La condizione occupazionale dei laureati rivela l'immobilità sociale
dell'Italia. E nelle professioni liberali tutto questo diventa
"ereditarietà" del lavoro svolto. "Il 44% dei padri architetti ha un figlio
(maschio) laureato in architettura; il 42% dei padri laureati in giurisprudenza
ha un figlio con il medesimo titolo di studio; il 41% dei padri farmacisti ha un
figlio con lo stesso tipo di laurea; il 39% dei padri ingegneri ha un figlio
ingegnere; il 39% dei padri medici ha un figlio laureato in medicina". È quanto
rivela il "X Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati italiani"
realizzato dal Consorzio interuniversitario AlmaLaurea, che fotografa linee di
tendenza, occupazioni e retribuzioni dei laureati in Italia.
IL QUADRO GENERALE. Dal Rapporto AlmaLaurea emerge una
condizione occupazionale dei laureati stazionaria: rispetto al 2007, quando si
osservano lievi segnali di ripresa ma solo per il primo ingresso nel mercato del
lavoro. In particolare, a un anno dalla laurea lavora il 53% dei laureati.
Aumenta in modo lieve il tasso di occupazione (+0,6 punti percentuali),
diminuisce quello di disoccupazione (-0,5). Aumenta, anche se di poco, il lavoro
stabile (+0,6). Dopo cinque anni dalla laurea il tasso di occupazione è dell'85%
(- 0,3 punti) e il lavoro stabile coinvolge il 70% dei laureati. Resta però
consistente il lavoro precario sia a un anno (48%) che a cinque anni dalla
laurea (27%). Si riducono ma restano elevate le differenze di genere (con uno
stacco percentuale di 7 punti) mente resta preoccupante anche il divario fra
Nord e Sud. Le retribuzioni sono modeste e continuano a perdere potere di
acquisto: in media si tratta di 1.040 euro mensili netti per un neolaureato e
1.342 dopo cinque anni. Ma, rileva il rapporto, fatto 100 il guadagno del
laureato del 2001, il laureato intervistato nel 2007 guadagna 92,9, cioè meno
dell'anno precedente (94,7).
L'ITALIA SPENDE POCO. L'Italia spende per studente 1.500
euro in meno rispetto all'Europa e 12.000 euro in meno rispetto agli Stati
Uniti. Raddoppiano i laureati, ma calano le matricole. In particolare, la
crescita seguente alla riforma universitaria sembra esaurita e il numero dei
laureati è stimato in calo del 12% tra il 2005 e il 2006 ed è destinato a
ridursi ulteriormente per il calo del 9% degli immatricolati negli ultimi
quattro anni. All'anagrafe si è perso il 42% dei diciannovenni dal 1984 al 2007.
E, conseguenza della bassa scolarità della popolazione adulta, il 75% dei
laureati "porta a casa per la prima volta la laurea".
SCALA SOCIALE IMMOBILE.Chi è figlio di genitori laureati, a
un anno dal conseguimento del titolo, risulta essere più impegnato nella
formazione (36%) rispetto ai figli di genitori con la licenza elementare (15,5%)
che, all'opposto, lavorano più dei primi (55% contro 42,5%). Ma dal confronto
fra lauree dei padri e dei figli emerge soprattutto una scarsa mobilità sociale
che si configura come ereditarietà del lavoro svolto nell'ambito delle
professioni. Rileva il Rapporto che "il 44% dei padri architetti ha un figlio
(maschio) laureato in architettura; il 42% dei padri laureati in giurisprudenza
ha un figlio con il medesimo titolo di studio; il 41% dei padri farmacisti ha un
figlio con lo stesso tipo di laurea; il 39% dei padri ingegneri ha un figlio
ingegnere; il 39% dei padri medici ha un figlio laureato in medicina. Ma anche,
il 28% dei padri con laurea economico-statistica ha un figlio laureato in questo
stesso gruppo; analoga concordanza genitore-figlio si rileva nel campo delle
lauree politico-sociali (24%)". Tutto questo si riversa sul fronte del guadagno:
per i laureati del 2002, dopo cinque anni, lo stipendio è di 1.238 euro per i
figli della classe operaia e sale a 1.437 per quelli della borghesia.
DONNE SVANTAGGIATE. A un anno dalla laurea le differenze fra
uomini e donne in termini occupazionali risultano in calo: 7 punti percentuali
rispetto agli 8 punti dello scorso anno (lavorano 50 donne e 57 uomini su
cento). La differenze di genere diminuisce anche per la disoccupazione ma
"questo non significa - rileva AlmaLaurea - che le laureate non rimangano
sfavorite dal punto di vista occupazionale rispetto ai colleghi maschi. Il tasso
di attività femminile tra le neo-laureate è sceso significativamente nel
medesimo periodo, segno di un allontanamento (determinato dalla sfiducia?) dal
mercato del lavoro. E anche per stabilità e retribuzione il divario di genere
permane, tutto a svantaggio delle donne".
NORD VS SUD. In termini occupazionali le differenze Nord-Sud
sono rimaste sostanzialmente immutate negli ultimi sette anni, superiori ai 21
punti percentuali. Tra i laureati del 2006 lavora il 66% dei residenti al Nord e
il 43 % di quelli al Sud.
POTERE D'ACQUISTO IN CALO. A un anno dalla laurea il
guadagno mensile netto dei laureati risulta pari a 1.040 euro, rimanendo
invariato rispetto alla precedente rilevazione (1.042 euro). A tre anni sale a
1.183 euro; a cinque anni il guadagno è di 1.342 euro (era di 1.316 nella
precedente indagine). Ma con riferimento ai salari reali diminuisce il potere
d'acquisto: "tenendo conto dunque della svalutazione avvenuta in questi anni,
emerge che, nel 2007, un neo-laureato guadagna meno di quanto guadagnasse il suo
collega cinque anni prima. Fatto cento il guadagno del laureato del 2001, il
laureato del 2006 guadagna 92,9, ancora meno dell'anno precedente (94,7)". Chi
guadagna di più? Ai primi posti, dopo cinque anni, i laureati dei gruppi medico
e ingegneria (rispettivamente, 2.013 e 1.648 euro); all'estremo opposto i
laureati dei gruppi psicologico (999 euro), insegnamento (1.052), letterario
(1.122). "Alla stabilità lavorativa corrisponde generalmente un migliore
riconoscimento retributivo. Tra gli occupati a tempo pieno, a cinque anni dalla
laurea, il differenziale stabili-atipici è del 14%. Così, mentre da più parti e
da tempo viene sottolineata la necessità di retribuire di più la flessibilità
del lavoro, con ciò favorendo anche il processo di stabilizzazione, il quadro
esaminato ci dice invece che i laureati stabilizzati sul posto di lavoro
guadagnano 1.485 euro, mentre gli atipici arrivano a 1.301 euro".
ALL'ESTERO PAGATI DI PIU'. Dopo cinque anni dalla laurea
lavora all'estero il 3% dei laureati occupati italiani. Si guadagna di più: in
media 2.078 euro contro i 1.332 dei laureati italiani. Quasi la metà di coloro
che si trasferiscono lo fa per migliori offerte di lavoro. Chi lascia l'Italia
in cerca di un lavoro migliore sceglie soprattutto il Regno Unito, la Francia,
la Spagna e gli Stati Uniti. "Rispetto al complesso dei laureati italiani -
scrive il Rapporto - gli occupati all'estero ricoprono maggiormente posizioni di
funzionario, direttivo e quadro (18% contro l'8%) e ricercatore (10% contro
l'1%); chi lavora all'estero reputa le aziende nelle quali svolgono la loro
attività competitive e dinamiche". Più elevati risultano anche i livelli di
soddisfazione: prestigio ricevuto dal lavoro, prospettive di guadagno e di
carriera, acquisizione di professionalità, indipendenza e autonomia sul
lavoro.
2008 - redattore: BS
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