader. In
pratica potrebbe agire come un leader nazionale potente.
AMY GOODMAN: Trita Parsi, ha avuto l´occasione di avere a che fare con i
poteri decisionali deli USA, di Israele e con i leader iraniani. Qual è la sua
impressione riguardo a un attacco: saranno gli USA, Israele o l´Iran? E´
imminente?
TRITA PARSI: Allora, non penso che un attacco israeliano sia imminente, a
meno che non ci sia un qualche coordinamento con gli USA, in modo da far entrare
gli USA nel conflitto. Credo infatti che un qualche tipo di conflitto fra gli
USA e l´Iran sia possibile al momento, essendo conscio della mancanza di
diplomazia che si sta verificando.
Credo che questo non smetterà automaticamente solo perché ci sarà un cambio
di governo negli USA nei prossimi due anni. Molte delle decisioni che si stanno
prendendo ora avranno l´impatto di limitare la manovrabilità delle
amministrazioni future. Stiamo rendendo le cose sempre più difficili, non solo
per questa amministrazione, ma anche per quelle future, per ricercare la
democrazia.
Quello a cui assistiamo ora nel Medio Oriente non è necessariamente solo un
conflitto che riguarda quello che sta succedendo in Iraq o riguardo il programma
nucleare dell´Iran. E´ un conflitto che in pratica riguarda l´egemonia, in
mancanza di una parola migliore.
Questi tipi di cambiamenti, con l´attuale declino degli USA e la situazione
sempre più difficile in cui si trovano in Iraq, e con l´Iran che si trova in una
situazione sempre più di forza e che agisce in maniera fiduciosa, questo tipo di
cambiamenti storicamente non avviene in maniera pacifica, a meno che non ci sia
un intervento straordinario di diplomazia. Non è quello a cui assistiamo ora.
Sono molto preoccupato, perché se anche riuscissimo a evitare una guerra per
i prossimi due anni, la prossima amministrazione USA potrebbe trovarsi nella
posizione in cui la sua manovrabilità sarebbe talmente limitata che l´opzione
militare diventerebbe, per l´ennesima volta, molto fattibile.
AMY GOODMAN: E´ possibile che Ahmadinejad stia giocando un suo gioco come
fece Saddam Hussein, nel quale se fosse chiaro che non ha nessuna arma nucleare,
sarebbe più debole e quindi gli USA potrebbero attaccare? E´ possibile che abbia
visto l´esempio della Corea del Nord, dove effettivamente hanno le armi
nucleari, e perciò gli USA stanno seguendo la via diplomatica?
TRITA PARSI: Credo sia una combinazione delle due. Da un lato, credo che
molte delle sue affermazioni e il suo comportamento abbiano come scopo quello di
essere un deterrente per gli USA. Sta agendo con sicurezza, e dice che gli USA
non sono capaci di attaccare. Questo è un modo per dire che gli USA non possono
farlo, e se lo faranno dovranno affrontare una situazione estremamente
difficile. In parte anche questo dovrebbe funzionare da deterrente. Ciò ha
l´impatto negativo di spaventare moltissime persone, inclusi molto vicini
dell´Iran che ora gravitano attorno alla posizione degli USA, perché hanno paura
che Ahmadinejad possa fare qualcosa.
Allo stesso tempo credo che, fino a un certo punto ma non completamente, lui
sia convinto che l´Iran si trovi in una posizione talmente di forza, e gli USA
in una posizione talmente debole, che non potrebbero farlo. Ma credo sia una
combinazione delle due. Credo sia inoltre importante ricordare che molta della
sua belligeranza funge da deterrente e non è necessariamente una strategia
offensiva.
AMY GOODMAN: Il ruolo dell´Iran in Iraq?
TRITA PARSI: Scusi?
AMY GOODMAN: Il ruolo dell´Iran in Iraq?
TRITA PARSI: Credo che gli iraniani in Iraq abbiano investito in tutte le
potenziali fazioni irachene, assicurandosi che chiunque giunga al vertice abbia
dei forti legami con l´Iran, perché è uno dei più forti interessi iraniani
assicurarsi che l´Iraq non sia più uno stato ostile, così da non dover ripetere
l´esperienza della guerra degli otto anni contro l´Iraq come nel 1980. Quindi,
quello a cui stiamo assistendo è una linea politica del governo iraniano
indipendente dal fatto che Ahmadinejad sia al potere o meno. Questo è
probabilmente quello che ogni altro governo iraniano farebbe, almeno sotto il
regime presente in Iraq al momento.
Credo che l´unica strada per gli USA per trovare una via d´uscita dall´Iraq
non è quella di limitarsi a un dialogo con gli iraniani, ma includere anche
tutti i vicini dell´Iraq nel processo, facendoli partecipare non solo al
risultato, ma anche in tutto il processo. Abbiamo moltissimi problemi a causa di
quello che i sauditi stanno facendo in Iraq, e anche quello che i giordani
stanno facendo. Non si parla affatto di quello. Al contrario, ci stiamo
concentrando solo sul ruolo dell´Iran.
AMY GOODMAN: Brevemente, qual è il ruolo dell´Arabia Saudita?
TRITA PARSI: Il ruolo dell´Arabia Saudita...beh, circa due mesi fa un
reportage di LA Times ha svelato che il 45% dei kamikaze in Iraq sono sauditi.
Sappiamo già da tempo che molto del denaro che fluisce dall´Arabia Saudita
all´Iraq finisce ai ribelli sunniti, perché credono di star combattendo una
guerra contro i sunniti e gli sciiti in Iraq. Ma non si parla di questo.
Al contrario, l´Arabia Saudita è stata elogiata dall´Ambasciatore Crocker
durante la sua deposizione. Credo che questo sia un modo molto parziale di
affrontare i problemi dell´Iraq, e finchè manterremo una prospettiva politica
sulla situazione irachena, temo che la situazione rimarrà critica laggiù.
AMY GOODMAN: Trita Parsi, voglio ringraziarla per essere stato con noi.
TRITA PARSI: Grazie a voi per avermi invitato.
AMY GOODMAN: Ricordiamo il suo libro "Treacherous Alliance: The Secret
Dealings of Israel, Iran and the United States". Un´ultima domanda per il
Professor Abrahamian: ha paura per la sua gente? Ha paura per il popolo
iraniano?
ERVAND ABRAHAMIAN: Sono preoccupato per il fatto che nei prossimi mesi
potrebbero esserci attacchi aerei. Credo che ci sarà una replica di quello che
abbiamo visto in l´Iraq, la stessa retorica. Lo stesso tipo di persone stanno
spingendo verso la guerra usando anche lo stesso tipo di
argomentazioni...argomentazioni infondate, spropositate.
Per esempio, il continuo vociferare sull´Iran che fornisce armi agli insorti
che stanno uccidendo gli americani, questa è la prova che l´Iran ha già
dichiarato guerra agli USA. Ma quando provi a raccogliere le prove, tutto si
riduce alle storie sul concentrato di uranio e di Saddam Hussein dietro ad
al-Qaeda. Fino a quando gli USA non avranno delle vere prove che l´Iran stia
fornendo delle armi letali agli insorti, io non accetterei a priori nessuna di
queste argomentazioni
AMY GOODMAN: Professor Abrahamian, grazie anche a lei per essere stato con
noi, Ervand Abrahamian è autore del libro "Targeting Iran".