Missili puntati contro la Russia, i segreti dell'elicottero caduto
Falco Nero dunque volava in vista del confronto con l'Orso Bruno. La
composizione dell'equipaggio lo conferma.
Tre delle vittime dello schianto, i
sergenti Robert D. Rogers e Mark A. Spence e l'aviere anziano Kenneth P.
Hauprich Jr erano - secondo la nota ufficiale diffusa ieri - «avionic sensors
team members» o «leader».
Si trattava di militari esperti in sistemi elettronici
di volo, puntamento, attacco e difesa elettronica degli aerei da combattimento.
Aviano, Ghedi, Dal Molin: gli Stati Uniti portano nuove armi contro la
minaccia costituita da Putin. I militari morti si addestravano a
fronteggiare le truppe di Mosca.
Dal quotidiano in distribuzione gratuita "Il Treviso" del 12 novembre
2007 (pagg. 16-17) di Marco Mostallino
da www.nexusitalia.com
Aviano, Ghedi, Dal Molin: gli Stati Uniti portano nuove armi contro la
minaccia costituita da Putin. I militari morti si addestravano a
fronteggiare le truppe di Mosca.
Falco Nero si addestra all'attacco in
picchiata sulle possenti spalle di Orso Bruno. Ma Falco Nero ha la coda
spezzata. E disperato si avvita nel suo volo finché col ventre tocca terra.
Violento contro se stesso. Falco Nero muore con un urlo di metallo. Sulla riva
del Piave di Treviso. Gli undici soldati uccisi e feriti, sparsi tra le lamiere,
i campi di mais appena tagliati e la nebbia. A un passo, a un balzo dal
cavalcavia dove corre l'asfalto che, ad est sempre più ad est, raggiunge persino
Gorizia, la frontiera.
Da confine a confine. La linea del Piave era la
trincea della Patria, settant'anni fa. Contadini veneti e sardi in divisa
fuori-taglia, coi piedi zuppi e la polvere da sparo fradicia, con la brace del
sigaro dentro la bocca per non mostrare nemmeno la più flebile luce, la notte,
al cecchino austriaco. Che faceva, Falco Nero, il possente elicottero americano
in passaggio radente sopra il fronte dove sparavano i moschetti di un altro
millennio ?
Il Black Hawk (falco nero) statunitense si addestrava nei cieli
bassi del Trevigiano, dove è precipitato giovedì, si preparava, in una missione
di addestramento, al combattimento. Logico, normale di questi tempi per il
velivolo di stanza alla base di Aviano: c'è guerra in Iraq, in Afghanistan e
l'America, tutti hanno pensato, vuole essere sempre
pronta.
SBAGLIATO. Falco Nero nel suo ventre non portava
crociati per la lotta contro il terrorismo, il feroce Saladino islamico che -
nella visione di Washington - minaccia l'Occidente. Falco Nero volava per
artigliare, in un plumbeo ma possibile domani, l'Orso Bruno. Le basi del Nord
Est, da Ghedi in Lombardia fino ad Aviano, passando per la misteriosa - ma non
troppo - Longare del Vicentino, hanno da qualche mese ritrovato l'originaria
vocazione. Non la guerra calda del deserto iracheno, ma quella gelida, la guerra
fredda contro i russi.
Sono i documenti ufficiali a rivelarlo. Sono i nomi e
gli squadroni dei militari morti, resi noti dagli Usa solo quattro giorni dopo
il disastro, dopo una lunga e imbarazzata reticenza.
I morti sono morti,
vero. Però cambia qualcosa, anzi tanto quando si conosce quali mostrine
portavano sulla mimetica. E quattro di loro appartenevano al 31st Fighter Wing,
un reparto di aerei a corto raggio, incapaci di raggiungere e colpire l'Iraq in
piena efficienza. Tanto che, nel 1991, quando gli F16 furono chiamati a
partecipare all'operazione Desert Storm, l'attacco all'Iraq di papà Bush, il
reparto venne trasferito a Incirlik in Turchia. Compito del 31° è la difesa
aerea contro la minaccia dell'Est.
Lo conferma un documento ufficiale dell'Us
Air Force, l'aviazione Usa, solo da poche settimane "declassificat", ovvero
sottratto al segreto militare. Il titolo del dossier è "31FW" Support to
Contingeny Operations since 199", l'elenco dei compiti svolti dal 1994 ad
oggi.
Bombe sulla Serbia nel 1999, sorvoli di Macedonia, Bosnia, Croazia.
Persino una breve permanenza nella Repubblica Ceca per la difesa aerea di un
vertice internazionale. Una storia militare scritta sulle uniformi delle vittime
di FalcoNero, elicottero di supporto ai caccia che tanto solcano i cieli del
Nord Est che, nelle belle giornate di quest'autunno, è impossibile guardare in
alto senza scorgere le spumose scie bianche dei jet. Una storia ma anche un
futuro di nuova frontiera, di un sistema di difesa che adesso reclama anche il
Dal Molin, l'aeroporto di Vicenza. Ed è la Nato a confermare il recente
cambiamento nel modo di operare degli Stati Uniti in Italia, una virata che era
già nei piani ma che è stata brusca da quando la tensione con la Russia è salita
e Vladimir Putin ha annunciato di non voler più rispettare gli accordi di non
proliferazione presi con Washington.
«LA RAGIONE VERA
per la quale gli Stati Uniti vogliono il Dal Molin è che noi non ci saremo
dentro», spiega da Bruxelles una fonte militare della Nato sotto garanzia di
anonimato (ma il suo nome e alto grado
sono nel taccuino del
cronista).
«Tutto ciò che sta accadendo nelle basi del Nord Est italiano -
prosegue l'alto ufficiale europeo - è legato al confronto con la Russia. Il Dal
Molin diventa cruciale, perché gli Stati Uniti potranno agire liberamente senza
nessun coordinamento con l'Alleanza Atlantica.
Ma l'errore che fate in Italia
- dice ancora il militare - è di ragionare sulla possibilità o meno che dalla
pista vicentina decollino gli aerei da bombardamento o gli intercettori. Per
questi scopi ci sono già le basi di Aviano e gli aeroporti militari americani in
Germania. Il Dal Molin - spiega la fonte Nato - deve essere inserito in questo
sistema di difesa aerea, altrimenti non se ne comprende la funzione. Là dentro,
senza doversi confrontare con gli alleati della Nato, e dunque nemmeno con
l'Italia, le forze Usa possono stipare approvvigionamenti, sistemi elettronici,
munizioni, sistemi d'arma per supportare l'intera rete di aeroporti europei che
provvede alla difesa aerea contro la minaccia russa».
Maneggiavano dunque apparecchiature
sofisticate, le quali spiegano anche perché gli Usa hanno chiesto che l'Italia
rinunci all'inchiesta giudiziaria sul disastro: il Black Hawk caduto era esso
stesso dotato di sistemi computerizzati che il Pentagono non vuole che vengano
esaminati da esperti stranieri. Dall'indagine su Falco Nero potrebbero appunto
emergere fatti imbarazzanti per Washington ma anche per Roma.
Si potrebbe
arrivare infatti a capire che anche in un altro sito del Vicentino qualcosa sta
cambiando.
A Longare, nel cosiddetto "Site Pluto", per oltre trent'anni gli
Stati Uniti hanno piazzato una sessantina di missili terra-aria insieme ad
alcune testate nucleari (lo ha ammesso il Pentagono). Il sistema di difesa
convenzionale (cioè non atomico) del Nord Est italiano è basato sui missili Nike
Hercules. Armi obsolete, in smantellamento. Saranno a breve sostituite con i più
efficaci ordigni del Medium Extended Air Defense System. Con un impegno di circa
tre miliardi e mezzo di dollari, gli Usa stanno ammodernando la difesa aerea in
patria, in Germania e in Italia.
Al Veneto, alla Lombardia e al Friuli
Venezia Giulia sono destinate batterie di missili piazzate su grossi autocarri,
in grado di spostarsi in fretta. La tattica è chiamata "shoot and scoot", ovvero
prima colpisci e poi fuggi per sottrarti alla risposta del fuoco nemico. È il
nuovo modello militare disegnato dal Pentagono per l'Italia che, alla porta dei
Balcani, da qualche mese è tornata ad essere il bastione contro il pericolo
costituito dalla Russia.
Tanto che appena un mese fa il 31°, al quale
appartenevano i morti nel Trevigiano, ha svolto una serie di esercitazioni
congiunte
con i Mig dell'aviazione bulgara, partendo da Sofia.
Proprio la
Bulgaria è il Paese prescelto dagli Stati Uniti per installare quel sistema
missilistico che ha innervosito Putin al punto di sospendere l'applicazione
degli accordi di non proliferazione delle armi.
«IN QUESTO QUADRO - riprende la fonte Nato - è
importante anche la base toscana di Camp Darby. Proprio lì il 31st Fighter Wing
conserva parte dei propri materiali. E sempre da Camp Darby, vicino al porto di
Livorno, parte un oleodotto militare che raggiunge Aviano». Aerei e missili nel
Nord Est puntati contro la Russia. Lo raccontano le mostrine dei poveri
morti
sul greto del Piave.
«Negli anni '70 - racconta ancora l'alto ufficiale - i
comandi della Nato calcolarono che le truppe schierate al confine di Gorizia non
avrebbero resistito più di dodici minuti all'impatto con le forze del Patto di
Varsavia.
Fu allora che si cominciò quell'evoluzione strategica che conduce
oggi alla richiesta del Dal Molin. Meno soldati, meno mezzi blindati e più
difese aeree e, ora, elettroniche. Nel Nord Est - conclude la fonte della Nato -
non vedrete carri armati: la difesa dalla Russia è fatta di aerei, missili e
microchip». Shoot and scoot, colpisci e fuggi Falco Nero, prima che Orso Bruno
ti sbrani.
Fonte: http://www.iltreviso.it/
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