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gen 09 2006
Silvio e i mercanti d'armi Stampa
Postato da Francesco   
lunedì 09 gennaio 2006

di Maurizio Chierici
Casini va aiutato. Non sa certe cose perché non gliele dicono. Pera fa il lucchese in barile, e tace, mentre il presidente della Camera giura impunemente che tra destra e sinistra finalmente non esistono differenze morali. Lasciamo perdere i tormentoni del conflitto di interessi e il fideismo del Bondi, poeta impegnato a declamare «A Silvio» nelle Markette di Chiambretti, o il fervore innocentista dei teletrasmettitori impiegati nelle aziende Berlusconi...

Ma la terza autorità dello stato dovrebbe essere informata dalla seconda autorità dello stato sull'amicizia d'affari tra la famiglia Berlusconi e un dittatore dell'Africa ex italiana: Isayas Afeworkl, signore della guerra in Eritrea. I lavori sono in corso. L'incolpevole Casini poteva decidere se declamare «siamo tutti uguali», o far finta di niente.

Il silenzio lo ha costretto a coprire l'immondizia con un tappeto immaginario. Pera sapeva, ma non ha detto a quale tipo di immondizia ha messo il lucchetto. Quando Saverio Martone, Rifondazione, presenta due interrogazioni sugli strani rapporti Italia-Eritrea, la segreteria del Presidente del Senato, «su precisa richiesta della seconda carica dello stato, mi chiede di tirar via il nome di Paolo Berlusconi».

Martone non lo tira via, la risposta resta congelata nel niente. È forse la prima volta che la presidenza del Senato si disinteressa ufficialmente di un problema nel quale è coinvolta la famiglia di un capo di governo. Ecco il consiglio al presidente Casini: legga il giornale che ricostruisce cosa sta succedendo.

Non un foglio attaccabrighe, né la carta rosa di chi lo insegue attorno alle barche delle vacanze: «Popoli» è il mensile internazionale dei gesuiti del Centro San Fedele, finestre che guardano le finestre di Palazzo Marino, cento metri dalla Galleria, duecento passi dalla Scala. Insomma, non un centro sociale emarginato nei ghetti del perbenismo, ma laboratorio dove gli «Aggiornamenti sociali» di Bartolomeo Sorge, riviste, libri e conferenze, dialogano e si confrontano con la Milano delle università, grandi giornali, imprenditori, borghesia lombarda.

Per la prima volta «Popoli» è diretto da un giovane laico - Stefano Femminis - il quale fa capire quale impegno guiderà la rivista: «Fedeltà e coraggio per avere individuato la promozione della giustizia come parte integrante della nostra missione».

Immagino che il Casini consacrato dal cardinale Ruini a modello del cattolico in politica, dopo aver sfogliato le otto pagine dell'inchiesta vecchia maniera di Enrico Casale (interviste incrociate tra chi mostra i documenti d' accusa e chi si difende), si affretterà a chiedere spiegazioni al suo leader Berlusconi.

Potrà il supercattolico accettare un ritorno al medioevo? Amicizie pericolose di palazzinari pronti a ricostruire un paese dove la tortura è pratica quotidiana e la costituzione resta nel cassetto «mancando le condizioni per promulgarla». Di elezioni non si parla. Ogni potere è nelle mani pesanti di Isayas Afeworki, piccolo padre che ha guidato l'indipendenza nel nome del marxismo. Adesso chissà cos'è, ma non importa: tanto la famiglia Berlusconi va matta per gli ex comunisti purché mantengano la virtù dell'obbedienza sempre pronta e assoluta.

Nella storia di Isaya e dei suoi clienti, in prima fila fra gli investimenti elogiati dall'Istituto per il Commercio Estero di Roma, l' Italcantieri del Berlusconi fratello. «Ha progettato un villaggio residenziale», mille appartamenti «in palazzine di quattro piani» e l'ipotesi di un intervento a Massaua per «ricostruire l'intero Lido fatto radere al suolo da Isayas, abbattimento eseguito da un'altra impresa italiana».

Sempre Italcantieri, secondo voci europee, le quali ricordano che l'Unesco considerava Massaua patrimonio dell'umanità. Quando si infastidiva sul conflitto d'interessi a proposito dei decoder terrestri per Tv che il governo finanzia e Paolo Berlusconi distribuisce, il Cavaliere si aggrappava alle troppe cose che girano in famiglia: «non so cosa stia fabbricando mio fratello».

Ma sull'Eritrea sembra meglio informato: «Isayas viene spesso in Italia dove ha molti amici. Per il Cavaliere non è intimo come Putin ma tra loro corre buon sangue. È stato ospite a Villa Certosa, residenza estiva in Sardegna, privilegio riservato ai più importanti leader stranieri». Blair, Aznar, naturalmente Putin: solo Lula ha detto no. Governanti di paesi importanti, politici sempre in prima pagina, mentre Isayas chi è ? Governa un paese senza risorse, 4 milioni e mezzo di abitanti, 311 milioni di dollari di debito estero, centocinquantesimo posto nella coda dei poveri del mondo, quale interesse può suscitare nel più ricco presidente d'Europa?

Non sono solo il Berlusconi Uno e il Berlusconi Due a tenerlo di conto: «Nel governo ha buoni rapporti: ministro Mirko Tremaglia. Adolfo Urso, vice ministro delle attività produttive, lo tiene in grande considerazione. Nel 2005 ha scelto Asmara per lanciare il Progetto Africa. Un suo comunicato conferma «l'appoggio del governo italiano in merito alle riforme intraprese dall'Eritrea. Auspica si concretizzi un'attività parallela per avvicinare il mondo imprenditoriale italiano all'Eritrea stessa».

Con la spinta della grande politica, il mondo imprenditoriale è già al lavoro. «Giancarlo Zambaiti, industriale bergamasco, ha acquistato l'ex cotonificio Baracco, delocalizzando alcune produzioni». Confeziona camicie per l'alta moda italiana. Pochi soldi ad Asmara; vetrine proibite a Milano. Meglio non indagare sulla differenza salari eritrei e prezzi italiani. Camicie moltiplicate per mille. Ad Asmara la retribuzione media di un lavoratore è 166 dollari l'anno, 35 centesimi di euro al giorno. Sopravvivere dopo i 52 anni diventa una scommessa per mezzo paese.

Amico del cuore di Isayas è l'assessore regionale di Formigoni, Piergianni Prosperini, medico e leghista della prima ora, trascinato da una crisi mistica nel seno di An. «Famoso per la sua irruenza e per i suoi caustici attacchi agli stranieri e alle leggi sull'immigrazione (a suo parere ancora troppo blande)... usa le parole come un randello. Eppure è il portavoce ufficiale dell'Eritrea in Lombardia, una specie di console onorario. Riconoscimento ricevuto direttamente dal presidente Isayas, amico personale. Per Prosperini non vi sono contraddizioni tra le campagne contro gli immigrati e il suo ruolo ‘diplomatico’».

L' ufficio di assessore regionale «è trasformato in una specie di armeria, coltelli, katane, kikri, spade». Ma Isayas non è un dittatore? Grande uomo, si accende Prosperini. Vorrei avere in Italia politici come lui. Altro che i nostri Craxi, de Gasperi e Togliatti. Inutile ricordargli che un paese civile non manda a combattere ragazzini di 17 anni, un paese civile non sospende la costituzione e rimanda sine die le elezioni.

«Le elezioni - osserva sarcastico il console onorario- vengono quando tutto è a posto. C'è il rischio scatenino odii razziali e faide religiose. Isayas ha la testa sulle spalle». Chissà se Prosperini ha mai dato un'occhiata ai giornali con le cronache dell' Iraq.

Chi lo interroga non si trattiene: «Isayas è un dittatore che ha trasformato il paese in un lager dove non esistono proprietà private, dove i religiosi sono perseguitati, dove i giovani non possono studiare perché obbligati a fare il militare, dove, se un ragazzo scappa all'estero vengono imprigionati i genitori». Per Prosperini il paese «è una delle poche nazioni africane dove vi sono libertà e tolleranza».

Val la pena fare l'elenco delle libertà sulle quali nelle ore quiete delle vacanze in Sardegna, Isayas deve aver intrattenuto il presidente Berlusconi, tanto per fare due chiacchiere. Il rapporto di Amnesty ne precisa le virtù. Polizia politica di impronta stalinista, partito unico: Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia. Quindici ministri spariti nel niente due anni fa: avevano firmato un timido documento che pretendeva una timida libertà di stampa. Guerra agli intellettuali, agli studenti, ai religiosi. Oppositori che non tornano dal carcere. Morti bastonati, morti avvelenati. Vescovo ortodosso agli arresti domiciliari. Università chiusa. Lo scorso luglio, mille genitori sono finiti in carcere perché i loro ragazzi, concluse le scuole superiori, non si sono presentati al servizio militare chiedendo la riapertura dell'università. E sono scappati.

Chi sopravvive a una fuga disumana, galleggia nella nostra diffidenza: Gela, Lampedusa. Anche perché la collaborazione italiana col governo di Isayas è più complessa dei villaggi turistici incensati da Prosperini: «Faranno concorrenza spietata all'Egitto». Al workshop organizzato dal vice ministro Urso ad Asmara, «oltre alle delegazioni governative, hanno preso parte una trentina di aziende italiane, tra le quali la Domina Vacanze, la Alenia Marconi System, società che produce sistemi radar di comando, e la Tlc, società telefonica e sicurezza dati».

L'ombrello aperto sulla dittatura di Isayas prende connotati militari, anche se i militari ufficiali che Roma ha mandato ad Asmara con bandiera Onu sono stati perseguitati e scacciati senza che il ministro Martino «esecrasse», almeno un po', o la Farnesina mandasse almeno una lettera di protesta facendolo sapere ai giornali. Una fuga dopo cinque anni difficili.

Il governo eritreo non voleva che i carabinieri pattugliassero le strade e lo ha impedito; non voleva si ritrovassero all'hotel Intecontinental e negli ultimi mesi era assolutamente vietato al nostro contingente di uscire dal campo Onu. Il primo luglio una pattuglia è stata perfino sequestrata dalla polizia eritrea. Allora il generale Maurizio Esposito, comandante del contingente, ha scritto a Roma un rapporto coi fiocchi: «Basta con le umiliazioni. Andiamocene».

La Farnesina li fa rientrare senza fanfare e medaglie. È la prima missione Onu che l' Italia abbandona. Intanto il persecutore va in vacanza dal capo del governo mentre l'altro Berlusconi si prepara a costruirgli le villette e Urso ha appena organizzato il suo «Progetto Africa»: sarebbe imbarazzante aprire polemiche, preferibile il silenzio tombale. Usi obbedir tacendo, e tacendo morir. In fondo sono solo carabinieri. Venti giorni dopo il rientro, altro paradosso. Il Parlamento è chiamato a rifinanziare l'impegno eritreo dei carabinieri, decidendo quanti soldi assegnare ad una missione che non c'è più. Dovrebbero partire, ma restano in caserma. E i soldi dove sono stati dirottati? Quali le colpe dell'Arma? Manteneva l'ordine, facevano domande sulle denunce presentate dai familiari degli scomparsi: tanti eritrei parlano italiano e dribblavano la polizia di Issayas sperando nel miracolo.

Nessuno sa dove sono finiti i prigionieri politici. Intellettuali, studenti, ma anche sindacalisti o genitori di chi è scappato. Minacce di morte e ricatti che arrivano fino a Milano. «O paghi tanto, o tuo padre non torna più». «Provocatori e disertori», risponde l'assessore Prosperini. «Anche in Italia sarebbero arrestati».

Un milione di disperati sono scappati nelle altre afriche e in Europa. Qualsiasi precarietà sembra paradiso se paragonata al lager Eritrea. Come ogni dittatore che si rispetti, la paranoia di Isayas diffida di tutti: anche le Ong non sono gradite.

«Se vogliono lavorare in Eritrea devono dimostrare di disporre di un patrimonio di almeno due miliardi di dollari». L'obbligo arriva l'11 maggio 2005 subito dopo la conferenza organizzata da Urso all'Asmara. La Cooperazione italiana aveva inviato 380 camion Iveco da utilizzare per la ricostruzione, ma i camion vengono passati all'esercito incaricato di controllare ogni respiro. Gli impresari che vogliono ricostruire devono portare le loro macchine.

Chi paga i lavori? Aiuti internazionali contro fame e povertà stanno per diventare villaggi vacanze, armi e villette residenziali Ogni consolato eritreo pretende il 2 per cento dello stipendio di ogni immigrato che rinnova il passaporto. Immigrati in regola, già pagano le tasse in Italia: i consolati chiedono copia della dichiarazione italiana per calcolare al centesimo l'obolo obbligatorio. Altrimenti i genitori rimasti possono passare guai, e addio passaporto.

Ecco, il presidente Casini può informarsi sfogliando «Popoli», giornale del quale un cattolico si deve fidare. E poi decidere se esistono differenze morali o siamo tutti uguali.

da www.unita.it
preso da megachip.info

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