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nov 09 2008
I politici che sfilano nei Tg. Perchè? Stampa
Postato da Redazione   
lunedì 10 novembre 2008
di Nino Criscenti da Articolo21

A chi serve la sfilata di politici ogni giorno, nei telegiornali? A che cosa serve? Sicuramente alla propaganda, all'informazione non direi: in quelle dichiarazioni non c'è traccia di notizie, l'unica cosa che si viene a sapere è come la pensa la rispettiva parte politica. Ma raramente questa è una notizia, il più delle volte la posizione è scontata e arcinota. Naturalmente questo non preoccupa il dichiarante che ha un solo obiettivo: quello della visibilità sua e della parte che rappresenta. Ma il prezzo che si paga, alla sequela quotidiana delle dichiarazioni di politici nei TG, è piuttosto alto.
Intanto è spazio che viene sottratto all'informazione vera e propria, minuti preziosi se ne vanno in dichiarazioni dalle quali, come ha rilevato tempo fa Sergio Lepri proprio su Articolo 21, è assente il valore aggiunto della professione giornalistica. Quelle dichiarazioni sono come autogestite da chi le fa e anzi le sollecita. Se fossero ufficialmente autoprodotte e inviate ai tg in copia sarebbe più onesto. Non c'è neppure la prima domanda, figuriamoci la seconda. Quello che c'è, in video e audio, è un virgolettato che molto raramente si ritrova il giorno dopo sui quotidiani. Dichiarazioni senza storia e spesso senza cronaca. E non c'è argomento che sfugga, fosse anche il più tecnico. Ebbene, bisogna avere il coraggio di dire che non sempre è utile far parlare i politici. Ci sono temi su cui è fondamentale conoscere le diverse posizioni e ci sono fatti che vanno invece analizzati per quello che sono. L'Alitalia per esempio: fin dalla conferenza stampa del premier il 28 agosto scorso, abbiamo quasi esclusivamente assistito allo spettacolo delle dichiarazioni. Finché non è arrivato Report a fare informazione. Benissimo, ma è il telegiornale che deve fare informazione perché è il telegiornale che fa da fonte per la stragrande maggioranza degli italiani.

La questione Alitalia è stata l'ennesima occasione perduta. C'erano tante notizie importanti da offrire. Gli esuberi, per esempio: quanti con la CAI e quanti con l'Air France? La cessione all'Air France sarebbe costata di meno o di più ai lavoratori, agli azionisti, ai possessori di obbligazioni? E la dimensione della nuova compagnia? quante tratte, quanti voli, quanti scali? Che cosa ha firmato la CGIL? Lo stesso accordo già firmato dagli altri? Quanti spettatori dei telegiornali hanno saputo che la CGIL ha firmato dopo aver ottenuto modifiche sostanziali, al punto che le altre confederazioni sono tornate a firmare? A quanti è stato detto che tra quelle modifiche c'erano concessioni fondamentali come l'assunzione di mille precari oppure lo scatto dell'orario notturno alle 20 invece che alle 24? Non abbiamo avuto ricostruzioni di circostanze, esposizioni di dati, testimonianze di protagonisti, opinioni di specialisti, ma carrellate di dichiarazioni. Col risultato di ridurre la questione Alitalia a una bega politica.

Allo spettatore, privato dell'informazione e imbottito di dichiarazioni, non resta che schierarsi. Ognuno si ritrova nella dichiarazione del proprio politico di riferimento, e tutto finisce lì. Che altro si può fare se non si ricevono le coordinate per prendere una posizione sul fatto? In un quadro del genere potrà mai crescere un'opinione pubblica? quell'opinione pubblica di cui sentiamo tanto la debolezza, anzi la mancanza.

C'è stato un tempo in cui i politici non parlavano al telegiornale, si vedevano muovere la bocca ma non si sentivano, in redazione li chiamavamo "i pesci nell'acquario", era il giornalista, voce fuori campo, che riassumeva e parlava per loro. Nessuna nostalgia per quegli anni. Ma è ora di dare la voce ai politici quando serve e non al posto dell'informazione. Negli ultimi tempi è purtroppo passata l'idea che fare informazione sulle questioni non solo politiche ma anche economiche e sociali, sia dare la parola ai politici. E che l'onestà e la professionalità stia nel darla a tutti. Non è vero ed è ora di dirlo e di abbandonare questa sorta di giornalismo-sineddoche, in cui si prende una parte - la dichiarazione del politico - per il tutto. Ritornare al mestiere, assumendosi fino in fondo la propria responsabilità professionale. Ritornare all'analisi del fatto, all'indagine, all'illustrazione del caso, dando gli elementi per capire come stanno le cose. Forse così facendo ritroveremo il senso del nostro lavoro e chissà che non diamo una mano a recuperare lo spirito pubblico del Paese.

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