di Dahr Jamail e Arkan Hamed
(Countercurrents.org)
Il recente provvedimento del governo iracheno è
stata fonte di indignazione e proteste in diverse province dell'Iraq. "Dobbiamo
essere noi a rifornire l'occupazione americana?", chiede Akram Mohamed, un
consumatore. "Riesci a credere che ricevono il nostro petrolio e poi lo usino
per uccidere la nostra gente?"
In
tutto l'Iraq ci sono appena stati due giorni di ininterrotte manifestazioni
contro la decisione del governo di alzare il prezzo dei carburanti e delle
tariffe di riscaldamenti domestici e di rifornimenti per le cucine a gas.
Con i costi incrementati di nove volte, il ministro del petrolio iracheno,
Ibrahim Bahr al-Uloum, ha minacciato le proprie dimissioni. Un particolare che
però a nulla è servito per domare l'esplosione di rabbia scatenatasi a causa
dell'improvvisa e drastica impennata dei prezzi.
Il portavoce del ministero del petrolio iracheno, Assem Jihad, ha riferito
alla stampa che il Consiglio di Gabinetto avrebbe optato per gli aumenti in modo
da estirpare il crescente mercato nero del settore. Jihad ha dichiarato che il
prezzo del cherosene era cresciuto di cinque volte, quello del gas da cucina di
tre volte, e quello del gasolio fino a nove volte.
L'annuncio istituzionale del recente rialzo dei costi energetici è stata
fonte di indignazione e protesta. "Dobbiamo essere noi a rifornire l'occupazione
americana con il petrolio delle nostre raffinerie?", chiede il cittadino
iracheno Akram Mohamed, un consumatore. "Riesci a credere che stanno ricevendo
il nostro carburante per uccidere la nostra gente? È decisamente inaccetabile
agli occhi di ogni cittadino iracheno che si rispetti".
"È un regalo del governo dopo le elezioni", commenta sarcasticamente Mohamed.
"Nessuno vuole assumersi la responsabilità di questo rialzo dei prezzi, nessuno
lo vuole annunciare. Per questo lo hanno messo in pratica proprio il giorno dopo
le elezioni".
Mohamed, che ha confessato a Inter Press Service di aver guidato per
decenni la propria auto come fosse un taxi, crede che il governo subentrante non
avrebbe voluto essere responsabile del fenomeno dei rialzi dei prezzi energetici
e crede che l'attuale esecutivo abbia così seguito anche in questo caso gli
ordini degli Stati Uniti".
"Questo è il carattere della sovranità di cui disponiamo noi iracheni",
aggiunge Mohammed mentre aspetta in fila per la benzina.
L'annuncio dei rincari del 19 dicembre ha causato duri scontri tra forze di
polizia e dimostranti nella città di Amarah, 290 chilometri a sud-est di
Baghdad. I tafferugli sono iniziati quando i manifestanti si sono rifiutati di
lasciare la sede del governo regionale. Nel frattempo a Tikrit si erano riunite
altre 500 persone, mentre ulteriori manifestazioni si sono tenute per le strade
di Najaf, Suleiminiyah, Kut, Kerbala, Baghdad, Samawa e di tante diverse città
minori. Nello stesso giorno le strade e le stazioni di rifornimento di Bassora
erano state bloccate da centinaia di dimostranti che hanno bruciato pneumatici e
hanno protestato di fronte alla sede del governatorato.
Il prezzo di un litro di benzina prodotta localmente è cresciuto di sette
volte: il prezzo ora è di 12 centesimi al litro. Mentre i prezzi del mercato
nero sono già otto volte quelli praticati alle stazioni di servizio, è da notare
come in alcune stazioni di Baghdad il prezzo fosse arrivato ad un ammontare pari
addirittura a undici volte il prezzo ordinario, un fenomeno che ha portato molti
iracheni a credere che si siano verificati casi di speculazione rispetto ai già
notevoli rincari.
Ahmed Chalabi – colui accusato di aver fornito all'amministrazione Bush le
false documentazioni che hanno portato alla guerra in Iraq e oggi vice primo
ministro del governo del paese – ha giustificato il provvedimento del governo
sostenendo che i 330 milioni di dollari che ne sarebbero derivati sarebbero
stati "redistribuiti alle famiglie più povere".
"Ho sentito Ahmed Chalabi dire che coloro di noi che non dispongono di auto
non stanno comprendendo come e quanto il governo iracheno stia aiutando la
propria gente", dice il trentaseienne Ismael Hamoudi. "All'inferno quel bastardo
e le sue menzogne. Proprio ora che così tanta gente sta soffrendo... Questa
decisione si ripercuoterà su tutto il mercato. Ora il nostro cibo sarà più caro,
dal momento che proviene da fuori città. Chi pagherà per l'aumento dei costi di
trasporto? Pagheremo noi. Ogni cosa è più cara adesso".
Il governo di Baghdad ha ribadito la sua difesa del provvedimento,
dichiarando che, grazie a 500 milioni di dollari di nuovi introiti, esso
contribuirà a far ripartire la stagnante economia del paese.
Poco dopo che i protestanti avevano temporaneamente bloccato la strada
principale tra Bassora, Amarah e Baghdad, lo stesso governatore di Bassora,
Mohammed al-Waeli, ha predisposto una riunione d'emergenza del consiglio
regionale. Durante l'incontro alcuni membri hanno deciso di non rispettare gli
incrementi tariffari, e le disposizioni sono state quindi imposte alle stazioni
di servizio.
Amjad Abdul Qadr, uno studente ventunenne dell'università Jadriya di Baghdad,
ha espresso il suo profondo disappunto per il rialzo dei prezzi. "Ora sono io
che rifornisco l'auto di mio padre, ma ormai non abbiamo più risorse extra da
impiegare", ha raccontato a Inter Press Service. "Come possiamo anche
solo continuare ad esistere con cifre del genere?"
Dai tempi del regime di Saddam Hussein, l'esecutivo iracheno ha sempre
sussidiato i prezzi dei carburanti. Tuttavia, oggi il governo sostenuto dagli
Usa si trova sotto pressione da parte della Banca Mondiale – presieduta dall'ex
sottosegretario alla Difesa Usa Paul Wolfowitz – per tagliare le agevolazioni
che avevano mantenuto basso il prezzo della benzina.
L'Iraq attualmente importa circa la metà di tutto il suo carburante. Il
governo spende circa sei miliardi di dollari ogni anno per il totale delle
importazioni di prodotti petroliferi da altri paesi.
Il padre di Amjad, l'insegnante di 55 anni Abdul Qadr, afferma: "Coloro che
attualmente dirigono l'Iraq sono dei veri animali. Devo trattenere mio figlio
dai suoi studi, in modo che possa lavorare con me. Ho altre sette figlie da
mantenere, al diavolo la scuola. Non abbiamo il pane da dar loro da
mangiare".
Qadr esprime preoccupazioni diventate comuni a tanti iracheni da quando il
governo ha annunciato il suo provvedimento. Egli dovrà vendere la sua auto,
cercare un ulteriore impiego, trovare un modo per far conciliare le cose. "Le
nostre auto ci servono per sopravvivere, non per divertirci", ha aggiunto.
"Quello che vorrei dire al nuovo governo è che con questo modo di fare ci
stanno scavando anzitempo le tombe. Ma dovrebbero sapere che verrà il giorno in
cui ognuno potrà portare a termine la propria vendetta".
A meno di tre giorni dall'annuncio di Baghdad, almeno altre due delle 18
province irachene hanno rifiutato l'aumento dei prezzi, come ha fatto Bassora.
Le province meridionali di Misan, Bassora, Dhi Qar hanno dunque rigettato la
decisione.
Il sentimento comune è quello della rabbia e della profonda delusione. A
questo punto sembra proprio che altre province possano aderire alle iniziative
di protesta.
Fonte:http://www.countercurrents.org/iraq-jamail221205.htm Tradotto da
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