La popolazione cresce inesorabilmente ma la terra coltivabile no. Per sfamarci dovremo cambiare dieta. E agricoltura. Biocibo e tecnocibo. Sulla tavola del 2050, quando i demografi prevedono che saremo 9 miliardi, ci saranno due menù diversi. Uno
è naturale, genuino e molto costoso, fatto di prodotti tipici o
biologici e riservato ai pochi che se lo potranno permettere. L'altro
è alla portata di tutti, comprende una varietà enorme di gusti, ma è
fatto di pochi ingredienti, trasformati e mescolati con l'aiuto della
tecnologia.
Il biocibo e il tecnocibo sono due modi
diametralmente opposti di interpretare l'alimentazione umana degli anni
a venire, da cui dipenderanno il nostro aspetto, la nostra salute, la
durata della nostra vita.
Oggi, sul pianeta Terra siamo 6,5 miliardi.
Una persona su sette - ovvero 850 milioni di essere umani - non mangia a sufficienza.
«Se
il cibo disponibile fosse meglio distribuito - commenta Jacques Diouf,
direttore della Fao- ognuno di noi avrebbe a disposizione ben 2.760
calorie al giorno, che sarebbero sufficienti per vivere più che
dignitosamente» .
Il guaio però, è che secondo le ultime proiezioni demografiche, fra cinquant'anni avremo nove miliardi di commensali a tavola.
Il che, manco a dirlo, impone la ricerca di nuove soluzioni.
La fantascienza degli anni Settanta aveva preconizzato un futuro alimentare a base di pillole.
Invece i nostri sforzi si sono concentrati soprattutto sugli alimenti che già conosciamo.
Piuttosto che sostituirli, ci sforziamo di cambiarli.
E sarà così anche domani.
La tecnologia alimentare lavora su tre livelli distinti.
Il
primo è genetico. I genetisti modificano il Dna di alcune varietà
vegetali (principalmente soia, riso e mais) per migliorarle.
Le rendono più facili da coltivare, più resistenti e in certi casi più ricche di sostanze nutritive.
La
certezza assoluta che gli Ogm non facciano male ancora non c'è e
attualmente molti Paesi (fra cui l'Italia) ne frenano lo sviluppo, ma
tutto lascia supporre che a medio termine avranno comunque un ruolo
importante.
Il secondo livello riguarda la coltivazione e l'allevamento.
Le stalle, come anche i campi coltivati moderni, sono un concentrato di tecnologia.
Gli
antibiotici e gli ormoni della crescita negli allevamenti (questi
ultimi ufficialmente banditi in Europa dal 1988, ma usati comunemente
in altri Paesi), i pesticidi e gli erbicidi nei campi, sono strumenti
tecnologici che hanno permesso di incrementare moltissimo la
produttività di contadini e allevatori.
«Quando la mucca
autoctona italiana, la bruna alpina, vive in libertà, produce circa 20
litri di latte al giorno» dice Sergio Traverso, il direttore di una
cooperativa agricola del Varese Ligure, che produce solo alimenti
biologici. «Ma le frisone, le mucche che vengono impiegate negli
allevamenti moderni, possono arrivare a produrne più di 70 litri».
Un
risultato impossibile senza l'impiego delle tecnologie di cui sopra,
che spesso vengono impiegate anche al di là dei limiti imposti dalla
legge.
Ma è al terzo livello, quello della trasformazione, che il tecnocibo mostra il suo volto più innovativo.
Per l'industria alimentare èmolto importante aumentare la shelf life, ovvero la durata dei prodotti sugli scaffali dei supermercati.
«L'obiettivo
è riuscire a conservare i cibi freschi sugli scaffali per almeno una
settimana: non ci siamo ancora, ma ci arriveremo presto» , racconta
Gianni Di Falco, un tecnologo alimentare che sta progettando i pasti
per gli atleti di Torino 2006.
Ecco perché fra pochi anni
prenderanno piede anche in Italia (in Giappone e negli Stati Uniti ci
sono già) le cosiddette confezioni attive.
«Questa tecnologia
permette già di realizzare pellicole speciali che rilasciano
progressivamente additivi alimentari» , spiega il direttore del Distam
di Milano, Saverio Mannino. «Se usate per confezionare cibi freschi
permettono di evitare che deperiscano, diminuendo la quantità di
sostanze chimiche ingerite dall'uomo» .
Un'evoluzione auspicabile,
visto che oggi assumiamo in media - ogni anno - da sei a sette chili di
additivi alimentari di cui non sempre conosciamo con precisione gli
effetti sull'organismo.
Per di più, solo una piccola percentuale di queste sostanze serve effettivamente per la conservazione.
Le altre vengono impiegate solo per migliorare il gusto, l'odore e l'aspetto estetico del cibo.
«Gran
parte delle uova che comprate al supermercato hanno il tuorlo giallo
perché aggiungiamo un colorante naturale al mangime delle galline.
Se non lo facessimo sarebbe quasi bianco» , ammette Angelo Pellizzoni, un biologo che lavora per la Ovopel di Casalmaggiore.
Sulla
tavola futura del tecnocibo, gli additivi saranno uno dei piatti forti.
Insieme agli aromi, che le aziende alimentari impiegano in misura
crescente per ricreare in laboratorio sapori tradizionali che il cibo
contemporaneo ha smarrito.
Quasi la metà dei prodotti
alimentari affumicati, per esempio, non è stata affatto affumicata, ma
modificata con una sostanza chiamata «aroma fumo» , che riproduce lo
stesso gusto a costi molto inferiori.
Nel mondo, fra aromi e additivi, l'industria alimentare spende 23 miliardi di dollari l'anno.
Le aziende si trovano nelle condizioni di produrre una maggior quantità di cibo a prezzi inferiori.
Per
far questo tendono a scomporre mais, riso e soia, tre alimenti
economici e molto nutrienti, nelle loro componenti fondamentali,
addizionando poi queste ultime ai cibi più diversi, dai gelati alle
merendine.
La lectina di soia e l'amido di mais, due composti
sempre più comuni in moltissimi alimenti in commercio, sono esempi di
questo fenomeno.
Sulla tavola del nostro futuro, ci saranno sia
il tecnocibo che il biocibo. Insieme, permetteranno di sostenere la
crescita demografica ancora per lungo tempo.
Ma perché ciò accada
è importante che al biocibo - oggi frenato dai grandi interessi
dell'industria alimentare - sia concesso di sviluppare tutto il suo
potenziale.
L'Europa potrebbe trasformarlo in un'arma
competitiva da usare su vasta scala, per misurarsi in un mercato
globale sempre più agguerrito.
Se questo avvenisse, il prezzo del biocibo europeo scenderebbe, il che ne favorirebbe la diffusione.
L'Italia ci crede, almeno sulla carta.
Ma
come racconta Roberto Pinton, uno dei massimi esperti italiani di
agricoltura biologica, «sebbene il Governo disponga da anni di un fondo
per promuovere il bio, l'ha usato per tutto tranne che il suo scopo
originario. In Italia non èancora mai stata fatta una singola campagna
per la promozione del cibo biologico verso i consumatori» .
Paolo Conti
fonte:
Il sole 24 ore, 5 gennaio 2006 preso da: http://www.greenplanet.net
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