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ago 25 2005
Il Ritiro e i Palestinesi Stampa
Postato da Francesco   
giovedì 25 agosto 2005
di  Gershon Baskin*
19 Aug 2005
 
Scritto per AMIN - Arabic Media Internet Network e in collaborazione con Reporter Associati

Non c'è dubbio che il ritiro israeliano abbia creato una serie di gravi dilemmi per i palestinesi. In primo luogo questo è un passo unilaterale da parte di Israele, studiato durante il periodo in cui Israele negava la presenza di un partner nelle trattative di pace. L'iniziativa fu proposta da Sharon per distogliere l'attenzione dalla conferenza di Ginevra e da una campagna di più ampio respiro e sostenuta dalla comunità internazionale per la fine del conflitto Israelo-Palestinese. Grazie a questa mossa, Sharon è riuscito a ritagliarsi uno spazio da eroe politico in quella stessa comunità internazionale che lo aveva dipinto come un demone fino a poco prima.

Ora i leader di tutto il mondo fanno la fila per incontrarlo. A dispetto del supporto internazionale che Sharon ha ricevuto, il ritiro è visto dai più come un tentativo di rinunciare a Gaza in cambio di un rafforzamento del controllo israeliano sulla cis-Giordania. Non è ancora chiaro se Gaza sarà staccata dal resto di Israele, se i palestinesi potranno muoversi liberamente tra Gaza e la cis-Giordania - le due parti della Palestina che sono viste legalmente come parti integranti dello stesso territorio nazionale. Non è chiaro neanche se Israele si ritirerà dal confine tra Gaza ed Egitto, né se sarà permesso ad un porto o all'aeroporto di Gaza di funzionare, insieme a tutta un'altra serie di domande ancora senza risposta. Per esempio, non è chiaro se a nord, in cis-Giordania, Israele riconsegnerà al pieno controllo dell'Autorità Palestinese un'area circa due colte e mezza quella di Gaza, o se continuerà a mantenerne l'occupazione, impedendo la libera circolazione dei palestinesi tra le due aree.

Giusto per amor di discussione, supponiamo per un istante che Israele si ritiri completamente da Gaza e che rinunci al controllo di tutta la striscia, incluse le sue frontiere internazionali, il suo spazio aereo, la sua terra e le sue risorse naturali. Se così sarà, Israele sosterrà di aver posto termine all'occupazione della striscia di Gaza. A questo punto, si creerà, di fatto, un vuoto di sovranità nell'area, perché se è vero che Israele non ha mai avuto una sovranità legale nella striscia, la domanda deve essere posta se tale sovranità possa essere assunta dall'Autorità Palestinese e se tale sovranità si traduca automaticamente nella nascita di uno Stato palestinese.

Bisogna ricordarsi che non c'è alcun bisogno di dichiarare la nascita di uno Stato palestinese, ciò è già stato fatto il 15 Novembre 1988 e più di 100 nazioni hanno già riconosciuto tale Stato. Tra le nazioni che si sono rifiutate di riconoscerlo ci sono i 13 membri dell'Unione Europea dell'epoca, gli Stati Uniti, il Canada e Israele. I palestinesi potrebbero ri-pubblicare la loro Dichiarazione d'Indipendenza, aggiungendo un capitolo sui confini e indicando tali confini in Gaza e cis-Giordania, con Gerusalemme Est come capitale. Una tale dichiarazione, a dispetto di quello che molti potrebbero pensare, sarebbe di aiuto per un futuro processo di pace. Fisserebbe in maniera chiara e conclusiva il prezzo che Israele dovrà pagare per la pace e rimuoverebbe ogni dubbio sull'esistenza di piani palestinesi per una futura espansione del loro Stato ai danni di Israele.

Fatto ciò, la Palestina dovrebbe cercare di ottenere la piena appartenenza alle Nazioni Unite e Mahmoud Abbas dovrebbe rivolgersi a Israele in un appello per riconoscere il nuovo Stato; ci sarebbe anzi da augurarsi che Israele sponsorizzasse la domanda di piena appartenenza all'ONU. Se Israele riconoscesse il nuovo Stato non c'è alcun dubbio che gli Stati Uniti farebbero lo stesso. C'è una minima speranza che gli Stati Uniti potrebbero procedere ad un riconoscimento unilaterale perfino se Israele si rifiutasse di concedere tale riconoscimento. In ogni caso, anche nella peggiore delle ipotesi di un rifiuto da parte di USA e Israele di riconoscere il nuovo Stato, il resto del mondo lo farebbe e potrebbe cominciare ad aprire ambasciate in una capitale provvisoria.

Nel corso della Dodicesima Sessione del Consiglio Nazionale Palestinese tenuta al Cairo nel 1974, fu passata una risoluzione che imponeva ai palestinesi di stabilire un loro Stato indipendente in qualsiasi parte della Palestina liberata dall'occupazione israeliana. Dopo il 1974, questa è diventata la politica della maggioranza del Movimento Nazionale Palestinese. Se Gaza dovesse essere liberata completamente dall'occupazione di Israele, diventa un passaggio obbligato per i palestinesi dichiarare la sovranità sulla striscia e creare uno Stato come primo passaggio nella creazione di una nazione indipendente comprendente tutti i territori occupati. In assenza di un controllo israeliano della striscia di Gaza, i palestinesi devono assumerne la sovranità e governare come un vero e proprio Stato. Ciò non rappresenterebbe la fine automatica della loro lotta: la nascita di uno Stato Palestinese a Gaza non impedisce in alcun modo ai palestinesi di lavorare al completamento del loro progetto di indipendenza in cis-Giordania e Gerusalemme Est.

Molti palestinesi temono che se adottassero tale strategia finirebbero per restare con uno Stato confinato alla sola striscia di Gaza. Temono che la comunità internazionale si dimenticherebbe di loro e che l'occupazione di Israele in cis-Giordania ne uscirebbe rafforzata. Tuttavia questo timore è, a mio parere, ingiustificato. Se le due parti non dovessero tornare a sedersi al tavolo delle trattative è probabile che ci troveremo di fronte ad ulteriori ritiri unilaterali da parte israeliana.

Chiaramente, se Israele fosse saggio tornerebbe a sedersi a tale tavolo, tuttavia vista la mancanza totale di fiducia tra le due parti ciò è altamente improbabile. E' però vero che un ritiro pacifico e un passaggio di consegne in mani palestinesi che avvenga con successo aiuterà a far tornare un minimo di fiducia tra le parti. Forse una fiducia non sufficiente a riavviare negoziati di ampio respiro, ma sufficiente a stimolare un secondo ritiro, questa volta co-ordinato, tra le parti.

E' chiaro che la maggioranza di israeliani e palestinesi vedono questo primo ritiro come un successo della violenza ed è un fatto che Hamas si stia presentando al pubblico come il partito che ha ottenuto tale successo. Questa è stata una vera e propria occasione persa da parte di Israele per rafforzare la leadership di Abu Mazen; se Sharon avesse annunciato il suo piano dopo un incontro con il leader palestinese, tale ritiro sarebbe stato visto come una vittoria per la moderazione e la trattativa. Per questo motivo, un nuovo disimpegno deve essere condotto in maniera concertata e con Abu Mazen al centro del quadro. Se così non fosse, un secondo ritiro potrebbe portare ad una terza intifada.

Un tale nuovo disimpegno avverrà probabilmente da tutti gli insediamenti israeliani al di là della barriera di separazione in costruzione in cis-Giordania e coinvolgerebbe un minimo di 80.000 coloni in una sessantina di villaggi. Questo è sicuramente meno di quanto i palestinesi si aspettano e rappresenterà un chiaro tentativo israeliano di cementare la barriera come confine permanente tra i due Stati. Ciò non ostante, una mossa di questo genere dovrebbe essere accolta positivamente dai palestinesi e supportata in ogni modo possibile. Il taboo israeliano sulla rimozione degli insediamenti è stato rotto dal primo ritiro e i palestinesi devono incoraggiare gli israeliani in questo loro cammino.

Dal canto loro, l'opportunità migliore che i palestinesi hanno per proseguire sulla strada della pace e per assicurarsi altri ritiri israeliani, sta nel dichiarare la loro sovranità e la nascita di uno Stato, per poi comportarsi veramente come uno Stato. Come membro responsabile della comunità internazionale, supportato dalla piena appartenenza alle Nazioni Unite, la Palestina potrà firmare trattati e convenzioni internazionali. Sarà inoltre in grado di chiedere alle Nazioni Unite l'invio di caschi-blu alle sue frontiere per prevenire future incursioni dell'esercito israeliano. La Palestina potrà operare indipendentemente e in nome di tutti i suoi cittadini e dei suoi territori, anche quelli che non dovessero essere ancora sotto la piena sovranità del nuovo Stato. Tutto ciò è perfettamente fattibile e possibile se la Palestina si comporterà in maniera responsabile, cioè se riuscirà ad imporre legge e ordine all'interno dei suoi territori. Significa che non ci potrà essere alcuna milizia privata spazio per armi illegali usate dai suoi cittadini. Significa che fermare la lotta armata diventa un imperativo per il nuovo Stato palestinese e una questione di suprema importanza strategica nazionale.

In conclusione, la via più sicura per assicurare la nascita di uno Stato palestinese che comprenda la cis-Giordania, la striscia di Gaza e Gerusalemme Est è che lo Stato di Palestina esista come istituzione dedicata a provvedere sicurezza, prosperità e pace per i suoi cittadini. Anche se uno Stato di Palestina non nascesse come il risultato di un processo negoziale, un processo di unilateralismo coordinato è completamente possibile. In effetti, ciò potrebbe essere la maniera più sicura e veloce per avanzare la causa della libertà e liberazione per la Palestina e della pace tra israeliani e palestinesi.

* Gershon Baskin, è il fondatore e il co-Direttore israeliano dell'IPCRI - Israel/Palestine Center for Research and Information- di Gerusalemme.

* Tradotto da: Gianluigi Corbani per Reporter Associati

fonte: reporterassociati

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