Ha
scritto "The Nation", che le elezioni in Afghanistan"si sono svolte in
un'atmosfera caratterizzata alla violenza e dalla insicurezza".
L'intero processo elettorale, del resto, è stato un susseguirsi di
irregolarità di ogni genere e tipo, con violazioni di tutti gli
standards occidentali ad ogni passo del procedimento preparatorio:
dalla definizione delle liste elettorali, cioè dalla registrazione
degli elettori, alla presentazione e accettazione dei candidati,
inclusi diversi e numerosi episodi di liquidazione fisica degli stessi
o di tentativi più o meno riusciti di realizzarla.
E' stato comunicato, dagli uffici del presidente Hamid Karzai, che
corrispondono alla Commissione elettorale centrale, che si sono recati
al voto "all'incirca" il 50% degli aventi diritto. Numero
approssimativo quant'altri mai, come non può che essere altamente
approssimativa la stima di coloro che, uomini e donne coperte dal
burqa, si sono recati alle urne (quante urne, in quanti posti, in fondo
a quali vallate e sotto il controllo di chi?) alla data del 18
settembre 2005.
Una buona metà del paese, gran parte del sud e delle regioni
confinanti con il Pakistan, è in guerra, zona operativa di Enduring
Freedom. Intere zone non sono in alcun modo sotto il controllo delle
forze governative e americane.
Interrompiamo un attimo l'elenco delle ragioni per cui pare
impossibile qualificare come 'fair' queste elezioni. Anche per dare il
dovuto rilievo alla dichiarazione del commissario Ferrero-Waldner, che
afferma di considerare le elezioni afghane come "una giornata storica e
un'ulteriore pietra miliare sulla strada della pace e della stabilità,
che l'Afghanistan ha intrapreso fin dalla fine del 2001". Cioè, a
quanto pare, dopo la fine della guerra scatenata dagli Stati Uniti.
Alla signora commissario vorrei solo chiedere se ha idea di dove
fossero collocati gli osservatori dell' Unione Europea, durante le
elezioni. Ferrero-Waldner afferma che erano, dal 6 agosto scorso,
"nelle varie zone del paese". Molto generico. Secondo ogni informazione
la gran parte di loro erano concentrati a Kabul, qualcuno a Jalalabad,
qualche altro a Mazar-i-Sharif, forse.
E il resto del paese chi lo controllava? E in tutti i mesi precedenti dov'erano gli osservatori internazionali?
Banale, ma utile da ricordare: semplicemente non erano là dove
avvenivano gli eventi. E non per ignavia: semplicemente perchè non
potevano esserci, per ragioni di sicurezza e d'incolumità. Ha un bel
congratularsi, la commissario Ferrero-Waldner, per "il coraggio e
l'entusiasmo" dimostrati dal "circa" 50% degli afghani, ma di elezioni
democratiche si può parlare solo quando non occorre "coraggio" per
andare a votare.
Se, per esercitare un diritto, occorre coraggio, allora della
democrazia ci si può scordare tranquillamente, perchè non tutti coloro
che hanno il diritto hanno anche il coraggio. E, come diceva Don
Abbondio, uno il coraggio non se lo può dare.
Scherzi a parte, il problema è che noi occidentali continuiamo a
sbattere la testa contro le prove della impossibilità di esportare la
democrazia, anzi - per essere precisi - la nostra democrazia. Anzi, per
essere ancora più precisi, quella strana cosa che noi chiamiamo
democrazia, ma che si riduce drasticamente al cerimoniale del mettere
una scheda (non importa come sia stata formata) in un'urna.
Questo lo possiamo esportare e, infatti, l'abbiamo esportato in
alcune parti del mondo, con risultati a dire il vero, molto deludenti.
Perchè questa non è democrazia, ma un suo simulacro, una sua ombra
tenue. La democrazia è qualche cosa che nasce e si sviluppa in una data
società, come un prodotto collettivo, come un'abitudine, come un
insieme di regole comuni che vengono accettate proprio perchè comuni;
regole che sono il frutto delle tradizioni, del comune sentire. Noi
esportiamo elezioni, non democrazia, e poi ci illudiamo che i popoli -
che vivono in altri tempi storici - siano diventati d'un tratto, in
qualche mese, democratici.
Ma loro, che pure qualche volta partecipano a queste cerimonie che
noi gli esportiamo gratuitamente, le vivono come a loro pare, come sono
in grado di capirle. Che è invariabilmente assai diverso da come noi
crediamo di conoscerle. In Irak andarono a votare gli sciiti e i curdi.
Indipendentemente gli uni dagli altri, seguendo i primi gli ordini dei
mullah, e i secondi quelli dei loro capi tribali. Ma cosa ha a che
vedere questo con la democrazia nostra? Niente, proprio niente. Anche
perchè i sunniti non sono andati a votare per niente, proprio per
niente. E quindi di democrazia in Irak non si può parlare.
Anche in Afghanistan circa sei milioni sarebbero andati a votare.
Meno della metà, ma - qualcuno potrebbe dire - meglio che niente. E
sicuramente quelli che ci sono andati di loro volontà lo hanno fatto
perchè sperano in una situazione in cui certe regole vengono
ripristinate, la guerra e le violenze cessino, sia dato spazio al
libero commercio, si possa muoversi sulle strade senza essere
taglieggiati, si possa tornare a lavorare nei campi senza essere
costretti a fuggire ogni volta che si avvicina un signore della guerra
con i suoi scherani.
Ma - citando di nuovo "The Nation" - quale che sia il governo
eletto, esso "dovrà dire all'America che la sua presenza militare
costituisce la più irritante giustificazione per una resistenza armata
che continua".
George Bush, invece, vorrebbe che gli afghani diventassero
democratici (all'americana naturalmente), ma sotto occupazione
militare. Buoni e zitti. Purtroppo per gli Stati Uniti non avverrà
così. Ma l'errore ottico dell'occidente continua e si propaga senza
sosta. Fonte di delusione e di altri errori e guerre.
Ci è stato raccontato che 135 mila urne erano state predisposte, e
che i candidati erano oltre seimila. Ma non c'erano partiti, vietati
rigorosamente. Eppure in Afghanistan, anni addietro, i partiti politici
sono esistiti. Ma queste elezioni sono state organizzate sotto
imperativi di sicurezza così pressanti da non poter consentire nemmeno
una loro fugace riapparizione. Invece di andare avanti queste elezioni
hanno fatto un passo indietro. Inutilmente, per altro, perchè i
comunisti delle diverse correnti sono riapparsi, come sono riapparsi i
taliban, come è certo andranno a sedere sui seggi parlamentari quasi
tutti i capi guerrieri, come vi siederanno i grandi padrini della
droga.
Per chi si è votato, dunque? Per candidati individuali. Gli elettori
di Kabul di candidati ne avevano quattrocento sulla loro scheda. E gli
elettori che sapevano leggere e scrivere - che sono la netta minoranza
- avrebbero comunque dovuto ritrovarli su quel lenzuolo colorato che
dovevano piegare in quattro per infilarlo nell'urna.. Penso che anche
in Italia, o in Svizzera, un elettore normale avrebbe fatto parecchia
fatica a raccapezzarsi. Figuriamoci in un paese per quattro quinti
analfabeta e per i cinque sesti senza luce elettrica!
E poi - questione assolutamente decisiva – non è nota la
composizione etnica dei candidati. Dire che ce n'erano 6038 (di cui
2838 concorrevano per i 249 seggi della Camera bassa, o Wolesi Jirga,
mentre i restanti si contendevano i posti in uno dei 420 consigli
provinciali) non significa niente se non si precisa quanti erano i
pashtun, quanti i tagiki, quanti gli uzbeki, quanti gli hazarà.
Chiunque conosca l'Afghanistan sa che la ripartizione etnica della
rappresentanza conterà più di ogni altro criterio. Per esempio i
taliban erano pashtun, ma non erano tagiki e uzbeki. Come verranno
garantite le proporzioni?
Quale ripartizione è stata garantita, a chi, da chi, e come, non è
noto. E quel poco che si sa non è incoraggiante. Piccolo esempio: la
comunità nomade dei Kuchi sarà rappresentata in parlamento da dieci
seggi, mentre gli hazarà, che sono di gran lunga più numerosi, ne
avranno solo cinque.
Non solo gli elettori, ma anche gli eletti saranno in maggioranza
analfabeti. E le liste elettorali come sono state composte? Quali
autorità amministrative le hanno compilate? E sotto quali controlli?
Altro mistero pressoché impenetrabile.
Adesso, nonostante gli entusiasmi lontani della commissario
Ferrero-Waldner, quelli che sanno come stanno le cose cominciano a dire
che la democrazia in Afghanistan sarà una cosa lunga, che "la comunità
internazionale dovrà essere coinvolta per un numero di anni,
imprecisato, a venire".
Ma - chiedo - non avremmo dovuto saperlo in anticipo e da gran tempo, anche noi?
I risultati, per intanto, non arriveranno prima di un mese. Dove
abbiamo esportato la democrazia, come in Russia, l'unica cosa che i
nostri discepoli, da noi liberati, sono riusciti a imparare è come
truccare le elezioni. E siccome leggono i giornali anche loro, avranno
visto che se il presidente Bush riesce a falsificare due elezioni
presidenziali di seguito, una dietro l'altra (la prima volta, quattro
anni fa, in Florida, la seconda, nel 2004, in Ohio) penseranno - e come
dare loro torto? - che la democrazia è proprio questa cosa qui.
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