Di Giulietto Chiesa
Russia e Ucraina hanno trovato un accordo. Per cinque anni, ma del tutto
fumoso e esposto a tutte le intemperie della politica. La guerra del gas,
esplosa il 1 gennaio 2006, è un sintomo di una crisi assai più vasta, che
influenzerà nei mesi a venire l'intero insieme delle relazioni tra Stati Uniti,
Europa e Russia. Che la Russia faccia quello che può per tenere un posto di
riguardo in quello che considera il suo cortile di casa è evidente.
Lo ha fatto
per qualche giorno chiudendo i rubinetti del suo gas come lo ha fatto in questi
ultimi 14 anni continuando a erogare il suo gas all'Ucraina a prezzi da “paese
fratello” e chiudendo un occhio sui colossali furti che gli Ucraini hanno
perpetrato quotidianamente. Di fatto la Russia ha finanziato l'Ucraina al ritmo
di circa 4 miliardi di dollari l'anno. Perché avrebbe dovuto continuare a farlo,
specie nel momento in cui l'Ucraina progetta di entrare nella NATO?
Occorre un minimo di realismo.
L'Europa, e in particolare la Polonia, e gli Stati Uniti hanno
prima stimolato, finanziato e poi applaudito la cosiddetta “rivoluzione
arancione”, dandole una patente di democraticità che non aveva, se non altro
perché i suoi leader sono tutti della stessa pasta e origine di quelli
filo-russi che ne sono usciti sconfitti.
Il popolo ucraino ha diritto alla sua sovranità ed è bene che
se la conquisti. Non è bene che altri dall'esterno gli dettino il percorso.
Questa si chiama ingerenza negli affari interni di un paese sovrano. Ora
l'Ucraina di Yushenko, dopo aver voluto l'emancipazione dalla Russia e aver
chiesto all'Europa di essere riconosciuta come economia di mercato, non poteva
più pretendere dalla Russia alcun regalo. L'Europa – cioè noi – ha rischiato e
potrebbe rischiare ancora di diventare ostaggio di una leadership ucraina in
precoce fallimento.
Ne va del nostro riscaldamento, ma anche della nostra
sicurezza. In fondo Vladimir Putin alla guida del G8 lo abbiamo voluto noi. Chi
per primo si farà l'autocritica?
Giulietto Chiesa
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