|
di Agostino Laudani fonte: Quotidiano di Sicilia Trovato su: cbgnetwork.org
Le strategie di marketing dei produttori per incrementare le vendite
dei medicinali - Un lieve problema di salute diventa una patologia grave, e la
spesa sanitaria cresce
Sei timido? Non dormirci troppo: potrebbe essere, infatti, un chiaro sintomo
di "fobia sociale". Incontri delle difficoltà sessuali? Potrebbe trattarsi di
vere e proprie disfunzioni. Sei distratto sul lavoro? Pensaci bene: e se fossi
affetto da "disturbo da deficit di attenzione"?
Sono bastate, forse, queste poche frasi per alimentare qualche dubbio? Bene.
È proprio quello che accade ogni giorno a milioni di persone nel mondo: lievi
problemi di salute vengono dipinti come patologie gravi, con la complicità di
gigantesche campagne pubblicitarie frutto di attente operazioni di marketing
elaborate dalle grosse industrie farmaceutiche, prime tra tutte quelle
americane, che vantano un fatturato annuo di oltre 500 miliardi di dollari. Se
da un lato, infatti, i giganti mondiali della farmaceutica salvano vite e
riducono le sofferenze, dall'altro non si accontentano più di vendere medicine
solo ai malati. Si possono fare montagne di soldi, infatti, convincendo la gente
sana che è malata.
Così, il semplice rischio di una malattia diventa la vera e propria malattia.
E, di conseguenza, donne sane di mezza età soffrono di un male latente alle
ossa, chiamato osteoporosi, e uomini di mezza età in piena forma hanno un
disturbo cronico che si chiama colesterolo alto. E il gioco funziona. Perché, in
fondo, stiamo parlando di salute.
Un sogno alla Merck
Henry Gadsen, direttore generale
della casa farmaceutica Merck, trent'anni fa confessò in un'intervista a Fortune
il suo più grande cruccio, e cioè che il potenziale mercato della sua società
fosse limitato alla gente malata. Avrebbe voluto infatti vendere medicinali come
gomme da masticare. Produrre farmaci, cioè, per la gente sana, vendendo così a
tutti. Sono bastati tre decenni perché il sogno si avverasse.
Le strategie di marketing delle case farmaceutiche mondiali, oggi, prendono
infatti di mira, in maniera massiccia, le persone in perfetta salute. Non c'è
persona normale che non possa figurare come paziente. E le vendite
aumentano.
A sostenere questa tesi, tra gli altri, sono due giornalisti scientifici, Ray
Moynihan e Alan Cassels, che hanno scritto il libro Farmaci che ammalano, e case
farmaceutiche che ci trasformano in pazienti (Nuovi Mondi Media editore),
tradotto in Italia da Simona Minnicucci, da cui derivano gran parte delle
informazioni che vi stiamo presentando.
Negli Stati Uniti, spiegano i due autori, la spesa farmaceutica è salita del
100 per cento, e continua a crescere. Il prezzo dei farmaci aumenta sempre più.
Ma soprattutto aumentano le prescrizioni dei medici. Specialmente quelle di
medicinali per il cuore e antidepressivi: guarda caso, le categorie maggiormente
pubblicizzate.
Un esperto newyorkese di pubblicità, Vince Parry, in un articolo dal titolo
"L'arte di fabbricare una malattia" ha rivelato che le società farmaceutiche
stimolano la creazione delle patologie mediche. A volte accendendo i riflettori
su malattie poco note, o anche inventando un nuovo nome e una nuova definizione
per vecchi disturbi.
Promuovere esclusivamente le pillole sarebbe riduttivo. La vera propaganda,
quindi, la si fa direttamente "sponsorizzando" disturbi e malattie. Come?
Mettendo in campo eserciti di informatori, influenzando la ricerca scientifica,
sponsorizzando importanti convegni medici, persino "pilotando" le commissioni
statali che aggiornano le definizioni delle malattie. Sono sempre più numerosi i
casi di medici che redigono le direttive il cui nome compare sui libri paga dei
produttori di farmaci.
Colesterolo, che fortuna
Il primo dei timori? Il
colesterolo alto. Una paura diffusa, che ha fruttato guadagni per 25 miliardi di
dollari all'anno ad industrie come la Bayer, l'AstraZeneca, e la Pfizer. Con una
spesa pubblica che è cresciuta al punto da diventare una seria minaccia, in
taluni stati dell'Est europeo, per il sistema sanitario nazionale.
Eppure, il colesterolo in sé non è un nemico mortale. Piuttosto è
indispensabile per vivere! Nel caso di persone sane, l'unica cosa
scientificamente accertata è che l'elevato livello di colesterolo nel sangue è
solo uno dei tanti fattori che possono incidere sul rischio di disturbi
cardiaci. Tra i pochi fattori, però, su cui si possa agire direttamente
attraverso dei farmaci: le statine. Per le quali esistono investimenti
promozionali colossali, paragonabili a quelli di certe marche di birra. Le
statine sono un rimedio valido per chi ha già avuto problemi cardiaci. Per tutti
gli altri, ovvero la maggioranza delle persone sane, le strategie per mantenersi
in salute sono molto più semplici: una buona dieta, più movimento, niente
fumo.
Questione di definizioni
Nell'ultimo decennio le vendite
di statine sono salite alle stelle. Negli anni '90, secondo i National
institutes of Healts (Istituti nazionali per la salute), sono 13 milioni gli
americani che hanno bisogno di cure a base di statine. Persone classificate come
"affette da colesterolo alto". Una classificazione che viene periodicamente
rivista. Nel 2001, infatti, il numero sale a 36 milioni, secondo il parere di
una commissione di esperti che riformula le direttive. Nel 2004 un altro
aggiornamento: si arriva a 40 milioni. Quadruplicato il numero di pazienti
oggetto di una possibile terapia farmacologica.
Otto dei nove esperti che hanno redatto le direttive nell'interesse pubblico
della nazione lavorano anche come relatori, consulenti o ricercatori per le
maggiori case farmaceutiche al mondo: Pfizer, Merck, Bristol-Myers Squibb,
Novartis, Bayer, Abbott, AstraZeneca e GlaxoSmithKline. Una maglia di legami
finanziari per un conflitto di interessi sconcertante. Ma lo scopo è raggiunto:
il colesterolo preoccupa "un sacco" di pazienti.
Un potere sotterraneo
L'intreccio tra redattori di
direttive e l'industria - spiegano Moynihan e Cassels - sono solo un aspetto
della vasta rete di interrelazioni tra medici e case farmaceutiche. Si
"gonfiano" le direttive sulle malattie per ampliare il bacino dei
pazienti-clienti, e si condiziona anche la ricerca scientifica.
Sempre negli
Stati Uniti, si stima che un buon 60 per cento della ricerca e dello sviluppo
biomedico riceva finanziamenti da fonti private. In prevalenza, si tratta di
case farmaceutiche. La percentuale sfiora il cento per cento nel settore degli
antidepressivi: quasi tutti i test clinici di questi farmaci vengono finanziati
dagli stessi produttori.
E anche la Bibbia degli psichiatri, il Manuale diagnostico e statistico dei
disturbi mentali, un librone di mille pagine che classifica i disturbi della
mente, è risultato essere un testo poco trasparente: più della metà dei membri
del gruppo di esperti che ha redatto le definizioni, infatti, ha legami
finanziari con aziende del settore farmaceutico.
Non vi basta? C'è una notizia ancora più sconvolgente: persino le attività di
diverse associazioni per la difesa dei pazienti e dei malati vengono "sostenute"
dall'industria farmaceutica. Uno scenario inquietante.
Depresso? Va' dal medico
La depressione è una diffusa
patologia psichiatrica dovuta con ogni probabilità ad uno squilibrio chimico nel
cervello. Si può curare al meglio con una moderna categoria di farmaci chiamati
Selective serotonin reuptake inhibitors, o Ssri (inibitori selettivi della
ricaptazione della serotonina). Vi sembrerà più semplice chiamarli Prozac, Paxil
o Zoloft. E se a consigliarvi questi farmaci è il vostro medico, perché non
fidarsi?
Dietro ai consigli dei medici, è noto, c'è un esercito di
professionisti: gli informatori medico-scientifici. Le industrie infatti
intervengono anche sul modo in cui i medici prescrivono i farmaci.
Rappresentanti (28 mila in Italia) e rivenditori sono sempre pronti al sorriso e
ad elargire preziosi ed amichevoli consigli sui farmaci più recenti, oltre che i
migliori aggiornamenti sulle malattie. Chiunque metta piede in uno studio medico
ne sa qualcosa. Un lavoro dagli abbondanti frutti: è grazie a questi
professionisti, infatti, che in alcuni Paesi le prescrizioni di antidepressivi
si sono triplicate nel corso degli anni '90. Con un fatturato complessivo, per i
produttori, di oltre 20 miliardi di dollari.
E la depressione? Gli specialisti di malattie mentali dicono che la teoria
della mancanza di serotonina è solo una delle tante teorie scientifiche, per di
più semplicistica e anche sorpassata. Ma tenuta viva dall'apparato promozionale
fatto di tante strette di mano e campioncini gratuiti negli ambulatori
medici.
Una salutare informazione
Le industrie fanno solo il loro
mestiere: vendere il più possibile al prezzo più alto possibile. E lo fanno
investendo il 30 per cento del loro fatturato in un'aggressiva politica di
marketing. Soltanto in Italia, fatturano 20 miliardi di euro.
E il Servizio
sanitario nazionale? Ha l'obiettivo opposto: comperare medicine al prezzo più
basso possibile, e soltanto per pazienti che ne hanno veramente bisogno.
Compreso il danno? Non è solo per il paziente reso indebitamente "malato", ma
per l'intero sistema gestito dallo Stato, costretto a reggere una spesa pubblica
superiore a quella effettivamente necessaria.
Non è facile stabilire dove
stiano i confini tra salute e malattia, specie quando enormi forze promozionali
sono all'opera per cercare di confonderli. A volte le malattie sono reali,
dolorose e mortali, e la cura è auspicabile. In molti altri casi, i problemi
sono talmente lievi e passeggeri che non fare niente potrebbe rilevarsi la
migliore scelta.
La soluzione? Ci vorrebbe più informazione indipendente. I
medici accolgono a braccia aperte gli informatori, le riviste mediche dipendono
troppo dalla pubblicità delle industrie farmaceutiche. Trovare materiale di
qualità non è facile. Ma perlomeno, uno sforzo merita di essere fatto. Prima di
correre in farmacia.
di Agostino Laudani fonte: Quotidiano di Sicilia trovato su: cbgnetwork.org
Articoli Correlati:
» Nessun commento
» Commenta la notizia
|