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Il profeta maggiore ha proclamato che
l'idrogeno ci salverà e tutti sono in attesa del suo avvento.
Arriva.
Sta arrivando. È già arrivato.
Il suo regno aprirà una fase
nuova nella storia dell'umanità: l'era dell'energia pulita e della sua
disponibilità illimitata. "Riuscire a sfruttarlo efficacemente come fonte
d'energia potrebbe significare per l'umanità una sorgente energetica
virtualmente illimitata, quella sorta di elisir che per secoli alchimisti e
chimici hanno cercato inutilmente." (J. Rifkin, Economia all'idrogeno, pag.
214). Tutta una serie di profeti minori già dipinge nei dettagli i nuovi
connotati di un sogno radicato in quella patologia dello spirito umano che i
greci chiamavano hybris.
Non ci saranno più black out. Le
automobili alimentate a idrogeno non inquineranno, per cui se ne potranno
produrre senza limitazioni e aprire nuovi mercati in tutto il mondo. Le case
diventeranno veramente quelle macchine per abitare preconizzate da Le Corbusier,
robotizzate e dotate di una gamma oggi inimmaginabile di elettrodomestici
programmabili a distanza. Basterà pigiare qualche tasto e non si dovrà più fare
nulla manualmente.
Nemmeno grattarsi la
schiena. L'industrializzazione potrà estendersi ai paesi sottosviluppati
e finalmente si riuscirà a cancellare l'insopportabile vergogna costituita da 2
miliardi di esseri umani che all'inizio del terzo millennio sono ancora privi
dei vantaggi dell'elettricità. Guerre per il controllo delle fonti energetiche
non se ne faranno più e le odiose forme di ricatto esercitate dai paesi arabi
nei confronti dei paesi industrializzati svaniranno come nebbia al sole. Tiè.
Destre e sinistre politiche, industriali e sindacalisti, docenti
universitari e semi-analfabeti di ritorno, libri, giornali e televisioni: non
c'è più nessuno che non aspetti con ansia l'alba della nuova era. Ragione più
che sufficiente per rimanere scettici a priori e andare a verificare se questa
aspettativa messianica abbia o non abbia fondamento.
L'idrogeno, dicono
i suoi profeti, è il più abbondante degli elementi chimici dell'universo, è un
ottimo combustibile e la sua ossidazione, sia mediante combustione, sia mediante
ricombinazione con l'ossigeno nelle celle a combustibile, genera soltanto vapore
acqueo, H2O, dove si ritrova intatto, bello e nuovo, come se non fosse successo
niente.
Cosa si può volere di più dalla vita? Peccato che non si
trovi mai da solo, ma sia sempre avvinghiato con altri elementi: con l'ossigeno
nelle molecole dell'acqua (H2O), con il carbonio nelle molecole del metano e
degli idrocarburi. Per poterlo utilizzare occorre prima scindere questi legami.
E per scinderli occorre utilizzare energia.
Insomma l'idrogeno non è,
come spesso si lasciano scappare i suoi ammiratori travolti dall'entusiasmo, una
fonte energetica, ma un vettore energetico.
Come fonte di energia per
ricavare l'idrogeno si può utilizzare il carbone, bruciandolo in presenza di
vapor acqueo. In queste condizioni la combustione va a cercarsi l'ossigeno che
le è necessario nelle molecole di H2O. L'ossigeno si unisce col carbonio
generando monossido di carbonio, CO, e l'idrogeno resta libero.
Questo
processo tecnologico si chiama reforming ed è stato utilizzato sin dall'inizio
del secolo scorso per ottenere il gas di città, che si produceva nei gasometri e
alimentava le cucine dei nostri nonni. Un suo effetto collaterale indesiderato
era di ucciderne di tanto in tanto qualcuno, per cui si è ritenuto più prudente
sostituirlo con il metano, che, tra l'altro, è meno costoso.
Il CO
prodotto dal reforming può però essere però bruciato a sua volta, sempre in
presenza di vapor acqueo, per ricavare altro idrogeno. In questo caso l'ossigeno
della molecola d'acqua si unisce al monossido di carbonio trasformandolo
nell'innocua ma climalterante CO2: l'anidride carbonica.
Con la stessa
tecnologia si possono usare come fonte energetica gli idrocarburi o gli alcoli.
Pur avendo un rendimento energetico piuttosto alto, circa il 75 per cento, la
produzione dell'idrogeno in questo modo non darebbe nessun contributo alla
riduzione dell'effetto serra, né risolverebbe la dipendenza energetica dei paesi
occidentali dalle fonti fossili. Le aspettative messianiche si sono pertanto
appuntate sulla scissione dell'idrogeno dalle molecole dell'acqua mediante
l'elettrolisi. La filiera dell'idrogeno, di cui tanto si parla, richiede dunque
un consumo di energia elettrica per fare l'elettrolisi per ricavare l'idrogeno
con cui fare energia elettrica nelle celle a combustibile.
Gasp! Più
dell'elisir degli alchimisti sembra la riproposizione in termini tecnologici
dell'uroburo, il mitico serpente che si morde la coda. E meno male che la
filiera si ferma lì, perché se dovesse proseguire si avviterebbe in una
spiralina che finirebbe ben presto per esaurimento dell'energia. Infatti ogni
trasformazione energetica, come sanno anche gli studenti liceali, comporta una
perdita.
La prima domanda da porsi è pertanto la seguente: l'energia
elettrica che si ottiene al termine della filiera dell'idrogeno che percentuale
è dell'energia alla fonte con cui la filiera viene avviata? Quanta se ne spreca
per strada?
Il rendimento dell'elettrolisi, da cui si ricava l'idrogeno,
non supera il 70 per cento. In altri termini da 100 unità di energia
sotto forma di elettricità si ricavano 70 unità di energia sotto forma di
idrogeno e se ne perdono 30 sotto forma di calore a bassa temperatura
difficilmente utilizzabile. Il rendimento delle fuel cell, da cui si ricava
energia elettrica con l'idrogeno, si attesta intorno al 50 - 60 per cento, per
cui l'efficienza complessiva di queste due fasi della filiera va dal 35 (70 x
50) al 42 (70 x 60) per cento. L'energia che si perde (65 - 58 per cento) è più
di quella che si ottiene. A queste perdite occorre aggiungere quelle della prima
fase, in cui si produce l'energia elettrica necessaria a effettuare
l'elettrolisi.
Se con l'idrogeno si vuol sostituire il carbonio per
eliminare le emissioni di CO2, occorre scartare la produzione termoelettrica,
perché altrimenti si otterrebbe l'effetto contrario di farle aumentare. Il
rendimento medio attuale della trasformazione termoelettrica nelle centrali
italiane è del 38 per cento. Moltiplicato per il rendimento delle due fasi
successive, l'efficienza totale della filiera si ridurrebbe al 10 - 16 per
cento.
Un disastro sia in termini ecologici sia in termini economici.
Ipotizzare nel breve periodo un processo di questo genere pur di
favorire lo sviluppo della tecnologia dell'idrogeno equivarrebbe ad accendere i
fuochi d'artificio la sera prima della festa del patrono per verificare se
funzionano. Eppure autorevoli ambientalisti scientifici, che hanno e hanno avuto
ruoli di grande responsabilità nella politica energetica nazionale, hanno
scritto sul manifesto che un elemento strategico di "una rivoluzione energetica
da concertare" è la "ricerca sviluppo e diffusione delle tecnologie
dell'idrogeno inizialmente prodotto da fonti fossili, ma anche da rinnovabili".
In realtà, oltre alle fonti rinnovabili, non bisogna omettere qualche
riflessione sul nucleare. Il contributo delle rinnovabili alla
produzione elettrica, a eccezione dei grandi impianti idroelettrici, è talmente
modesto che soltanto confondendo i propri nobili desideri con la realtà si
potrebbe immaginare che in tempi storicamente prevedibili ne possano produrre
una quantità superiore alla domanda in modo da poter utilizzare il surplus per
effettuare l'elettrolisi dell'idrogeno.
Tuttavia, ammettiamo per assurdo
che si riesca a soddisfare la domanda di energia elettrica (in forte espansione,
non dimentichiamolo) con le fonti rinnovabili. Come è noto, i consumi
raggiungono i massimi livelli di giorno, mentre di notte calano
bruscamente.
Se le fonti rinnovabili fossero in grado di rispondere alla
domanda di picco, di notte si avrebbe un eccesso di offerta che potrebbe essere
utilizzata per effettuare l'elettrolisi. Anche in questa ipotesi assurda,
nonostante il parere degli ambientalisti scientifici, l'unica fonte rinnovabile
con cui non sarebbe possibile avviare la filiera dell'idrogeno è il
fotovoltaico, come si deduce dalla semplice constatazione che di notte il sole
non c'è.
Rimanendo nell'ambito del ragionamento per assurdo, il compito
di avviare la filiera dell'idrogeno toccherebbe allora alle altre fonti
rinnovabili.
Con un rendimento successivo di elettrolisi e celle a
combustibile che non supera il 35 - 42 per cento, ma per semplificare i conti
facciamo ottimisticamente salire al 50 per cento, per fare l'elettrolisi
dell'acqua occorrerebbe installarne una potenza doppia di quella che
occorrerebbe se si utilizzasse direttamente l'energia elettrica che producono.
Con quello che costano e col poco che rendono in relazione all'investimento, a
parità di costi si darebbe un contributo molto maggiore alla riduzione
dell'effetto serra utilizzando il carbone nelle centrali termoelettriche e
confinando la CO2 negli abissi marini.
Si compirebbe il miracolo di far
uscire il carbone pulito dalla categoria degli ossimori e di farlo entrare a
vele spiegate nella categoria delle opzioni tecnologiche ecologicamente
compatibili.
Non resterebbe che il nucleare. Per il nucleare l'idrogeno
sarebbe come il bacio del principe azzurro alla bella addormentata nel bosco. Lo
risveglierebbe dal letargo rendendolo vantaggioso e interessante come non è mai
stato. Nelle centrali atomiche il costo del combustibile è relativamente modesto
rispetto ai costi di investimento, per cui il problema non è massimizzare i
rendimenti, ma far lavorare gli impianti 24 ore su 24 per accelerarne
l'ammortamento.
Con la produzione dell'idrogeno le loro potenzialità
possono essere sfruttate a pieno: di giorno per rispondere ai picchi dei consumi
e di notte, quando la domanda scende al minimo, per produrre l'elettricità
necessaria a effettuare l'elettrolisi dell'acqua, praticamente senza spese
aggiuntive. Risultato: i loro tempi di ammortamento si dimezzerebbero e si
avrebbe una produzione di idrogeno in quantità veramente significative ai costi
più bassi.
In questo modo il nucleare non si limiterebbe più alla
generazione di energia elettrica, che rappresenta soltanto poco più di un terzo
dei consumi energetici delle società industriali, ma producendo anche un
combustibile come l'idrogeno, potrebbe diventare una fonte energetica globale,
che abbatte le emissioni di CO2 e i costi delle bollette riducendo al contempo
la dipendenza strategica dei paesi industrializzati dai paesi produttori di
fonti fossili.
Il sospetto che, sostenendo l'idrogeno alcuni
ambientalisti stiano inconsapevolmente facendo i cavalli di Troia del nucleare,
è forte. È più che un sospetto. A queste considerazioni
sull'inefficienza energetica insita nei processi di produzione dell'idrogeno e
sui problemi ambientali che pongono, ne vanno aggiunte altre sulla inefficienza
e sulla pericolosità di questo gas come vettore energetico. A parità di volume e
pressione, l'idrogeno contiene un quarto dell'energia contenuta nel metano.
Inoltre è molto più volatile.
Per avere un'idea dei problemi che ne
derivano, basta pensare che se nelle automobili alimentate a metano la bombola
occupa praticamente tutto lo spazio del bagagliaio, per avere la stessa energia
con l'idrogeno bisogna impegnare uno spazio grande il quadruplo. Un gasdotto
alimentato a idrogeno non solo trasporterebbe 4 volte meno energia di un
metanodotto, ma le fughe di gas in volume sarebbero 8 volte maggiori. La sua
portata effettiva sarebbe dunque ancora minore.
Non bisogna poi
dimenticare i pericoli di esplosioni, che si possono verificare sia nella fase
del trasporto, sia nella fase di utilizzazione. Basta l'1,5 per cento in peso di
idrogeno nell'aria per fare miscela tonante. Fonte illimitata.
Pulita.
Non sarebbe meglio evitare questi aggettivi, che attengono alle
divinità? E forniscono una foglia di fico ecologica alla convinzione che il
meccanismo della crescita economica possa essere perpetuato sostituendo le fonti
rinnovabili alle fonti fossili? Davvero si auspica che le loro caratteristiche
positive possano essere utilizzate per ottenere quegli scopi negativi che alle
caratteristiche negative delle fonti fossili non sarebbero più possibili?
Ma l'obbiezione di fondo decisiva l'ha formulata la mia vecchia zia
Maria, che ha ottant'anni, fa la casalinga ed è sempre vissuta a Voghera,
domandandomi: "Ma una volta che si sia prodotta l'elettricità, non conviene
usarla direttamente invece di impiegarla per ottenere l'idrogeno con cui rifare
l'elettricità nelle celle a combustibile?". Valle a dar torto.
Maurizio
Pallante fonte: www.carta.org preso da: ilPiccoloPopolo
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