di Gershon Baskin*
19 Aug 2005
Scritto per AMIN - Arabic Media Internet Network e in collaborazione con Reporter Associati
Non c'è dubbio che il ritiro israeliano abbia creato una serie di gravi
dilemmi per i palestinesi. In primo luogo questo è un passo unilaterale
da parte di Israele, studiato durante il periodo in cui Israele negava la presenza
di un partner nelle trattative di pace. L'iniziativa fu proposta da Sharon per
distogliere l'attenzione dalla conferenza di Ginevra e da una campagna di più
ampio respiro e sostenuta dalla comunità internazionale per la fine del
conflitto Israelo-Palestinese. Grazie a questa mossa, Sharon è riuscito
a ritagliarsi uno spazio da eroe politico in quella stessa comunità internazionale
che lo aveva dipinto come un demone fino a poco prima.
Ora i leader di tutto
il mondo fanno la fila per incontrarlo. A dispetto del supporto internazionale
che Sharon ha ricevuto, il ritiro è visto dai più come un tentativo
di rinunciare a Gaza in cambio di un rafforzamento del controllo israeliano
sulla cis-Giordania. Non è ancora chiaro se Gaza sarà staccata
dal resto di Israele, se i palestinesi potranno muoversi liberamente tra Gaza
e la cis-Giordania - le due parti della Palestina che sono viste legalmente
come parti integranti dello stesso territorio nazionale. Non è chiaro
neanche se Israele si ritirerà dal confine tra Gaza ed Egitto, né
se sarà permesso ad un porto o all'aeroporto di Gaza di funzionare, insieme
a tutta un'altra serie di domande ancora senza risposta. Per esempio, non è
chiaro se a nord, in cis-Giordania, Israele riconsegnerà al pieno controllo
dell'Autorità Palestinese un'area circa due colte e mezza quella di Gaza,
o se continuerà a mantenerne l'occupazione, impedendo la libera circolazione
dei palestinesi tra le due aree. Giusto per amor di discussione, supponiamo per un istante che Israele si ritiri
completamente da Gaza e che rinunci al controllo di tutta la striscia, incluse
le sue frontiere internazionali, il suo spazio aereo, la sua terra e le sue
risorse naturali. Se così sarà, Israele sosterrà di aver
posto termine all'occupazione della striscia di Gaza. A questo punto, si creerà,
di fatto, un vuoto di sovranità nell'area, perché se è
vero che Israele non ha mai avuto una sovranità legale nella striscia,
la domanda deve essere posta se tale sovranità possa essere assunta dall'Autorità
Palestinese e se tale sovranità si traduca automaticamente nella nascita
di uno Stato palestinese.
Bisogna ricordarsi che non c'è alcun bisogno di dichiarare la nascita
di uno Stato palestinese, ciò è già stato fatto il 15 Novembre
1988 e più di 100 nazioni hanno già riconosciuto tale Stato. Tra
le nazioni che si sono rifiutate di riconoscerlo ci sono i 13 membri dell'Unione
Europea dell'epoca, gli Stati Uniti, il Canada e Israele. I palestinesi potrebbero
ri-pubblicare la loro Dichiarazione d'Indipendenza, aggiungendo un capitolo
sui confini e indicando tali confini in Gaza e cis-Giordania, con Gerusalemme
Est come capitale. Una tale dichiarazione, a dispetto di quello che molti potrebbero
pensare, sarebbe di aiuto per un futuro processo di pace. Fisserebbe in maniera
chiara e conclusiva il prezzo che Israele dovrà pagare per la pace e
rimuoverebbe ogni dubbio sull'esistenza di piani palestinesi per una futura
espansione del loro Stato ai danni di Israele.
Fatto ciò, la Palestina dovrebbe cercare di ottenere la piena appartenenza
alle Nazioni Unite e Mahmoud Abbas dovrebbe rivolgersi a Israele in un appello
per riconoscere il nuovo Stato; ci sarebbe anzi da augurarsi che Israele sponsorizzasse
la domanda di piena appartenenza all'ONU. Se Israele riconoscesse il nuovo Stato
non c'è alcun dubbio che gli Stati Uniti farebbero lo stesso. C'è
una minima speranza che gli Stati Uniti potrebbero procedere ad un riconoscimento
unilaterale perfino se Israele si rifiutasse di concedere tale riconoscimento.
In ogni caso, anche nella peggiore delle ipotesi di un rifiuto da parte di USA
e Israele di riconoscere il nuovo Stato, il resto del mondo lo farebbe e potrebbe
cominciare ad aprire ambasciate in una capitale provvisoria.
Nel corso della Dodicesima Sessione del Consiglio Nazionale Palestinese tenuta
al Cairo nel 1974, fu passata una risoluzione che imponeva ai palestinesi di
stabilire un loro Stato indipendente in qualsiasi parte della Palestina liberata
dall'occupazione israeliana. Dopo il 1974, questa è diventata la politica
della maggioranza del Movimento Nazionale Palestinese. Se Gaza dovesse essere
liberata completamente dall'occupazione di Israele, diventa un passaggio obbligato
per i palestinesi dichiarare la sovranità sulla striscia e creare uno
Stato come primo passaggio nella creazione di una nazione indipendente comprendente
tutti i territori occupati. In assenza di un controllo israeliano della striscia
di Gaza, i palestinesi devono assumerne la sovranità e governare come
un vero e proprio Stato. Ciò non rappresenterebbe la fine automatica
della loro lotta: la nascita di uno Stato Palestinese a Gaza non impedisce in
alcun modo ai palestinesi di lavorare al completamento del loro progetto di
indipendenza in cis-Giordania e Gerusalemme Est.
Molti palestinesi temono che se adottassero tale strategia finirebbero per
restare con uno Stato confinato alla sola striscia di Gaza. Temono che la comunità
internazionale si dimenticherebbe di loro e che l'occupazione di Israele in
cis-Giordania ne uscirebbe rafforzata. Tuttavia questo timore è, a mio
parere, ingiustificato. Se le due parti non dovessero tornare a sedersi al tavolo
delle trattative è probabile che ci troveremo di fronte ad ulteriori
ritiri unilaterali da parte israeliana.
Chiaramente, se Israele fosse saggio tornerebbe a sedersi a tale tavolo, tuttavia
vista la mancanza totale di fiducia tra le due parti ciò è altamente
improbabile. E' però vero che un ritiro pacifico e un passaggio di consegne
in mani palestinesi che avvenga con successo aiuterà a far tornare un
minimo di fiducia tra le parti. Forse una fiducia non sufficiente a riavviare
negoziati di ampio respiro, ma sufficiente a stimolare un secondo ritiro, questa
volta co-ordinato, tra le parti.
E' chiaro che la maggioranza di israeliani e palestinesi vedono questo primo
ritiro come un successo della violenza ed è un fatto che Hamas si stia
presentando al pubblico come il partito che ha ottenuto tale successo. Questa
è stata una vera e propria occasione persa da parte di Israele per rafforzare
la leadership di Abu Mazen; se Sharon avesse annunciato il suo piano dopo un
incontro con il leader palestinese, tale ritiro sarebbe stato visto come una
vittoria per la moderazione e la trattativa. Per questo motivo, un nuovo disimpegno
deve essere condotto in maniera concertata e con Abu Mazen al centro del quadro.
Se così non fosse, un secondo ritiro potrebbe portare ad una terza intifada.
Un tale nuovo disimpegno avverrà probabilmente da tutti gli insediamenti
israeliani al di là della barriera di separazione in costruzione in cis-Giordania
e coinvolgerebbe un minimo di 80.000 coloni in una sessantina di villaggi. Questo
è sicuramente meno di quanto i palestinesi si aspettano e rappresenterà
un chiaro tentativo israeliano di cementare la barriera come confine permanente
tra i due Stati. Ciò non ostante, una mossa di questo genere dovrebbe
essere accolta positivamente dai palestinesi e supportata in ogni modo possibile.
Il taboo israeliano sulla rimozione degli insediamenti è stato rotto
dal primo ritiro e i palestinesi devono incoraggiare gli israeliani in questo
loro cammino.
Dal canto loro, l'opportunità migliore che i palestinesi hanno per proseguire
sulla strada della pace e per assicurarsi altri ritiri israeliani, sta nel dichiarare
la loro sovranità e la nascita di uno Stato, per poi comportarsi veramente
come uno Stato. Come membro responsabile della comunità internazionale,
supportato dalla piena appartenenza alle Nazioni Unite, la Palestina potrà
firmare trattati e convenzioni internazionali. Sarà inoltre in grado
di chiedere alle Nazioni Unite l'invio di caschi-blu alle sue frontiere per
prevenire future incursioni dell'esercito israeliano. La Palestina potrà
operare indipendentemente e in nome di tutti i suoi cittadini e dei suoi territori,
anche quelli che non dovessero essere ancora sotto la piena sovranità
del nuovo Stato. Tutto ciò è perfettamente fattibile e possibile
se la Palestina si comporterà in maniera responsabile, cioè se
riuscirà ad imporre legge e ordine all'interno dei suoi territori. Significa
che non ci potrà essere alcuna milizia privata spazio per armi illegali
usate dai suoi cittadini. Significa che fermare la lotta armata diventa un imperativo
per il nuovo Stato palestinese e una questione di suprema importanza strategica
nazionale.
In conclusione, la via più sicura per assicurare la nascita di uno Stato
palestinese che comprenda la cis-Giordania, la striscia di Gaza e Gerusalemme
Est è che lo Stato di Palestina esista come istituzione dedicata a provvedere
sicurezza, prosperità e pace per i suoi cittadini. Anche se uno Stato
di Palestina non nascesse come il risultato di un processo negoziale, un processo
di unilateralismo coordinato è completamente possibile. In effetti, ciò
potrebbe essere la maniera più sicura e veloce per avanzare la causa
della libertà e liberazione per la Palestina e della pace tra israeliani
e palestinesi.
* Gershon Baskin, è il fondatore e il co-Direttore israeliano
dell'IPCRI - Israel/Palestine Center for Research and Information- di Gerusalemme.
* Tradotto da: Gianluigi Corbani per Reporter Associati
fonte: reporterassociati
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