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Hai scritto un libro sulla TAV in Val di Susa e
hai seguito la protesta degli abitanti della valle. Ora è in uscita il tuo nuovo
libro, interamente dedicato alle grandi opere. Qual è stata la molla che ti ha
spinto verso queste tematiche?
Quello delle grandi opere è un tema focale sul quale è necessario
concentrare la nostra attenzione: con il declino della produzione industriale,
iniziato nella seconda metà degli anni ’80, e l’avvento della delocalizzazione
all’estero delle attività produttive, è cresciuto in maniera esponenziale
l’interesse del sistema economico nei confronti di attività a basso contenuto
tecnologico, in grado di movimentare enormi capitali, come la costruzione delle
grandi opere. Questo pasaggio di risorse finanziarie da settori maggiormente
impegnativi - ad alta competizione e ad elevato rischio d’impresa, quali quello
industriale - in direzione di settori estremamente più remunerativi e
praticamente privi di competizione quali quello delle grandi costruzioni, ha
determinato il potenziamento degli strumenti necessari per portare avanti queste
attività. Le macchine movimento terra, le frese, le talpe, sono cresciute a
dismisura, nel costo e nella capacità di trasformare e cementificare porzioni
sempre maggiori di territorio. La crescita dimensionale degli investimenti e
degli strumenti ha determinato un sovradimensionamento dei progetti, ragione per
cui le opere sono diventate sempre più grandi e costose, fino a staccarsi
completamente dalle reali necessità delle comunità e dei territori, per
rispondere unicamente alle necessità dell’economia: necessità legate alla loro
costruzione e non al loro utilizzo.
Il settore del “cemento e del tondino”
connesso alle grandi opere è così diventato terra di conquista per i grandi
potentati economici e finanziari, in quanto fonte di facile arricchimento a
bassissimo rischio d’impresa. Nel bel mezzo di questo processo sono venuti a
trovarsi proprio i cittadini ed i territori nei quali essi vivono, con la
conseguenza che lo spazio vitale e la qualità della vita di ciascuno hanno
iniziato a ridursi drasticamente.
Tratto
da CONSAPEVOLE 12 di Marianna Gualazzi
Quale manipolazione nei confronti dei cittadini
si nasconde dietro il meccanismo delle grandi opere?
Negli ultimi cinquant’anni la nostra società ha subito un
mutamento radicale che ha conosciuto il proprio massimo nell’ultimo decennio.
Contesti ritenuti un tempo pilastri imprescindibili della società, quali la
famiglia, il lavoro, la comunità, sono diventati elementi sempre più incerti
dell’esistenza. I ritmi sono frenetici, il tempo libero sempre più compresso, le
occasioni di rapportarsi con il prossimo sempre più rare. Per la maggior parte
delle persone, rinchiuse nel proprio microcosmo, la televisione e la frettolosa
lettura di qualche quotidiano rappresentano la principale fonte di
un’informazione spesso superficiale e frammentaria.
In un contesto di questo
genere è stato semplice, per chi gestisce i grandi interessi economici ed ha il
monopolio dell’informazione, veicolare nell’immaginario collettivo un messaggio
fuorviante: la necessità di costruire opere sempre più grandi in grado di
aumentare la crescita economica, lo sviluppo, le opportunità di lavoro. Secondo
una pratica che si è consolidata nel tempo, i governi, fidando sull’aiuto di
esperti e giornalisti compiacenti, hanno sedotto il cittadino, come si farebbe
con un bambino. Costruiremo il TAV perché così potrai viaggiare più velocemente,
le merci arriveranno prima e ci saranno meno TIR ad inquinare sulle strade,
costruiremo il megainceneritore perché così si eviteranno le discariche,
costruiremo nuove gallerie per velocizzare il traffico, costruiremo immense
dighe perché l’energia idroelettrica è pulita, e così via: ogni opera è stata
giustificata attraverso il mito del progresso che crea benessere e
prosperità.
Spesso si parla del fatto che le grandi opere
sono antieconomiche. La legislazione che regolamenta questo tipo di progetti
permette, anzi favorisce uno, sperpero di denaro inaudito. La classe politica, a
livello trasversale senza escludere nessuno, è connivente con la classe
imprenditoriale?
In ambito di grandi opere la legislazione è stata costruita in
maniera da essere funzionale ai grandi potentati economici e finanziari. La
commistione fra pubblico e privato, la creazione dei general contractor,
l’assoluta mancanza di una norma che pretenda accurati studi sui costi/benefici
delle singole opere come prerogativa alla loro realizzazione, ne sono la
dimostrazione. Quasi sempre i costi ed i tempi di realizzazione di una grande
opera vengono pesantemente sottostimati, al fine di renderla “presentabile” e
magari vincere la gara di appalto al ribasso. Poi in corso di realizzazione i
tempi si allungano a dismisura ed i costi incrementano in maniera esponenziale
fino al 500%, come è accaduto in Italia per alcune tratte TAV. Al contrario i
benefici e il ritorno economico di una grande opera in fase di progetto sono
sovrastimati spesso in maniera addirittura ridicola al fine di accreditarla come
necessaria. Solamente quando l’opera è terminata ci si trova di fronte
all’evidenza che i flussi di traffico reali sono 1/6 rispetto a quelli previsti,
che il megainceneritore è una scelta fallimentare e può sopravvivere solo grazie
agli incentivi statali, che il costo dell’energia prodotta attraverso una
megadiga supera di 3 volte quello nazionale.
La classe politica, a livello trasversale senza
escludere nessuno, è connivente con la classe imprenditoriale? Entrambe si
favoriscono a vicenda? Attraverso quali meccanismi?
Nei gruppi imprenditoriali che gestiscono la costruzione delle
grandi opere sono presenti interessi di ogni genere: dai maggiori istituti
bancari ed assicurativi mondiali, alle industrie degli armamenti, ai colossi
metalmeccanici, petroliferi, alimentari, farmaceutici.
La politica svolge un
ruolo sussidiario, assecondando in maniera del tutto trasversale i grandi
interessi, favorendo di fatto il trasferimento del denaro pubblico che viene
direttamente dalle tasse dei cittadini nelle tasche dei grandi potentati e
ricevendo in cambio emolumenti e prebende.
La politica è il tramite
attraverso il quale il potere economico e finanziario si rapporta con il
cittadino. La sudditanza della politica rispetto ai grandi poteri è
assolutamente trasversale e va oltre le divisioni tra destra e sinistra,
funzionali solo alla conservazione del consenso: nella truffa del TAV 90
miliardi di euro del contribuente sono stati sprecati per la costruzione di
un’infrastruttura sostanzialmente inutile, con la condivisione di tutte le forze
politiche.
In una regione come l’Emilia Romagna i
cittadini si stanno mobilitando contro il diffuso raddoppio e la costruzione, ex
novo, di impianti di incenerimento dei rifiuti. In questa regione nel settore
opera la Holding Hera. Quali sono le relazioni tra Hera il governo della
regione?
Il Gruppo Hera è una multiutility a capitale misto
pubblico/privato nata nel 2002 e quotata in borsa dal 2003 che ha incorporato le
municipalizzate di Bologna, Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini, Cesenatico, Faenza,
Savignano, Imola, Lugo, Riccione, Ferrara e Modena. Si tratta di un colosso che
spazia dalla gestione delle acque alla distribuzione dell’energia, allo
smaltimento dei rifiuti, fino alla gestione dei servizi cittadini e dei servizi
cimiteriali e funerari. Si colloca oggi al primo posto in Italia fra le
multiutilities con un bacino di circa 2,5 milioni di abitanti e una copertura di
circa il 70% del territorio dell’Emilia Romagna. Hera rappresenta l’esempio più
evidente di come, attraverso la commistione fra pubblico e privato, vengano
create delle aziende dalle potenzialità economicamente spaventose che, godendo
dei favori della politica a tutti i livelli, accumulano enormi capitali e
divengono monopolisti nella gestione dei servizi. Molte municipalizzate,
soprattutto nel nord Italia, stanno seguendo questo esempio: è di qualche giorno
fa la notizia della fusione fra la municipalizzata di Milano AEM e quella di
Brescia ASM. La conseguenza di monopoli di questo genere, gestiti in maniera
spregiudicata al fine di sfruttare le posizioni di privilegio, si traduce, per i
cittadini, in un aumento dei costi, in una minore qualità dei servizi e
nell’assoluta mancanza di attenzione per l’ambiente e la salute: lo dimostra la
costruzione di nuovi inceneritori ed il raddoppio di quelli esistenti, messi in
cantiere da Hera in Emilia Romagna.
Sul territorio nascono associazioni di
protesta, comitati, si organizzano incontri, convegni e dibattiti. I cittadini
dicono spesso no alle grandi opere. Ma alla protesta spesso non si associa la
proposta o per lo meno viene taciuta dai media. Quali sono dunque le concrete
strade alternative, a basso costo e a basso impatto ambientale, praticabili con
successo? Potresti farci qualche esempio relativo alle grandi opere trattate nel
tuo prossimo libro?
I cittadini stanno iniziando ad opporsi alle grandi opere perché
si sentono stretti d’assedio dalla cementificazione indiscriminata,
dall’eccessivo aumento delle infrastrutture, dalla massa di veleni di cui sono
cosparsi i terreni ed è impregnata l’aria. Molto spesso prendono coscienza della
realtà quasi per caso, vedendo nascere l’ennesimo cantiere dietro casa loro,
apprendendo che dovranno vivere a 2 km da un inceneritore, trovando un qualche
mostro di cemento al posto del boschetto dove erano soliti andare a
passeggiare.
I cittadini contestano le grandi opere perché le ritengono
nocive e poco opportune e lo fanno sulla base di motivazioni di carattere
economico ed ambientale. Le alternative ci sono, ma non vengono mai prese in
considerazione: perché? Perché con le grandi opere non si vogliono risolvere
problemi, ma ingrassare le tasche dei grandi potentati finanziari, economici e
politici. Facciamo qualche esempio.
I megainceneritori non risolvono alcun tipo di problema poiché
trasformano semplicemente i rifiuti in un ammasso di particelle velenose fatto
di nanopolveri, metalli pesanti, diossina e furani, facendoli scomparire alla
nostra vista ma introducendoli dentro il nostro corpo attraverso l’inquinamento
atmosferico e la catena alimentare, con conseguenze devastanti per la salute di
noi tutti. I megainceneritori annientano la raccolta differenziata: per
mantenere le alte temperature di esercizio sono costretti a fagocitare enormi
quantitativi di materiali riciclabili quali plastica, carta e cartone. I
megainceneritori producono energia in maniera antieconomica, senza rispettare
l’ambiente, ed emettendo nell’atmosfera quantitativi di CO2 doppi rispetto ad
una centrale a gas naturale di eguale potenza. Le alternative all’incenerimento
esistono già e sono enormemente meno impattanti e costose. Basterebbe impegnarsi
per migliorare in quantità e qualità i volumi della raccolta differenziata e
sottoporre la parte rimanente dei rifiuti al Trattamento Meccanico Biologico,
per ritrovarsi con una massa di rifiuti dalle potenzialità scarsamente
inquinanti non superiore al 15% del totale, da conferire nelle discariche per
inerti che sono le meno costose e pericolose.
Ma la raccolta differenziata ed
il TMB non movimentano immensi capitali come invece fanno i costosissimi
megainceneritori, per cui si continuerà ad incenerire avvelenando l’aria ed il
suolo.
Il TAV non risolve alcun tipo di problema, poiché non risponde alle
esigenze della stragrande maggioranza dei viaggiatori e delle aziende che
intendano spedire le merci tramite ferrovia. L’alternativa al TAV consiste nel
potenziare il sistema ferroviario esistente, dotandolo dei sistemi di sicurezza
dei quali è in larga parte privo, raddoppiando i binari laddove si viaggia
ancora a binario unico, offrendo un servizio decente ai pendolari che
rappresentano l’80% dei viaggiatori, rinnovando il materiale rotabile che versa
in condizioni disastrose, investendo nel personale che è quantitativamente
insufficiente (in questo modo si creerebbe anche quell’occupazione che il TAV
non è in grado di offrire) riorganizzando gli scali merci al fine di rendere
efficiente e competitivo il trasporto delle merci su ferro. Tutte operazioni
concrete che determinerebbero uno scarso impatto ambientale ed investimenti
contenuti se raffrontati a quelli dispensati per la costruzione del TAV. Ma chi
gestisce il potere preferisce una grande opera che movimenti nelle proprie
tasche altrettanto grandi capitali, poco importa se l’ambiente ne uscirà
devastato, i pendolari continueranno a vivere la loro via crucis quotidiana, le
merci continueranno a transitare sui TIR e le ferrovie licenzieranno 10.000
lavoratori nei prossimi 3 anni.
Il MOSE si propone di risolvere il problema delle acque alte nella
laguna veneta, a fronte di un’opera del costo di 4 miliardi di euro che
deturperà in modo irreversibile l’intero ecosistema lagunare. Un gruppo di
esperti nominato dal Comune di Venezia ha presentato svariati progetti in grado
di ridurre il fenomeno delle alte maree attraverso operazioni reversibili e
scarsamente impattanti, a fronte d’investimenti economici molto più modesti. Ma
i potentati economici e finanziari non sono interessati agli investimenti
economicamente modesti. Ogni grande opera ha delle alternative infinitamente
meno costose, meno impattanti e praticabili con successo nell’immediato, ma il
vero problema è costituito dal fatto che chi gestisce le scelte politiche ed
economiche è interessato alle grandi opere unicamente in funzione del loro
enorme costo e non praticherebbe mai strade alternative che comportino inferiori
investimenti monetari.
Nel libro sostieni che il fascino delle grandi
opere è anche e soprattutto psicologico: una vera e propria fissazione della
nostra epoca. Come si può spiegare questo atteggiamento?
Viviamo in un’epoca in cui la grandezza è assurta a sinonimo di
bellezza, di modernità, di progresso. Così come la quantità ha sostituito la
qualità nel determinare la valenza di qualsiasi cosa. Gli ipermercati hanno
soppiantato i negozi, le multisala i cinema, i grattacieli gli eleganti palazzi
cittadini. Nell’industria, come nella finanza, si sono moltiplicate le fusioni e
le incorporazioni finalizzate a costruire gruppi industriali e finanziari sempre
più grandi e potenti. Tutto ciò che è piccolo ci viene presentato come brutto,
anacronistico, superato. Il culto del grande e della quantità è entrato a far
parte della nostra vita di tutti i giorni, quasi senza che ce ne rendessimo
conto, ed oggi condiziona gran parte delle nostre scelte. Compriamo televisori e
monitor per pc sempre più grandi, frigoriferi sempre più grandi, automobili
sempre più grandi, cucine e divani sempre più grandi, box doccia sempre più
spaziosi, armadi sempre più capienti per contenere maggiori quantità di vestiti
di bassa qualità, case e garage sempre più grandi che ci permettano di stipare
una quantità sempre maggiore di cose sempre più grandi.
Le grandi opere si
inseriscono in un contesto sociale che ama la grandezza: il cittadino è stato
manipolato psichicamente affinché consideri la crescita dimensionale e
quantitativa come il principale indicatore di benessere e sviluppo. Attraverso
questo meccanismo i manipolatori sono riusciti a renderci felici di essere
oggetto stesso della loro manipolazione, costringendoci a diventare complici
entusiasti di un “progresso” che si rivela funzionale solamente ai loro
interessi. In pratica ci ritroviamo ad ammirare plaudenti come bambini con lo
sguardo trasognato la costruzione di opere sempre più faraoniche e costose,
false dispensatrici di benessere e sviluppo, che vengono finanziate attraverso
il nostro denaro, mentre la qualità della nostra vita continua a peggiorare, le
opportunità di lavoro diminuiscono, i salari si assottigliano, la precarietà
dilaga sempre più.
In uscita a gennaio 2008 GRANDI OPERE - un
libro di Marco Cedolin (Arianna Editrice)
Per saperne di più.
Sotto la Manica: acqua da tutte le parti Spesso, quando si parla
di grandi opere, sentiamo nominare il project financing: ma che cos’è questo
sconosciuto? Il project financing è una grande chimera d’importazione
anglo-americana attraverso la quale uno Stato, in mancanza del capitale
necessario per la costruzione di un’opera pubblica, delega un privato a farlo in
sua vece, garantendogli il ritorno del capitale investito e l’accumulo di utili
attraverso la gestione in concessione dell’opera. L’unico caso in cui il sistema
del project financing è stato effettivamente applicato per la costruzione di una
grande infrastruttura in Europa, è stata la realizzazione dell’Eurotunnel sotto
la Manica: con effetti a dir poco disastrosi. una società privata, Eurotunnel,
ha provveduto a proprie spese alla progettazione e costruzione di un’opera
pubblica, confidando nel fatto di potere successivamente rientrare del capitale
investito ed accumulare utili attraverso la gestione della stessa. La gestione
dell’opera si è rivelata in realtà fallimentare a causa della mancanza dei
volumi di traffico previsti: la società Eurotunnel, che non ha mai chiuso un
bilancio in attivo in 12 anni di gestione, è fallita e gli azionisti hanno perso
oltre il 90% del proprio capitale.
Per saperne di più.
FIAT, ENI, IRI, Impresilo, CMC: tutti a caccia di grandi opere
Attualmente in Italia sono moltissime le opere pubbliche affidate ai general
contractor, fra i quali spiccano FIAT, ENI, IRI, Impregilo, e le “cooperative
rosse”, con in testa CMC, i Gruppi Gavio e Astaldi. Il general contractor è un
concessionario per la progettazione e costruzione di un’opera, cui non compete
la gestione della stessa. La figura del general contractor fu introdotta in
Italia dall’allora Ministro Signorile attraverso la legge n.80 del 1987 che
consentiva di derogare dalle norme europee e di affidare i lavori alle imprese,
attraverso lo strumento della concessione di progettazione e costruzione, e fu
poi perfezionata attraverso la legge Obiettivo del 2001. Questa formula
garantisce al concessionario tutti i poteri del committente pubblico: nella
gestione dei subappalti, nella direzione dei lavori, negli espropri; ma lo
esenta (caso unico in Europa) dal peso della gestione diretta dell’opera.
Naturalmente il general contractor, non essendo impegnato nella successiva
gestione, non avrà alcun interesse nel procedere speditamente nei lavori, ma al
contrario tenterà di protrarli il più a lungo possibile, al fine di fare
lievitare al massimo la spesa. Inoltre il general contractor, a differenza del
concessionario tradizionale di lavori o servizi pubblici, può affidare i lavori
a chi vuole, anche con trattativa privata. Inoltre, essendo esso stesso un
privato, non rischia di essere perseguito per corruzione, in quanto eventuali
tangenti possono essere giustificate sotto forma di provvigioni.
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